Italia, la FNSI si compatta per difendere la libertà di espressione

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Il problema è continentale. Nell’Unione europea, negli ultimi dodici mesi, tre giornalisti d’inchiesta sono stati uccisi. La Bulgaria all’ultimo posto per indipendenza dei media

16 novembre 2018 | di | Attualità - Europa - Eventi - in evidenza - Politica
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Il 16 novembre, su decisione della Federazione nazionale stampa italiana (FNSI) e del sindacato dei giornalisti Rai Usigrai, i quotidiani italiani sono usciti con una pagina destinata esclusivamente all’articolo 21 della Costituzione, quello che disciplina la libertà di stampa.

«L’articolo 21 della Costituzione è uno dei pilastri della democrazia italiana», si legge nel comunicato della Fnsi, «nel momento in cui l’informazione nel mirino di esponenti di forze politiche di governo, con insulti ai giornalisti, minacce e annunci di pseudo-riforme dal chiaro sapore ritorsivo nei confronti di lavoratori e aziende, richiamarsi insieme ai valori della nostra Carta è un atto dovuto».

Raggi Liberta di stampaIl riferimento è alla polemica divampata in relazione al processo alla sindaca di Roma Virginia Raggi, accusata di falso documentale per la nomina di Renato Marra alla direzione Turismo della giunta comunale. La prima cittadina della capitale è stata assolta perché «il fatto non costituisce reato» e tanto è bastato per scatenare la reazione del MoVimento 5 Stelle – cui la Raggi appartiene – attraverso due degli esponenti di spicco, Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro, e Alessandro Di Battista, ex parlamentare e ora attivista dall’esterno, almeno fino alla prossima legislatura.

I due si sono scagliati pesantemente contro la stampa, o meglio contro quella parte di informazione che a loro detta avrebbe infangato la Raggi durante tutto il corso del processo, speculando sulla sua vita privata.

«Due anni di attacchi alla sindaca più massacrata d’Italia», aveva scritto su Facebook Di Maio, «il peggio lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli». «L’hanno descritta come una ladra, persino come una ragazza dissoluta, una cortigiana moderna, come una sgualdrina», l’affondo di Di Battista, «oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma per viltà».

 Liberta di stampaCome se non bastasse, lo stesso Di Battista ha pubblicato dopo un paio di giorni la sua lista di «giornalisti con la schiena dritta», che include Pietrangelo Buttafuoco (Radio 24, Sole 24 Ore, Fatto Quotidiano), Alberto Negri (corrispondente dalle zone di guerra per il Sole 24 Ore), Marco Travaglio (Fatto Quotidiano), Massimo Fini (ritirato ma attivo come opinionista), Fulvio Grimaldi (lunga militanza con Rai e Liberazione come inviato di guerra), Franco Bechis (ex Libero, ora direttore del Corriere dell’Umbria), Luisella Costamagna (in tv su Rete4 con Ieri, oggi, italiani) e Milena Gabanelli (storica conduttrice di Report su Rai3 e ora freelance per Rai, Corriere della Sera e La7).

Ovviamente le reazioni dei giornalisti sono state dure, sia per quanto riguarda gli insulti che per la «puerile lista di buoni e cattivi», come l’ha definita Corrado Formigli di La7, «i politici non si debbono occupare di come si fa informazione». La categoria è scesa in piazza con un flashmob organizzato dalla Fnsi, rivendicando autonomia professionale, libera manifestazione del pensiero, pluralismo. Mentre il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana ha ricordato come «non i giornalisti ma i magistrati hanno portato a giudizio la Raggi».

«Quando ce vo’ ce vo’», si è giustificato Di Maio ospite a Non è l’Arena sul La7. Per il portavoce del premier Rocco Casalino «i Giuseppe Conte liberta di stampatoni eccessivi a volte servono, la libertà di stampa è giusta ma c’è un accanimento contro di noi», mentre il primo ministro Giuseppe Conte ha tentato di smorzare le polemiche, «questo governo è per la libertà di stampa, non dovete assolutamente temere perché non sarà messo in discussione un principio fondmentale di ogni sistema democratico».

Ma al di là delle solite scaramucce politiche e delle tensioni che più o meno costantemente caratterizzano i rapporti tra potere e media, c’è stato un fatto che ha scosso le coscienze (o almeno avrebbe dovuto) degli italiani. L’attentato fallito al giornalista di Report Federico Ruffo.

«Stavo dormendo e ho sentito un rumore da fuori», racconta Ruffo in un video, era «la ciotola del cane. Ho pensato fosse il cane che mangiava, poi mi sono accorto che il cane era con me e aveva iniziato ad abbaiare». Scendendo al piano di sotto della sua casa di Ostia per vedere cosa stesse accadendo, Ruffo è scivolato in una pozza di benzina, liquido che arrivava fino al cancello. Probabilmente senza la sveglia tempestiva, grazie al proprio cane, qualcuno sarebbe riuscito a incendiare l’abitazione.

Liberta di stampaL’ipotesi al momento più accreditata è che Ruffo sia finito nel mirino della malavita organizzata dopo il suo servizio sui legami tra ‘ndrangheta e una parte degli ultras della Juventus. Un’altra vicenda di cronaca in cui il giornalismo d’inchiesta, suo malgrado, ha rischiato di finire schiacciato e che si inserisce perfettamente in un clima purtroppo ancora molto pesante e ancora diffuso ovunque, anche nell’Unione europea che pure sui diritti umani fonda la sua esistenza.

E dove, anzi, negli ultimi periodi va molto peggio. Dal 1992 in Europa sono stati uccisi più di 100 giornalisti, un terzo dei quali negli ultimi dieci anni. Ultima vittima solo in ordine di tempo è la bulgara Viktoria Marinova, a febbraio 2018 è stato assassinato lo slovacco Ján Kuciak, a fine 2017 la maltese Daphne Caruana Galizia.

Liberta di stampaIl portavoce per l’Europa della Ong CPJ, Committee to Protect Journalists, Tom Gibson sostiene che «il pericolo che corrono i giornalisti nell’Unione europea, in particolare quelli di inchiesta, deve essere considerato in termini di minacce di vario tipo e della grande complessità all’interno di un ambiente mediatico che cambia rapidamente».

Secondo il rapporto Press Freedom Index stilato da Reporters Without Borders, proprio la Bulgaria è all’ultimo posto, considerata «Paese in cui essere giornalisti è pericoloso per la collusione tra corruzione e potere politico degli oligarchi». Esemplificativo è il caso di Deylan Peevski, che da proprietario del gruppo New Bulgarian Media controlla di fatto «circa l’80% della stampa». Così si è venuto a creare un «clima di autocensora», aggiunge Gibson, per evitare pressioni o minacce e aggressioni fisiche.

Liberta di stampaL’Unione europea garantisce la libertà di espressione, opinione e il diritto di ricevere e comunicare informazioni o idee senza ingerenza delle autorità pubbliche e limiti di frontiera con l’articolo 10 della Carta europea dei diritti dell’uomo (Cedu) e con l’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali. Esercizio che può essere sottoposto, come viene specificato nel paragrafo 2, a restrizioni o sanzioni previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione di reati, della salute o della morale, della reputazione o dei diritti altrui.

Federica Mogherini«I giornalisti devono poter lavorare in un ambiente che garantisca condizioni di sicurezza», afferma l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Federica Mogherini, «senza timore di vessazioni, pressioni politiche, censure o persecuzioni». Affinché ciò avvenga serve «un solido sistema giuridico per proteggere media e giornalisti di tutto il mondo. L’Ue continuerà a ricorrere a tutti gli strumenti finanziari e di politica estera di cui dispone al fine di migliorare la qualità del giornalismo, l’accesso alla pubblica informazione e la libertà di espressione». Tra le misure, la Mogherini ricorda il finanziamento del Centro europeo per la libertà di stampa e dei media.

Molto più dura la situazione alle porte dell’Europa. «In Turchia non c’è nessuna libertà di espressione», denuncia dalla Germania Can Dündar, ex direttore di Cumhuriyet. Dopo il presunto golpe di luglio 2016 la situazione è precipitata, in un Paese che ha forti legami economici e non solo con l’Unione europea e che nel recente passato è stato in procinto di far parte della Ue.

Centinaia di giornalisti incarcerati solo per essere in opposizione al presidente Recep Erdoğan, più che altrove nel mondo. Migliaia hanno perso il lavoro, a febbraio forse il punto più basso: la condanna all’ergastolo per sei giornalisti. E nel rapporto di Reporter Without Borders la Turchia, al 150° posto sul 180, viene definita «la più grande prigione al mondo per chi lavora nel settore dei media». Per gli storici rapporti con la Turchia, l’Ue non può che guardare con preoccupazione al destino della Nazione.

Liberta di stampaNel complesso l’Europa viene considerata un’area che garantisce libertà stampa, se guardiamo la classifica mondiale di Reporters Without Borders ai primi posti troviamo Norvegia, Svezia, Olanda, Finlandia e Svizzera. Ma ci sono altre situazioni non altrettanto rosee: l’Italia, pur in salita, è solo al 46° posto; Malta, Repubblica Ceca, Serbia e Slovacchia sono in caduta libera nel 2017, tutte di una decina di posizioni.

Ecco perché su questo tipo di diritti non ci si può mai accontentare e soprattutto si deve tenere un’allerta particolare.

 

Raisa Ambros

Foto © Agenpress; Noisiamofuturo; Gazzetta Italo Moldova;

ParmAteneo; ANSA.it; Il Mattino; notizie.tiscali.it; Live Sicilia

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