Lotta all’immigrazione irregolare: si investe su sviluppo Corno d’Africa

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Salvare vite umane, gestire frontiere e movimento di persone, garantire protezione ai vulnerabili intervenendo alla radice dei problemi macro dell’Africa

4 Maggio 2016 | di | Europa - in evidenza - Politica

 

(Post concesso in esclusiva da Eurocomunicazione alla Rappresentanza in Italia della Commissione europea, vedi link)

 

La Commissione europea approva la seconda quota di finanziamenti volti a controllare portata e natura del fenomeno dell’immigrazione irregolare. E’ l’”Emergency Trust Fund for stability and addressing root causes of irregular migration and displaced persons in Africa” inaugurato a novembre 2015 nel corso del summit sulle migrazioni di La Valletta.

Il programma – 117 milioni di dollari per questa fase – si realizza su base regionale al fine di creare fiducia tra gli Stati beneficiari (Global Approach to Migration and Mobility). Intorno al fondo Ue, Stati membri e donatori condividono strategia e priorità per il Corno d’Africa e proprio grazie alla paternità europea, da finanziario il fondo diventa una piattaforma politica di monitoraggio su quei settori altamente sensibili in cui si opera: governo e cambiamenti democratici, processi di pace ecc. Pertanto, la politica estera europea mantiene il proprio profilo investendo laddove incontra l’impegno dei Paesi riceventi ad adottare buone prassi.

La consapevolezza esistente in Europa per l’emergenza cresce di fronte alle tragedie in mare – tante 1.Timmermans-Mogherini-Avramopoulosquelle che non fanno più notizia – e ai numeri dell’immigrazione, i più importanti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Una sintesi dell’impegno europeo potrebbe essere: salvare vite umane, garantire protezione ai vulnerabili (cresce il numero dei richiedenti protezione), gestire frontiere e movimento di persone. Se le iniziative europee sui punti di frontiera e attuate congiuntamente alle forze di sicurezza locali (missioni di contrasto al traffico di persone EU-Sahel-Niger, EU Sahel-Mali) hanno riscontri immediati, dalle azioni intraprese con programmi come Emergency Trust Fund per l’Africa sono attesi risultati nel lungo periodo. La strategia europea è “curare il malessere laddove esso è radicato”: conflitti e povertà, disuguaglianze e negazione dei diritti alla base dell’emancipazione della persona umana.

Se il termine non sarà immediato, una valutazione precederà l’azione. Sebbene sia opinione comune che le migrazioni investono anzitutto l’Europa, i dati reali ci mostrano un altro panorama; la maggior parte delle migrazioni di cittadini africani si consuma all’interno dello stesso continente Africa. Sono oltre 8 milioni i migranti interni alla sola Africa Occidentale, solo per fare un esempio. La violenza generalizzata che si consuma in queste “transizioni” resta il più delle volte silente perché generata dai conflitti interstatali o asimmetrici (non tra Stati). Sono le ostilità più cruente, quanto a effetti devastanti su persone e territori, e si giocano su vari sottolivelli di affiliazione creando confusione sugli attori. In tre anni sono aumentati da 388 a 424 e oltre l’85% dei migranti provengono proprio da Paesi in Via di Sviluppo e gran parte di essi sono sfollati interni e famiglie separate in cerca di rifugio nei Paesi limitrofi. Nove rifugiati su dieci provengono da zone economicamente meno sviluppate colpite da desertificazioni-inondazioni e sono vittime di espropriazioni terriere o di speculazioni di varia natura.

1Programmi pilota come questo a beneficio del Corno d’Africa si rifanno ai precedenti Middle East Regional Development and Protection Programmes verso i rifugiati dalla Siria e dall’Iraq.

L’Emergency Trust Fund per l’Africa promuove la cooperazione esterna, il dialogo politico, lo scambio di esperienze (Capacity-Building) con la società civile e le istituzioni locali per lavorare su temi che garantiscono lo sviluppo umano.

Il continente africano deve fare i conti con problemi macro come sfida demografica, disastri ambientali, povertà estrema, tensioni interne e corruzione pubblica che contribuiscono a generare un mix sempre potenzialmente esplosivo di conflitti interni e internazionali. A farne le spese è la popolazione, le fasce più vulnerabili (si pensi ai bambini soldato) esposta alla criminalità comune, al terrorismo (Nigeria, Pakistan e Iraq i Paesi più colpiti), al radicalismo interno, alla migrazione e allo sfruttamento. E’ qui che le azioni promosse dall’Europa trovano ragion d’essere e si concretizzano con intenti e progetti di cooperazione con Sahel, Corno d’Africa, Golfo di Guinea.

Delle tre rotte interessate dai flussi migratori; Balcani, Mediterraneo meridionale e centro-orientale, i migranti dall’Africa sub sahariana percorrono quest’ultima: il 20% proviene dall’Eritrea, il 12% dalla Somalia e un 10% dalla Siria. I cambiamenti nella composizione per nazionalità di quanti percorrono questa rotta sono certamente un effetto delle reazioni degli Stati che hanno chiuso le frontiere ad est dell’Europa ma sono anche – e non deve sorprendere – un esito della capacità dei trafficanti di ripensare le rotte al fine di sfuggire alla sorveglianza europea sulle frontiere e in mare.

Dove e come interviene l’Europa. In Libia, principale punto di raccolta di migranti diretti in Europa e provenienti dall’area sub sahariana, di concerto con l’Onu, l’Ue è coinvolta nel dialogo politico a sostegno del governo di unità nazionale, pur continuando a provvedere all’assistenza umanitaria. In Niger, uno tra i Paesi più poveri al mondo e punto di passaggio dei migranti diretti in Libia, l’Ue lancia progetti per la sicurezza come fa pure nel Sahel appoggiando sia il processo politico maliano, sia quello di pacificazione con i gruppi armati nel nord. Proprio in Niger e in Mali l’Europa è impegnata nell’addestramento delle forze armate contro i trafficanti di uomini.

2In Nigeria, per l’Ue l’intervento si fa più delicato perché il Paese è la principale risorsa di immigrazione irregolare destinata in Europa coinvolgendo altri Paesi come Ciad, Cameron, Repubblica Centrafricana e ancora Niger. La presenza di Boko Haram crea un vuoto d’intervento tra le possibilità dell’Europa. In Somalia e in Eritrea, l’Unione europea tenta di contenere i flussi di migranti verso Etiopia e Sudan attraverso interventi di dialogo politico ed economico. Il primo Paese ha subito una dipartita di massa della popolazione a causa della leva obbligatoria estesa, mentre l’Eritrea è un Paese segnato dalla totale assenza di prospettive economiche.

Centrale nella strategia geopolitica europea è il Sud Sudan con oltre 2 milioni di persone che hanno abbandonato il Paese. Se da un lato è inestimabile l’intervento umanitario europeo negli anni della crisi, dall’altro le istituzioni comunitarie sono in prima linea nel monitorare l’osservanza della fine delle ostilità attraverso l’azione dell’autorità intergovernativa.

Pur non rientrando nella geografia del Corno d’Africa, è rilevante l’impatto che la situazione nello Yemen ha sulle spinte migratorie dai Paesi africani. Qui si rifugiano numerosi migranti (il 95% sono somali) e per questo l’Europa prende parte al processo internazionale sulla crisi politica di Sana’a.

Probabilmente gli europei non gradiranno un coinvolgimento di questa portata da parte delle istituzioni unionali nella risoluzione dei problemi interni al Corno d’Africa. L’Europa invece interviene perché ha ben costatato la relazione e gli effetti dell’instabilità africana sui propri equilibri. Ed è innegabile affermare che, sin dal momento in cui l’Ue lancia le sue azioni a favore del Corno d’Africa, ne condivide pure i problemi.

 

Elisa Gennaro

Foto © IOM (apertura), Ec Audiovisual 

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