La Commissione rifiuta di registrare una petizione su minoranze

  • Condividi questo articolo

Iniziativa dei cittadini per chiedere più tutele: “Politica di coesione per l’uguaglianza delle regioni e la preservazione delle culture”. Esecutivo Ue incappa in un errore di diritto

13 Marzo 2019 | di | in evidenza - Politica

Nel 1957 Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi bassi che nel ’51 diedero vita, cogliendo il suggerimento dell’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman, alla Comunità europea del carbone e dell’acciao col fine di unire e condividere queste risorse muovendo i primi passi verso l’integrazione europea,  firmano i Trattati di Roma con cui diedero vita alla Comunità economica europea (anche Comunità europea) allo scopo di creare una unità economica dei Paesi che ne facevano parte, perseguendo l’ideale di una unità anche politica (cosa che rimane tutt’oggi utopistica).

Nel corso del tempo la Comunità economica europea (Cee) ha cercato di allargare i propri obbiettivi cercando di creare un’unità che abbracciasse più ambiti oltre l’aspetto meramente economico.

Così nel febbraio del 1992 venne firmato il Trattato di Maastricht con il quale, quella che era conosciuta fino a quel momento come Cee, fu assorbita nell’attuale Unione europea per rispondere alle nuove esigenze a cui bisognava sopperire, per creare una coesione sotto ogni punto di vista, facendo in modo che ogni persona di ogni Stato membro potesse sentirsi un vero e proprio cittadino dell’Unione europea. Termine che cominciò a diffondersi proprio da questo periodo.

I cittadini dell’Unione europea hanno un ruolo importante, possono partecipare in maniera diretta alla politica dell’Unione. Grazie infatti al “Diritto di iniziativa dei cittadini europei (Ice)”  il quale all’art.11 comma 4 recita che:

Cittadini dell’Unione, in numero di almeno un milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri, possono prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei trattati.”

Le iniziative da loro mosse sono quindi degli strumenti di cui possono usufruire la gran parte degli Stati membri a livello locale, regionale e nazionale e tale diritto fa capo alle Disposizioni relative ai principi democratici (TUE) di cui il suddetto articolo costituisce il quadro generale.

Costituisce uno strumento di democrazia partecipativa. Il regolamento prevede che si riuniscano in un comitato almeno sette persone (che abbiano l’età per votare secondo le differenti norme) appartenenti a sette differenti Paesi membri. Perché tale proposta venga presa in analisi, deve essere supportata da almeno un milione di abitanti entro 12 mesi dall’accoglimento della stessa, successivamente la Commissione, nel caso in cui la giudichi ammissibile, provvede alla pubblicazione nel registro delle iniziative dei cittadini e ne discute apertamente in sede parlamentare.

Ice e petizioni non sono esattamente la stessa cosa, è importante ricordare che l’Ice è una richiesta diretta che ha lo scopo di predisporre un determinato strumento giuridico dell’Ue rispettando delle regole specifiche e, viene presentata alla Commissione in quanto è l’organo che può presentare proposte legislative.

La petizione invece può essere presentata da chiunque, sia esso un cittadino Ue o una persona giuridica come previsto dalle norme di diritto, e devono trattare di argomenti che concernono l’Unione europea e il soggetto firmatario. Successivamente devono essere presentate al Parlamento come organo di rappresentanza del cittadino europeo.

Stando a quanto stabilito dall’Ice, nel giugno del 2013 i signori Balázs-Árpád Izsák e Attila Dabis con altre persone hanno presentato una proposta intitolata “Politica di coesione per l’uguaglianza delle regioni e la preservazione delle culture regionali” al fine di chiedere delle misure di sostegno per salvaguardare e preservare le regioni a minoranza nazionale evitando che vengano sfavorite rispetto alle regioni circostanti dal punto di vista economico.

Tale proposta è stata posta in essere poiché secondo l’Ice, l’Unione dovrebbe rivedere la propria politica di coesione in quando danneggerebbe le minoranza etniche e culturali. I rappresentanti Ice si sono rivolti al Tribunale dell’Unione europea per muovere ricorso, dopo che si sono visti respinta la loro proposta dalla Commissione in quanto non è tra i suoi compiti quello di proporre un atto legislativo direttamente al legislatore dell’Unione.

Anche questo ha avuto esiti negativi in quanto lo stesso Tribunale ha respinto il ricorso affermando che non avessero portato nessuna prova utile a dimostrazione di quanto da loro sostenuto. Hanno successivamente proposto impugnazione dinanzi la Corte di Giustizia contro tale sentenza. Questo ha prodotto una sentenza della Corte datata 7 marzo 2019 in cui ricorda all’Ice che essa deve essere un organo dei e per i cittadini con lo scopo di promuovere la partecipazione all’Unione europea.

Il Tribunale per quanto riguarda la questione in merito alla politica di coesione doveva stabilire una valutazione degli elementi probatori e l’onere della suddetta spettava all’Ice. Questo però per la Corte fa cadere il Tribunale in un errore di diritto per quanto riguarda la condizione di registrazione delle Ice e alla ripartizione dei compiti tra gli organizzatori di un’Ice e la Commissione nell’ambito dell’iter della stessa. Non è una questione di fatto o di valutazione delle prove soggette alle norme in materia di onere delle stesse, ma semplicemente una questione di interpretazione e di applicazione delle disposizioni dei trattati; deve controllare che le misure previste dalle proposte siano adottabili, senza l’obbligo di fare i dovuti accertamenti in fase di registrazione della proposta, se siano stati forniti tutti gli elementi probatori.

La Corte di Giustizia dopo aver esaminato la questione ha deciso di annullare la sentenza del Tribunale e la decisione presa dalla Commissione. Si trova in accordo col Tribunale però il quale ha espresso che le differenze linguistiche, culturali, religiose, etniche delle regioni a minoranza nazionale non rientrano nella casistica di uno svantaggio grave o permanente. Per queste motivazioni, non possono essere tutelate o considerate dalla politica di coesione in quanto non sono tali da creare un reale gravoso svantaggio rispetto alle regioni circostanti.

La politica di coesione opera in rispetto dei regolamenti Ue come il Single European Act del 1986 e il successivo Trattato di Lisbona del 2007, si prefigge come obiettivo la realizzazione dei progetti europei volti all’integrazione, a sconfiggere le disparità che possono esserci tra le varie regioni dei Paesi membri, non solo da un punto di vista di arretratezza ma anche da un punto di vista politico, promuovendo una coesione che possa abbracciare gli aspetti di una coesione anche economica e sociale, grazie ai così detti Fondi di Coesione.

La politica di coesione è la più importante misura d’investimento dell’Unione europea perché con la politica regionale sostiene lo sviluppo, la crescita territoriale, la creazione di posti di lavoro e in generale il miglioramento della qualità della vita dei cittadini dei Paesi membri.

L’importanza di queste misure politiche coinvolgono vari settori che quindi vanno dall’istruzione al mercato unico e per questo rappresentano una priorità per la Commissione europea che sviluppa progetti con tale scopo costantemente. Sono il fulcro del progetto Europa 2020 che punta a un’Europa più unita abbattendo le barriere sociali, la povertà e favorendo l’aumento dell’occupazione fino al 75%  tra i 20 e i 64 anni. Per queste ragioni è stato destinato circa un terzo del bilancio complessivo Ue, per circa 350 miliardi di euro.

 

Gianfranco Cannarozzo

Foto © Pixabay

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *