L’idillio perturbante di Robert Walser. Il poeta in bilico sull’abisso della follia

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Cenerentola, Biancaneve e altre fiabe rivivono nella personale declinazione dello scrittore svizzero, insieme ad altri testi inediti in Italia

15 settembre 2018 | di | Cultura - Libri

Hermann «Kaspar si è strangolato! Il famoso Kaspar. […]»

Sebastian «E proprio adesso si strangola?»

Hermann «Non reggeva alla fama.»

Sebastian «Non gli calzava bene?»

Hermann «In certo senso. La portava come il mendicante porterebbe un abito regale. […]»

Questo dialogo, tratto dal volume Komödie (Commedia) di Robert Walser, collezione di testi inediti in Italia appena pubblicato da Adelphi, rappresenta pienamente il carattere schivo del suo autore, la sua idiosincrasia nei confronti dei salotti letterari e dell’immagine del poeta come uomo di successo. L’atto del poetare è, piuttosto, oblio di se stessi, è un ardito atletismo che spinge a tenersi in bilico sul limitare della follia. Il brano sopra riportato appare fra l’altro terribilmente attuale, e potrebbe adattarsi a numerosi divi del nostro recente passato, incapaci a fronteggiare una fama tanto rapida quanto insostenibile.

Una raccolta di brevi dramoletti, perché Walser è a proprio agio nella dimensione ridotta, al di là di ogni ambizione di grandezza. La categoria del piccolo come sinonimo di spontaneità, in opposizione ai falsi valori dell’apparenza. Walser cerca la verità e la salvezza nell’annullamento, nella fuga dai consueti ruoli imposti dalla società. Il suo porsi ai margini è una scelta consapevole e sovversiva, un atto di ribellione muto ma non per questo meno importante.

«Servire è il mio solo piacere», dice Cenerentola nella personalissima declinazione della fiaba offerta dallo scrittore svizzero. Come nel romanzo L’assistente, Walser celebra l’idea del servire quale rinuncia al fardello della libertà, disperata strategia per eludere i meccanismi del potere che stritolano l’individuo. L’angoscia esistenziale sprofonda in tale maniera nell’abisso di quanto è apparentemente insignificante e anonimo.

Walser scardina i tradizionali meccanismi della fiaba con pungente ironia. Il principe di Cenerentola si manifesta in un aspetto desueto, che mal si addice al tempo presente, mentre la protagonista appare invaghita degli ingiusti castighi che le vengono inflitti. In Biancaneve il cacciatore e la sua vittima sono chiamati a ripetere la scena del falso omicidio come se fosse vera, con afflato metateatrale. Rosaspina, la bella addormentata, rimprovera aspramente il principe per averla destata dal suo sonno.

La sottile arte del paradosso, vero pilastro della narrativa walseriana, innerva la giovanile commedia Biancaneve. Gli opposti stridono e non trovano possibilità di conciliazione. Lo scrigno imperfetto della fiaba mostra le sue crepe, il ricamo di odio e amore, di verità e menzogna che lo intesse. Biancaneve anela la morte, alla quale è stata violentemente strappata. Il fragile scioglimento finale porta un ordine solo apparente nell’imperante caos dell’esistenza.

Walser è a proprio agio nel tempo sospeso della fiaba. Una impalpabile levità ammanta i suoi versi. Realtà e apparenza si inseguono come nelle più felici commedie shakespeariane. Dalle sue pagine sembra spirare l’aura dei soavi zefiretti di mozartiana memoria, salvo poi scoprire l’ombra di un vuoto perturbante.

In Lo stagno, uno dei suoi primi pezzi scenici scritto forse in occasione di un compleanno della sorella Fanny, filtra il serioso tema del suicidio attraverso una trama apparentemente futile. Il giovane protagonista minaccia di affogarsi, solo per vedere i propri familiari piangere per lui.

Le Felix szenen compongono una serie di variazioni sul tema adolescenziale. Brevi schizzi estratti da un romanzo mai scritto che offrono innumerevoli spunti di riflessione al lettore attento. Il protagonista al principio ha soli quattro anni, ma è già «un mistero a me stesso».  Finirà per accoltellare una ragazza, spinto da un abbigliamento manchevole, da una iattura che gli fa perdere la testa. «Possiamo in effetti diventare spaventosi se la nostra situazione ci appare spaventosa», scrive Walser spalancando voragini degne di un Kafka che sembrerebbero lontane dal suo mondo poetico.

In Fannullone il far nulla diviene «un mestiere di grandi pretese»; e non è un caso che la sua amata sia una cameriera, maestra nell’arte del servire. Nelle pagine di questo breve testo balena la figura di Eichendorff, «giacchè non sono forse io stesso quella figura poetica, pur essendo un altro?» L’identificazione con lo scrittore tedesco affascina anche Hermann Hesse, grande estimatore di Walser, il quale nel recensire il volumetto Vita di poeta cita appunto il Perdigiorno dello stesso Eichendorff. In entrambi i testi si intravede il sogno di una realtà più bella nei perigliosi abissi dell’esistenza (eppure, nelle pieghe della narrazione, si coglie un tratto disperante che addita ben altri orizzonti). Hesse arriva addirittura a dire che il mondo sarebbe migliore se solo Walser avesse un maggior numero di lettori.

La grandezza del «più nascosto di tutti i poeti», per citare le parole di Elias Canetti, ha avuto un riconoscimento colpevolmente tardivo. Questo volume aggiunge un ulteriore tassello all’enigma Walser. Dal misterioso baule dei microgrammi, lascito immenso e sconvolgente, traspare una sensibilità estenuata, sensazioni che il poeta è costretto ad osservare mentre si dibattono e muoiono «come pesci nella sabbia del linguaggio».

 

Riccardo Cenci

***

Robert Walser

Commedia

Traduzione di Cesare De Marchi

Piccola Biblioteca Adeplhi

pg. 234 – € 14,00

 

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