La marcia del milione di persone a Londra pro-Ue ha colpito nel segno

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La petizione per la revoca della Brexit ha raggiunto 5,7 milioni di firme. Sarà adottato un emendamento alla Camera dei Comuni, ora si attende la risposta del premier May

25 Marzo 2019 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

Come auspicato “dal (Vecchio) Continente”, si prospetta una rivolta di una parte delle persone nel Regno Unito sulla Brexit. Gli organizzatori della marcia di sabato per un secondo referendum sul divorzio della Gran Bretagna dall’Unione europea hanno affermano che la partecipazione a Londra «ha superato ogni aspettativa», arrivando attorno ad un milione di persone in quella che è diventata una delle principali manifestazioni di protesta della storia britannica. Una folla enorme che si è sparsa per il centro di Londra, seguendo il percorso che da park Lane (Hyde Park) porta alla piazza del Parlamento (Parliament Square), riempiendosi sempre di più. Un numero record che supera addirittura quello del corteo del novembre scorso, quando a manifestare furono 700mila persone.

Nella capitale britannica non si vedeva così tanta gente dai tempi delle marce contro la guerra in Iraq, nel 2003. E intanto la petizione on-line (lanciata a costo di qualche minaccia di morte dalla 77enne accademica in pensione Margaret Georgiadou) per chiedere all’esecutivo di abrogare l’articolo 50 del trattato di Lisbona (e quindi annullare la Brexit) ha superato i 5 milioni e mezzo di firme. Sarà adottato un emendamento alla Camera dei Comuni, mentre il governo appare sempre più in difficoltà: è spuntato un documento segreto in cui emergono tutte le sue inquietudini in caso di un’uscita dall’Ue senza accordo (il cosiddetto no deal), un’opzione ancora sul tavolo. Le autorità si preparano ma riconoscono che il caos è dietro l’angolo, che la fase critica potrebbe durare fino a tre mesi e sono pronti a uno scenario-apocalisse (stop nei trasporti, penuria di cibo e farmaci, persino di carta igienica).

Convocati dalla piattaforma civica “People’s Vote“, sono scesi in piazza i britannici che non perdono la speranza di rimanere dentro l’Unione europea (arrivati in treno o pullman dai quattro angoli del Paese) e tanti lavoratori immigrati comunitari. Secondo gli organizzatori la marcia, convocata sotto lo slogan “Put it to the people march” (ovvero “Fai scegliere la gente”) ha raccolto più di un milione di persone nella City. Come già scritto i manifestanti sono partiti da Park Lane e hanno attraversato la città fino dinanzi al Parlamento britannico dove la prossima settimana è previsto che i deputati si pronuncino per la terza volta sull’accordo Ue-Uk della premier, Theresa May: chiedevano al governo di dare l’ultima parola al popolo sull’accordo o addirittura ribaltare il divorzio dall’Ue.

Tra i politici presenti, alcuni hanno parlato. Il “numero due” del Partito laburista, Tom Watson (presente con tanti colleghi di partito a differenza del leader Jeremy Corbyn), che ha dichiarato di essere lì per conto della figlia di 10 anni: «Mi ha detto di ringraziarvi per la campagna per il suo futuro». Erano presenti anche la premier della Scozia e leader degli indipendentisti dell’Snp, Nicola Sturgeon (il 78% degli scozzesi al referendum votò contro l’uscita dall’Ue e sabato oltre che a Edimburgo gli scozzesi hanno manifestano in tutte le città: Glasgow, Inverness, Perth, Stirling, Lockerbie e Dumfries, ndr), l’ex vicepremier Tory, Michael Heseltine, il conservatore pro Remain Dominic Grieve, il libdem Vince Cable e il sindaco di Londra, il laburista di origine pachistana Sadiq Khan. Presenti anche i membri del nuovo gruppo indipendente creatosi in Parlamento, deputati ex Labour e Tory come Chuka Umunna o Anna Soubry.

Dopo che il Consiglio europeo ha avvertito il Regno Unito che concederà solo una breve proroga, fino al prossimo 22 maggio, se prima del 29 marzo Westminster ratificherà l’accordo, May al numero 10 di Downing Street lavora in quella direzione; ma ha avvertito, in una lettera ai deputati, che il terzo voto (dopo le due sonore bocciature precedenti del 15 gennaio e 12 marzo) potrebbe non esserci se si renderà conto che le manca il necessario sostegno. Se questo piano fallisce, allora il Regno Unito dovrà decidere entro il 12 aprile se, come chiede la petizione, revocare l’articolo 50, se convocare un nuovo referendum (già respinto dalla Camera dei Comuni lo scorso 14 marzo) o chiedere una proroga più lunga che costringerebbe il Regno Unito a partecipare alle elezioni al Parlamento europeo, a fine maggio, Bruxelles permettendo.

 

Angie Hughes

Foto © The New European, The Telegraph

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