Per la prima volta a Roma, i Television propongono per intero l’album epocale “Marquee Moon”

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All’Orion Club un pubblico eterogeneo ha salutato l’esibizione di uno dei gruppi più importanti della fine degli anni settanta

4 Aprile 2016 | di | Cultura - Musica

Strana storia quella dei Television, capaci di esordire nel 1977 con un disco epocale come Marquee Moon, per sciogliersi subito dopo la pubblicazione del secondo album, nell’ormai lontano 1978. Forse è proprio la strana inquietudine che si portano dentro a segnare la loro fine. Un fugace ritorno nel 1992, dal quale scaturisce un disco omonimo, non lascerà il segno.

Marquee Moon è un disco senza tempo, un gesto rivoluzionario e folgorante, toccato da una bellezza struggente. Un’opera prima in grado di raccogliere l’eredità nevrotica dei Velvet Underground, traghettandola nelle nascenti atmosfere new wave, influenzando generazioni di musicisti a venire. Per questo il riproporla integralmente oggi, a quasi quarant’anni di distanza, trascende il senso puramente nostalgico. Non è un caso che l’Orion Live Club di Ciampino fosse colmo di un pubblico eterogeneo, affaticati reduci dell’era punk accanto a ragazzi di oggi, evidentemente consapevoli del fatto che quella musica ha segnato profondamente il tempo nel quale si trovano a vivere.

Tom Verlaine, all’anagrafe Thomas Miller, non ha perso la sua aria ieratica da scrittore maledetto, e infatti il suo pseudonimo è un omaggio scoperto al celebre poeta francese. Il trascorrere del tempo ha solo acuito il suo aspetto fragile e decadente, il suo fascino oscuro e spettrale. La sua figura, sottile come una scultura di Giacometti, emerge fantasmatica dagli ambienti intellettuali newyorkesi, gli stessi che nutrirono l’estro di Patti Smith, sua musa e amante per un certo periodo. Lo accompagnano due membri storici della band come Fred Smith al basso e Billy Ficca alla batteria. Rispetto alla prima line-up manca solo Richard Lloyd, sostituito per l’occasione da Jimmy Rip alla chitarra il quale, pur non facendo parte del nucleo originario del gruppo,  è comunque un assiduo collaboratore dello stesso Verlaine, e sa come tessere lancinanti impasti sonori.

IMG_1642Per un istante si può immaginare di essere davvero nella New York degli anni settanta, colma di un fervore artistico senza eguali. L’Orion è infatti un piccolo locale, come quelli che videro le prime esibizioni dei Television, come il mitico Cbgb’s, allora indiscusso santuario della musica underground. Per un attimo si possono chiudere gli occhi, lasciandosi trascinare in sogni psichedelici dalla chitarra nervosa e dissonante di Verlaine.

Dopo un breve set di Lùisa, giovane ragazza nata ad Amburgo che in alcune cose ricorda un poco Catpower, ecco il fatidico quartetto finalmente sul palco. Sembrano quasi spaesati, accordano i loro strumenti per lunghi minuti senza curarsi dell’attesa spasmodica del pubblico. Forse vogliono essere certi che tutto vada per il verso giusto, o forse si sentono semplicemente catapultati su quel palco come se provenissero da un altro luogo, da un’altra epoca. Paiono uomini caduti sulla terra da chissà quale universo sconosciuto, come accadeva a David Bowie nel noto film di Nicolas Roeg (e non è un caso che lo stesso Bowie stimasse così tanto Tom Verlaine da proporre una cover della sua Kingdom Come nel disco Scary Monsters).

E’ la loro prima volta a Roma, dice Verlaine. Come un vampiro amante del crepuscolo chiede di abbassare le luci che lo infastidiscono non poco. Poi attacca finalmente Prove it, e sembra davvero di essere risucchiati indietro nel tempo. Il suo andamento danzante mette in scena una sorta di macabra processione, un epicedio per una generazione cresciuta senza ideali, completamente abbandonata a se stessa. La voce di Verlaine sembra provenire da un altro mondo, incarnazione di una inquietudine esistenziale che non lascia scampo. L’emozione è presente in una maniera che potremmo definire astratta, trattenuta,  onirica. La successiva Elevation è una sorta di ballata zoppicante con un ritornello che è un vero e proprio inno.

IMG_1648I brani si susseguono come pezzi di un intricato puzzle esistenziale, l’originalissima Friction, dalle progressioni vagamente orientaleggianti, l’energica See No Evil, e ancora la splendida VenusGuiding Light rappresenta un momento elegiaco, comunque screziato da brividi di irrequietezza, prima del culmine finale. Torn Curtain, originariamente brano conclusivo del disco, stende un velo oscuro sulla platea, con le sue atmosfere acide e sofisticate al tempo stesso. Pervasa da un tono di elegiaca tristezza, tocca vette di metafisica desolazione. L’apoteosi conclusiva è affidata a Marquee Moon, eseguita in una versione di oltre quindici minuti, una cavalcata di lancinante bellezza, punteggiata da slanci energici e ripiegamenti improvvisi. Alla fine la tensione è al parossismo tanto che Verlaine e soci rinunciano alla rassicurante, si fa per dire, riproposta della sezione iniziale. Tutto si consuma nel delirio strumentale, nella costruzione di paesaggi sonori frammentati e colmi di disperazione.

La tensione è tale che il concerto potrebbe anche concludersi qui. Eppure c’è ancora spazio per Little Johnny Jewel, un’immersione nel passato più remoto visto che si tratta del singolo che precedette l’uscita di Marquee Moon, che non venne incluso nell’album. Ancora più indietro nel tempo ci porta I’m Gonna Find You, un blues che risale addirittura al 1974.

Quattro figure scure si dileguano dietro il palco, timide come si erano presentate. L’emozione resta sospesa per un istante nella sala, finché le luci squarciano il buio. Il rock a volte è anche questo, una subitanea epifania, un sogno che svanisce e non riusciamo a trattenere.

Testo e foto di Riccardo Cenci

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