Il trionfale ritorno dei King Crimson in Italia

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La band, capitanata da Robert Fripp, si è esibita a Roma dimostrando ancora una volta la sua capacità di reinventarsi e di catturare il pubblico contemporaneo

24 Luglio 2018 | di | Cultura - Musica

Creatura polimorfica e continuamente mutevole, nella sua lunga storia ormai consegnata al mito la band dei King Crimson ha saputo offrire innumerevoli incarnazioni, tutte ugualmente magnifiche, sotto la guida illuminata e geniale di Robert Fripp. Una realtà che trascende qualsiasi personalismo, proprio perchè mai legata a singole individualità, per quanto eccezionali, con l’esclusione appunto del suo creatore.

L’ultima manifestazione del Re Cremisi è forse la più complessa e potente mai ascoltata. Ne abbiamo avuto prova nel corso dell’esibizione alla cavea dell’Auditorium Parco della Musica, lo scorso 23 luglio (seconda di due devastanti serate). Otto  musicisti, tutti di altissimo spessore, in grado di rivisitare l’intero repertorio dei Crimson illuminandolo di una luce nuova.

Eppure, quando nel 2013 Fripp aveva annunciato il ritorno in attività della sua creatura, molti avevano mostrato perplessità, in particolare riguardo la nuova formazione. Mancava l’osannato Belew, sostituito dal meno noto Jakko Jakszyk. La presenza di tre batterie appariva poi ridondante, anche ai cultori della ritmica più densa e frenetica.

Al battesimo del fuoco tutte le scelte di Fripp si sono rivelate esatte. I King Crimson non sono più un gruppo rock ma una vera e propria orchestra della contemporaneità, una macchina musicale inarrestabile. Basterebbe la presenza di Tony Levin, al quale la definizione di bassista va certo stretta, del veterano Mel Collins ai fiati e del poliedrico percussionista Pat Mastelotto a garantire l’autenticità del marchio. A questi si unisce il già citato Jakszyk, in grado di interpretare tutte le sfumature vocali dei Crimson senza far rimpiangere voci straordinarie come quelle dei compianti Lake e Wetton. Aggiungiamo poi altri due batteristi del calibro di Gavin Harrison e Jeremy Stacey, insieme al tastierista Bill Reflin, per completare un’alchimia unica. A dirigere il tutto la figura ieratica e imperscrutabile di Robert Fripp, vero e proprio sciamano a presiedere quello che ogni volta si manifesta come un ipnotico rituale dei tempi moderni.

I Crimson non restano legati a una singola scaletta, ma variano a ogni concerto l’ordine dei brani in una combinazione infinita. Un caleidoscopio musicale esente da qualsiasi monotonia o nostalgia passatista. Tutto appare vivo e contemporaneo, in grado di incidere sul reale e sulle coscienze in maniera indelebile.

La seconda serata romana inizia con fremiti da gamelan balinese, pronti a erompere nelle potenti epilessie ritmiche di Lark’s tongues in Aspic part one, dall’impatto sonoro devastante. La successiva Cirkus apre il sipario su un mondo instabile e misterioso, percorso da ombre oscillanti e definito da melodie inconsuete. Con il bolero tratto dalla lunga suite Lizard il tessuto musicale si fa più complesso, pregno di uno spessore classico e jazzistico al tempo stesso.

Epitaph è una struggente incursione nel capolavoro dell’esordio, toccante nei suoi dolenti toni apocalittici, alla quale seguiranno l’astratta Moonchild e la celeberrima The court of the Crimson King, tratte dal medesimo album epocale. Nel mezzo numerosi estratti da Red, come il brano omonimo, e ancora la trascinante One more red nightmare e l’intensa Fallen Angel. Il primo set si conclude con lo struggente lirismo di Islands, uno dei vertici della serata, e con la seconda parte di Lark’s tongues in Aspic.

Al rientro grande spazio alla straordinaria sezione ritmica, con Drumson of unconditioned realms. A seguire l’energia algida e frenetica di Indiscipline,  sino a una Level five che echeggia le atmosfere di Red ma risale a quella che, allo stato attuale, è l’ultima fatica in studio dei Crimson, The power to believe, datata 2003.

Impossibile riassumere la miriade di sfumature del tessuto strumentale, la densità contrappuntistica delle batterie, la raffinatezza di alcuni passaggi strumentali (penso ad esempio alle cadenze di basso di Tony Levin).

Dopo il pacato lirismo di Peace: an end, unico estratto dal secondo album, In the wake of Poseidon, l’apoteosi sonora di Starless, vera e propria suite con un magnifico tema che, nel suo ritorno conclusivo dopo inarrestabili crescendo sonori, sembra additare distanti orizzonti metafisici.

Immancabile il finale con 21st century schizoid man, dall’energia ruvida e isterica, animata da un grande a solo di batteria di Gavin Harrison. A questo punto tutto il publico è in piedi, in attesa di poter immortalare con i propri telefonini, proibiti durante il concerto, i membri della band. Un altro tratto distintivo dei Crimson, in un’epoca nella quale il godimento estetico viene immancabilmente guastato dall’invasiva irruzione tecnologica.

Con grande ironia, Fripp riesce a scherzare sulle proprie idiosincrasie, permettendo al pubblico di rubare qualche foto solo alla fine, mentre Tony Levin ed egli stesso ricambiano la cortesia, fissando il pubblico in scatti che verrano poi pubblicati sul sito del bassista.

Perchè un concerto dei King Crimson ha una dignità classica, che proibisce qualsiasi distrazione. Se in un teatro d’opera nessuno si sognerebbe di imbracciare una macchina fotografica, alla stessa maniera è giusto che nulla intervenga a turbare l’esecuzione del Re Cremisi. Non è un caso che alcun orpello intervenga a distrarre il pubblico dalla performance. L’uso delle luci, molto parco, dona sfumature di rosso solo durante l’esecuzione di Starless. Per il resto tutto è asciutto, essenziale, concentrato.

Contrariamente ad altri gruppi storici, i Crimson non lasciano quell’impressione vagamente dolente verso un qualcosa di definitivamente perduto, e di irrimediabilmente usurato. L’esecuzione sfugge qualsiasi tentazione nostalgica per inserirsi pienamente nel tempo presente. Come un arcano stregone, Robert Fripp ha nuovamente soffiato vita nella sua creazione la quale, speriamo ancora per lungo tempo, seguiterà ad aggirarsi per il mondo come un Golem impazzito, nemico di qualsiasi manifestazione musicale inerte e sclerotizzata.

Riccardo Cenci

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Immagini  © www.tonylevin.com

 

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