L’era dei grandi leader e la crisi dell’Occidente

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Putin, Xi Jinping ed Erdogan: tre ritratti di uomini che sono giunti a incarnare le aspirazioni dei rispettivi popoli, consolidando posizioni di potere assoluto e incontrastato

19 marzo 2018 | di | in evidenza - Politica

 

Vladimir Putin –

Nessuno nutriva dubbi riguardo la rielezione di Vladimir Putin al Cremlino. Il popolo russo si è espresso in maniera unanime, compattandosi attorno al proprio leader. Una risposta chiara alle critiche della comunità internazionale, sempre pronta a evidenziare le zone d’ombra dell’attuale presidenza, oggi più che mai attenta agli sviluppi della spy story che vede come principale indiziato proprio il Cremlino.

Accuse respinte al mittente e bollate come assurde dallo stesso Putin. Il braccio di ferro fra Londra e Mosca, seguito all’avvelenamento dell’ex spia Sergej Skripal e della figlia Yulia, ha avuto come conseguenza l’espulsione di 23 diplomatici russi. Una misura che ha provocato un’immediata ritorsione, concretizzatasi nell’espulsione di altrettanti diplomatici britannici.

Comunque stiano le cose, ogni attacco esterno contribuisce a consolidare il senso di appartenenza del popolo russo, da sempre votato alla fede in un ideale percepito come superiore, incarnato da una figura carismatica e potente, legato ad una concezione comunitaria dell’esistenza, e lontano dai principi individualistici del mondo occidentale.  Per questo gli appelli dell’oppositore Navalny a disertare il voto è caduto nel vuoto. L’affluenza è cresciuta rispetto alle consultazioni del 2012, mentre Putin si è assicurato addirittura il 76,6% delle preferenze. Accuse di brogli sono naturalmente state sollevate da parte dell’opposizione, ma resta l’evidenza di un dato schiacciante. Il principale sfidante, il comunista Grudinin, si attesta attorno al 12%, mentre il nazionalista Zhirinovskij dovrebbe fermarsi al 6%.

 

Xi Jinping –

Scenari simili in Cina, pur in un contesto differente. Il Congresso del Partito Comunista ha cancellato quasi all’unanimità l’emendamento che limitava a due mandati l’incarico del Presidente. Con questa mossa Xi Jinping si è assicurato una posizione di forza senza precedenti. La deriva personalistica è dietro l’angolo.

Il limite di due mandati era stato introdotto nel 1982 da Deng Xiaoping, al fine di arginare ogni tentazione rivolta a un accentramento del potere nelle mani di un solo uomo. Ricordiamo infatti che la presidenza del Paese spetta al Segretario del Partito Comunista, che allo stesso tempo ricopre la carica di Capo delle Forze Armate.

Il processo di rafforzamento progressivo della posizione di Xi Jinping va di pari passo con la campagna anticorruzione avviata all’interno del Partito, strumento essenziale per una governance più efficace. Ora gli obiettivi sono quelli di espandere ulteriormente la già enorme influenza geopolitica della Cina.

La guerra dei dazi, imposta da Trump proprio contro lo scomodo gigante cinese, appare indicativa del clima che si respira nei rapporti fra le due superpotenze.

 

Tayyp Erdogan –

Altra figura carismatica quella di Erdogan. Dalle origini umili a una leadership assoluta, consolidata dopo il fallito golpe. Anche in questo caso il popolo, sollecitato relativamente a una possibile intrusione di potenze straniere negli affari interni, ha fatto quadrato attorno all’uomo più potente in Turchia dai tempi di Atatürk.

Elemento discriminante rispetto al passato quello religioso. L’impronta laica del Paese sta regredendo, di fronte al rilievo assunto dai valori dell’islamismo. Mai si è stati tanto lontani dall’ingresso, a lungo ventilato ma oggi assolutamente improbabile, del Paese nell’Unione europea.

Il tutto mentre i carri turchi, con l’appoggio dei miliziani arabi e dall’Esercito libero siriano, entrano nella roccaforte di Afrin sottratta ai curdi. Erdogan non fa mistero dei propri obiettivi: espandersi in Siria, con tutti i rischi che questo comporta. A meno di due mesi dall’avvio dell’operazione antiterroristica denominata “ramoscello d’ulivo”, e mai nome è stato più beffardo in una guerra sporca che sa tanto di pulizia etnica, le truppe turche conquistano il primo obiettivo dichiarato. I curdi appaiono allo sbando, abbandonati tanto dagli americani quanto dai russi, ognuno attento a trarre il massimo dalla delicata situazione sul campo, egoisticamente immemori del loro ruolo nella lotta contro l’Isis. Cosa accadrà quando i turchi attaccheranno Manbij, dove è di stanza un piccolo contingente americano, è comunque tutto da vedere.

 

L’Unione europea, l’era dei leader e la crisi delle democrazie

In questi scenari l’Unione europea appare incapace a esprimere una governance virtuosa, che la ponga in primo piano nello scacchiere mondiale.  Le democrazie che la compongono sembrano instabili, sempre più preda degli estremismi e dell’intolleranza. E’ mancata la forza di formare e comprendere la cultura delle nuove generazioni, di seguire le trasformazioni profonde del tessuto sociale. I valori sui quali basavamo le nostre vite appaiono oggi sempre più in discussione. Siamo al tramonto del concetto stesso di democrazia? Un pericolo forse ancora lontano, ma assolutamente da non sottovalutare.

 

Riccardo Cenci

Foto © European Union

 

Immagine in evidenza, Putin, Juncker: © European Union , 2017   /  Source: EC – Audiovisual Service   /   Photo: Etienne Ansotte

Immagine Xi Jinping, Barroso: © European Communities , 2009   /  Source: EC – Audiovisual Service   /   Photo: Christian Lambiotte

Immagine Erdogan, Juncker, Tusk: © European Union , 2017   /  Source: EC – Audiovisual Service   /   Photo: Etienne Ansotte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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