Lavoro, il “curriculum europeo” non aiuta a trovarlo

  • Condividi questo articolo

Le chiavi giuste per trovare un posto rivelate da esperti e “cacciatori di teste”. Nei prossimi anni saranno ricercati profili di digital marketing manager. Bocciato l’Europass

19 Aprile 2016 | di | Costume - Lavoro

Chi esamina i curricula, lo fa, per ovvi motivi, in dieci, trenta secondi, quello che le aziende definiscono elevator speech, il tempo che intercorre per salire un piano in ascensore. Quindi il curriculum deve apparire semplice, chiaro, d’impatto; ma, soprattutto, deve essere reso unico. E poi non più di una pagina. Per questo è da evitare il modello europeo, l’Europass, perché lungo e ripetitivo. E burocratico: ognuno sembra uguale all’altro. Nessun manager ha il tempo di leggerlo. Quindi di assumerti.

È una delle chiavi per trovare un posto oggi, emerse nel dibattito “ll futuro del lavoro, le nuove competenze e il ruolo dell’università”, tenutosi presso il Tiber campus della John Cabot University (JCU), l’ateneo americano con sede nel cuore di Roma, a Trastevere. Hanno partecipato esperti del settore: Fulvia Filippini, direttore Affari istituzionali di Sanofi Italia (leader nel farmaceutico); il “cacciatore internazionale di teste” Gabriele Ghini, managing director di Transearch (leader nell’executive search); Maria Antonietta Russo, responsabile “People development and new capabilities” di Telecom Italia.

IMG_6825Sono intervenuti il presidente della JCU, professor Franco Pavoncello, e la docente di comunicazione aziendale Michèle Favorite, che ha rivelato: «La scrittura del Cv da noi è addirittura materia d’esame». Chi si ferma è perduto. «Il futuro del lavoro è il cambiamento continuo, per questo vengono richieste sempre nuove competenze. L’Università deve tenerne conto e svolgere un concreto ruolo di ponte fra giovani e mondo occupazionale», ha dichiarato il presidente Pavoncello.

Una recente analisi della McKinsey sostiene che il 40% circa della disoccupazione giovanile italiana sia da addebitare alla mancanza di collegamento tra mondo del lavoro e l’università. Oggi è molto diverso da 5 anni fa, esistono delle figure professionali solo ieri impensabili. E domani sarà ancora differente. «La mancata corrispondenza, il mismatch fra le competenze ricercate dalle aziende e quelle dei giovani neolaureati, è il problema di questo momento, soprattutto in Italia, che ha uno dei tassi di scollamento più alti d’Europa. Risultano sempre più necessarie le cosiddette soft skills, le competenze relazionali e comportamentali, perché il lavoro di oggi, e del futuro, è in team», ha sostenuto Michèle Favorite.

IMG_6850Per Fulvia Filippini «è basilare saper lavorare in team, il leader è colui che aggrega, che motiva e stimola. E visto che i tempi di un unico posto fisso per tutta la vita sono finiti, è fondamentale non avere paura del cambiamento. Importante investire in se stessi, già durante gli studi». «Stiamo assistendo – ha spiegato Gabriele Ghini – alla disruption economy, che non significa distruzione, ma rivoluzione. Lo tsunami digitale sta modificando tutto. Il mondo è sempre più complesso. Si sta passando dal supermanager al superteam. Da solo non ce la fai e devi essere bravo a collaborare, altrimenti nessuno ti darà una posizione. Le nuove modalità di  interazione chiedono addirittura una ridefinizione degli spazi fisici». «È così. Il processo di cambiamento investe anche le università e porta, negli atenei che mantengono uno stretto contatto con le aziende, a realizzare classroom di nuova concezione: noi stiamo innovando in questo senso», ha aggiunto il presidente Franco Pavoncello.

«Le evoluzioni nel mondo digitale stanno profondamente cambiando “i mestieri” con livelli di complessità diversi. I profili professionali diventano piùibridi”, si rompono le strette correlazioni tra titoli di studio e percorsi di carriera: il digital marketing manager – uno dei profili più ricercati nei prossimi anni – può avere anche un background di tipo umanistico: ad esempio un antropologo con specifiche competenze digitali anche in termini di attitudini. Di conseguenza pure le modalità di recruiting evolvono, ponendo maggiore enfasi alla valorizzazione delle digital soft skills. E nei processi di selezione, oltre alla valutazione dei requisiti più tradizionali, diventa sempre più importante rilevare la web reputation», ha commentato Maria Antonietta Russo.

IMG_6855«Non si può studiare all’Università senza, in contemporanea, fare esperienze formative sul campo. Ecco perché il modello anglosassone è vincente. In Italia, mediamente, solo il 30% dei laureati ha fatto esperienza di stage. Tutti gli atenei dovrebbero avere dei centri di collocamento interni, dove far dialogare giovani e aziende. Da noi si chiama “Center for career services”. Periodicamente organizziamo anche dei Career day. L’ultimo s’è svolto il 15 aprile scorso ed erano presenti ben 76 aziende. Secondo gli ultimissimi dati 2016, l’84 per cento dei nostri studenti che ha seguito stage durante il percorso di laurea, è stato poi assunto», ha concluso Michèle Favorite.

 

Leonida Valeri

Foto © JCU

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *