Juncker ‘il mediatore’ alla guida della Commissione Ue

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Eletto sulla base di un programma che mette d’accordo Ppe, Pse e Alde

15 Luglio 2014 | di | Politica
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L’elezione di Jean Claude Juncker è stata il frutto di una mediazione, e proprio per questo potrebbe avere successo. L’ex presidente dell’Eurogruppo ha incassato oggi dalla Plenaria di Strasburgo 422 sì, 250 no e 47 astensioni, un risultato che gli permette di prendere il testimone da Barroso. Lo schieramento che lo ha sostenuto e che comprende il Ppe, il Pse e l’Alde, è stato abbastanza compatto, con solo una sessantina di franchi tiratori che nel segreto dell’Aula hanno preferito votare contro. Non c’è però da sorprendersi, le elezioni di maggio hanno dato vita ad un Europarlamento senza una maggioranza chiara e ogni candidato avrebbe scontentato qualcuno.

Lo si capisce anche dal discorso che l’ex premier lussemburghese ha tenuto davanti alla Plenaria. E’ stato un esercizio di fine politica del compromesso, materia in cui Juncker è un vero maestro. Sostenuto in maniera forte dalla Merkel, e quindi dal Ppe nella sua quasi totale interezza, Juncker  ha puntato molto sulla crescita per assicurarsi l’appoggio dei socialisti. «Nei prossimi tre mesi presenterò un pacchetto per lavoro, crescita e investimenti per mobilitare fino a 300 miliardi in tre anni», ha dichiarato il successore di Barroso. Un chiaro segno di apertura e una promessa: basta lacrime e sangue, bisogna puntare sulla crescita, sulla creazione di posti di lavoro, sull’attrazione di investimenti privati.

C’è però un ‘ma’. Juncker lo ha ripetuto più volte. «Serve la crescita, ma non finanziata da debiti che sono solo un fuoco di paglia. Non si può violare il patto di stabilità». Un paletto conficcato con forza nel terreno e al quale il Ppe e la Merkel si possono aggrappare per respingere le bordate di chi vede nella presidenza Juncker l’inizio di un periodo di bagordi finanziari, di nuovo debito e bilanci in rosso. «Bisogna proseguire con le riforme strutturali, rafforzare la competitività e stimolare gli investimenti», ha ricordato Juncker. Un monito che vale per molti, ma sopratutto per Francia e Italia che in questo momento si trovano alle prese con difficili riforme e hanno chiesto di usare fino in fondo la flessibilità prevista dai Trattati.

Accontentati socialisti e popolari, il nuovo presidente della Commissione ha voluto sottolineare l’importanza dei temi cari all’Alde, il gruppo dei liberali, che per voce del proprio candidato, Guy Verhofstadt, prima delle elezioni avevano chiesto di puntare tutto sul mercato unico e sugli investimenti per la ricerca. Spunti recepiti e fatti propri da Juncker che nel suo discorso ha ricordato che servono «investimenti coordinati nella banda larga, reti energetiche, infrastrutture e trasporti. Investimenti nel settore industriale, ricerca e sviluppo. Ed energie rinnovabili, che sono la premessa per l’Europa del domani».

Alcuni commentatori avevano sollevato il dubbio che l’elezione di Juncker avrebbe portato ad uno stallo dei lavori della Commissione europea. Una staticità frutto dei veti incrociati. Altri ancora temevano che la politica della Commissione si sarebbe tradotta in un grande compromesso al ribasso che non avrebbe accontentato o scontentato nessuno. Juncker, almeno a parole, ha saputo smentire i ‘gufi’, mettendo sul piatto un giusto mix di riforme e incentivi, rigore e flessibilità, conti in ordine e solidarietà tra gli Stati.

Tommaso Cinquemani

Foto © European Community, 2014

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