La deriva autarchica dell’esecutivo britannico

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Liste pubbliche dei lavoratori stranieri e obbligo per gli italiani di dichiarare gli influssi dialettali nei moduli di ammissione alle scuole del Regno Unito

14 Ottobre 2016 | di | Economia - Europa - Politica

Dalla Gran Bretagna sono giunte negli ultimi giorni notizie in merito alla possibile adozione da parte del governo inglese di una «lista dei lavoratori stranieri» e alle richieste di inserimento nei moduli di iscrizione scolastici delle inflessioni dialettali regionali degli studenti di nazionalità italiana in relazione al livello di conoscenza della lingua madre.

Per quanto attiene alla «lista dei lavoratori di nazionalità non britannica» sarebbe stato il ministro degli Interni Amber Rudd a lanciare la proposta di introduzione dell’obbligo per i datori di lavoro di pubblicazione dell’elenco degli stranieri che svolgono le mansioni lavorative nelle loro aziende.

justinegreening_gv28kjwkpvmDue giorni fa, anche la responsabile per l’Istruzione Justine Greening, ha giustificato l’utilizzo delle liste dei lavoratori stranieri sostenendo che esse sarebbero state «confidenziali» e avrebbero avuto il precipuo scopo di «individuare le carenze della forza lavoro britannica» [1] Al riguardo, la Greening ha successivamente dichiarato che i predetti dati «non saranno pubblicati» e «non ci sarà assolutamente alcuna denuncia» [2].

Sulla questione anche il ministro per la Difesa, Michael Fallon si è affrettato a precisare che alle aziende potrà essere chiesto, semplicemente, di «riferire i numeri», aggiungendo, poi, come Downing Street abbia deciso di adottare tale misura al fine di avere «un quadro più chiaro di quale sia l’esatta dipendenza dei lavoratori stranieri in ogni settore».

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Sempre in merito a tale proposta, la giornalista ha osservato come l’esecutivo inglese avrebbe allo studio «anche l’idea di chiedere alle società l’estrazione sociale e l’etnia di propri dipendenti per cercare di limitare la presenza di persone diplomate nelle prestigiose scuole private del Paese ai vertici della società, ma questo…». Tale idea riguarderebbe più «il tentativo di mettere ordine in un vistoso squilibrio della società britannica» [3]

A distanza di poco tempo dalle predette annunciate misure di stampo autarchico, il governo di Sua Maestà ha poi deciso di fare marcia indietro.

Non a caso, osserva Il Sole24ore del 9 ottobre 2016, «Il governo britannico ha abbandonato formalmente l’idea suggerita al congresso Tory dalla ministra dell’Interno, Amber Rudd, di chiedere alle aziende di rendere pubblici i numeri dei loro lavoratori stranieri. Lo ha detto oggi la sua collega dell’Istruzione, Justine Greening, precisando che la proposta – denunciata come discriminatoria da più parti – sarà sostituita da una richiesta di informazioni riservate da parte del governo sui vuoti occupazionali» [4]

Detta notizia, è giunta «dopo un serrato braccio di ferro tra Londra e l’Europa sulla questione della libera circolazione dei lavoratori».

In relazione alle annunciate prese di posizione del Regno Unito sull’applicazione della Brexit, nei giorni precedenti, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha dichiarato «con fermezza, che “non si può stare con un piede dentro ed un piede fuori dall’Europa, che dovrà essere intransigente nella difesa del mercato unico. Per restarci dentro, il Regno Unito dovrà accettare anche la libertà di circolazione dei lavoratori”» [5]

jcjPer quanto attiene all’utilizzo dei moduli di iscrizione contenenti la richiesta di indicazione della regione di provenienzaItalian – Napoletan, «Italian – Sicilian» «Italian other»)  Flavia Amabile del quotidiano La Stampa ha osservato come per l’ambasciata italiana a Londra «I moduli d’iscrizione» siano stati pubblicati in rete «da alcune circoscrizioni scolastiche» e come «da giorni» stiano  «provocando proteste e sdegno da parte delle famiglie degli italiani-napoletani e degli italiani-siciliani e degli italiani-tutti».  Continua, poi, la giornalista rilevando come «il ministero dell’Istruzione»  (ndr italiano) abbia «sollecitato un intervento chiarificatore da parte dall’ambasciata» la quale  è poi  intervenuta con una nota con la quale si è precisato che l’Italia è unita dal 1861.

Successivamente l’ambasciatore Pasquale Terracciano, ha evidenziato come si sia trattato probabilmente di «iniziative locali  motivate dall’intenzione d’identificare inesistenti esigenze linguistiche particolari» e «garantire un ipotetico sostegno» alle famiglie e agli studenti. A conclusione della sua dichiarazione, il diplomatico italiano ha aggiunto poi come  «di buone intenzioni»  sia «lastricata la strada dell’inferno» e come, pertanto, dette iniziative possano rivelarsi «involontariamente discriminatorie, oltre che offensive per i meridionali».

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Il fatto è stato evidenziato, dapprima da alcuni genitori i quali preoccupati hanno deciso di segnalare tale bizzarra procedura all’ambasciata italiana.

Sul punto La Repubblica ha osservato come «il Foreign Office britannico» non abbia «esitato a chiedere scusa all’Italia “deplorando l’accaduto” e assicurando “un intervento perché vengano subito rimosse queste categorizzazioni non giustificate e non giustificabili”». Inoltre, aggiunge l’autore,  il ministero degli Esteri d’oltre Manica, «tra l’altro, ha fatto sapere che “verificherà per quale motivo, in pochi e isolati distretti scolastici, siano state introdotte queste categorizzazioni, che peraltro non avevano alcuna volontà discriminatoria, ma semplicemente miravano all’accertamento di qualche ulteriore difficoltà linguistica per i bambini da inserire nel sistema scolastico inglese e gallese”» [6]

Sul fronte italiano il sottosegretario al’Istruzione David Faraone ha specificato come, incredibilmente «ancora oggi siamo costretti ad affrontare pregiudizi di questo tipo. La scuola italiana ha superato da tempo questi stereotipi e qui, come nel Regno Unito, si deve lavorare per l’integrazione e la formazione delle generazioni future» [7]

Le annunciate prese di posizione dei britannici, da quest’ultimi rapidamente abbandonate, seguono alla decisione di qualche giorno fa, purtroppo confermata dall’esecutivo UK, di escludere i ricercatori non britannici da un progetto sulla Brexit alla London School of Economics. Tale scelta sembrerebbe da attribuire al timore che studiosi non britannici che fossero chiamati a partecipare alle attività di analisi e studio sulle possibili forme di accordo tra Ue e Regno Unito, conseguenti all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, potrebbero facilitare fughe di notizie sulla eventuale strategia negoziale che Downing Street deciderà di adottare anche a seguito degli esiti dei predetti studi.

Certamente, siffatte iniziative insieme alle proposte poi, saggiamente, ritirate dal governo May e, precedentemente illustrate, non giovano all’instaurazione di un clima sereno tra Bruxelles e Londra antecedente all’apertura delle trattative che seguiranno all’attuazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona.

Invero, è notorio che il predetto e auspicato clima di apertura dei negoziati, evidentemente, potrebbe divenire uno dei presupposti di base ai fini del corretto e disteso svolgimento delle trattative conseguenti all’attivazione delle procedure ex art. 50 TFUE successive all’esito del referendum inglese del 23 giugno 2016 e,  quindi, della realizzazione di un accordo che scongiuri pericolosi approcci protezionistici su entrambe i fronti.

Dunque, il nuovo corso del governo May sembra essere in linea con un diffuso atteggiamento in ambito internazionale teso al ritorno di politiche protezionistiche.

Al riguardo, risultano interessanti le riflessioni di Luciano Violante su il Corriere della Sera. Secondo l’autore «La geografia politica europea sta mutando», vi è, infatti, in atto un rimescolamento delle «alleanze» che crea «nuove emarginazioni»,  Secondo l’autore, «La contrapposizione tra lavoro e capitale viene sostituita da quella tra coloro che difendono la sovranità delle comunità nazionali e coloro che si collocano in un’ottica globale». Dunque, afferma Violante, «La antica contrapposizione tra lavoro e capitale sta cedendo il passo a una nuova contrapposizione, tra nativisti e mondialisti, tra coloro che difendono la sovranità delle comunità nazionali e quelli che si collocano in un’ottica globale» [8].

Pertanto, ancora una volta Bruxelles è chiamata ad un’ulteriore sforzo affinché l’accordo con la Gran Bretagna valga quale occasione per rafforzare, concretamente, l’unità di intenti e valori tra i Paesi membri restanti e consentire, quindi, la prosecuzione e la completa attuazione dell’idea tanto cara a Spinelli e agli altri padri fondatori di un’Europa dei popoli realmente unita.

 

Roberto Scavizzi

Foto ©  www.zimbio.com (apertura), Getty images, European Commission, www.italynews.org.uk

[1] C. Marconi, Il Messaggero, 10 ottobre 2016.

[2] C. Marconi, op. cit.

[3] C. Marconi, op. cit.

[4] Il Sole24ore.com, ‘Liste di lavoratori stranieri, Londra fa marcia indietro’, 9 ottobre 2016.

[5] Il Sole24ore.com, op. cit.

[6] E. Franceschini, La Repubblica.it, 12 ottobre 2016.

[7] F. Amabile, La Stampa.it, 12 ottobre 2016.

[8] L. Violante, Il Corriere della Sera, ‘Le destre all’attacco delle elité e le sinistre restano indietro’,  1 1ottobre 2016

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