L’universo onirico e barocco di Alejandro Jodorowsky

  • Condividi questo articolo

Nel suo ultimo film, “Poesia sin fin”, il regista e scrittore cileno, naturalizzato francese, declina la propria autobiografia in maniera del tutto personale

8 maggio 2018 | di | Cinema - Cultura

Alejandro Jodorowsky, icona della cultura lisergica, esoterica e misterica degli anni Settanta, ha sempre creduto nel potere della parola poetica quale mezzo per giungere alla verità. Poesia sin fin, nuovo tassello filmico della sua immersione autobiografica iniziata con La danza de la realidad e in attesa di un ultimo, conclusivo capitolo, è un grande inno alla libertà e al potere della fantasia. Un universo onirico si è schiuso di fronte agli occhi del pubblico romano, in occasione del Festival del Cinema Spagnolo ospitato, come ogni anno, dal Cinema Farnese.

Dopo aver narrato la propria infanzia, il regista prosegue nella peculiare declinazione della propria autobiografia. Quando il giovane artista, in compagnia del poeta Enrique Lihn, dipinge di nero la statua di Pablo Neruda, sancisce la propria ribellione nei confronti del mondo dei padri. Non a caso la sua predilezione va a Nicanor Parra, antipoeta intriso di vita vissuta. Neruda è un Dio, ma inattingibile e distante. L’antipoesia di Parra, nel suo rifiutare ogni registro alto per calarsi nel lerciume del quotidiano, sfugge a qualsiasi gabbia definitoria. È di volta in volta una tempesta in un bicchier d’acqua, o uno schiaffo nei confronti del mondo accademico e delle società degli scrittori (Parra fu candidato al Nobel svariate volte, ma non lo vinse mai). Prediletto da Roberto Bolaño, diviene simbolo del potere liberatorio della poesia.

Negli anni Cinquanta, Santiago del Cile è una città caotica e violenta, abitata da persone prive di individualità, non a caso coperte da maschere inespressive. Il giovane Jodorowsky lotta per sciogliersi dalle catene di un padre padrone, che lo vorrebbe medico. Si comprende come anche la madre, la quale si esprime cantando a simboleggiare il sogno infranto di una carriera nell’ambito dell’opera lirica, sia stata schiacciata dalla sua personalità tirannica. L’opzione musicale, il violino che questa gli consegna, non risulta praticabile. La custodia somiglia troppo a una piccola bara (e ancora riscontriamo un’immagine derivata da Parra). Lo strumento finisce bruciato, con buona pace della povera genitrice. La liberazione potrà avvenire solo per il tramite della poesia.

La scelta poetica è una sfida nei confronti di una mentalità che giudica lo scrittore come un essere debole, persino deviato dal punto di vista sessuale, una rivendicazione dell’autenticità del proprio io. La figura del padre, con la sua crudeltà di commerciante sempre pronto a umiliare i poveri e i bisognosi, è antitetica a quella del figlio. Quest’ultimo interrompe i propri legami con il gretto universo familiare tagliando materialmente l’albero che si trova nel giardino, come a dire che ogni radice è stata definitivamente recisa. D’ora in avanti la sua vita prenderà un indirizzo esclusivamente creativo, lontano dalla mentalità borghese.

La sfrenata immaginazione di Jodorowsky confeziona un mondo altro, a tratti debitore nei confronti dell’immaginario circense felliniano. Il poeta vive le sue prime esperienze all’interno di una comune abitata da artisti assolutamente folli, fra i quali un pianista che fa a pezzi il proprio strumento, una ballerina che volteggia ininterrottamente sulle punte, e altri esemplari di un repertorio inesauribile. L’incontenibile poetessa Silvia Diaz, con i capelli fiammeggianti e i seni prorompenti, sembra partorita dalla fervida fantasia del regista riminese. Toccherà a lei iniziare il protagonista ai piaceri del sesso e alla precarietà della vita bohèmienne. Anche l’impronta di Kubrik si manifesta, ad esempio nelle decorazioni falliche del bar malfamato, nel quale i due vengono coinvolti in una rissa.

L’autore di film mitici come El topo e La montagna sacra ha mantenuto la propria predilezione per gli ultimi, per i cosiddetti freaks, storpi, nani e mutilati (caratteristica che lo accomuna al primo Werner Herzog). Un’atmosfera grottesca e allucinata domina la narrazione. Ne scaturisce un film discontinuo, a tratti folgorante nell’invenzione, sovrabbondante nell’esposizione.

Importante è anche il fatto che il giovane Jodorowsky sia interpretato dal figlio Adan, secondo una impostazione cara al regista. Già ne El topo, infatti, il bambino dell’incipit era il suo primogenito. Lo stesso Jodorowsky compare nella narrazione, riannodando i fili della fantasia e del sogno con quelli dell’esistenza concreta.

Nel finale si scatena una ridda carnascialesca dal gusto infernale. Il protagonista interroga la propria immagine allo specchio, in abiti da malinconico Pierrot che ricordano il film di Marcel Carné Les enfants du paradis, del resto esplicitamente citato in una scena. Il problema identitario appare qui centrale. L’interrogarsi sulle domande essenziali, la paura di svanire senza lasciare traccia. Lo specchio si infrange. L’immagine appare frammentata e rotta in innumerevoli schegge.

Giunto all’età senile, Jodorowsky ha smussato un poco la propria crudeltà in direzione prettamente poetica. In tal senso riscrive l’addio col padre, non più rivisto, immaginando una riconciliazione mai avvenuta. La finzione filmica filtra la realtà attraverso un gesto simbolico. Il giovane artista abbandona il Cile per recarsi a Parigi, dove parteciperà all’esperienza surrealista. Ma questa è già materia per un prossimo film.

Quando la casa paterna brucia, e con essa il denaro accumulato dal gretto genitore, il distacco dal passato viene sancito definitivamente. Solo dalle ceneri potrà sorgere un uomo nuovo, capace di allontanarsi da tutto e da tutti. Una barca sparisce a poco a poco all’orizzonte mentre un demone, non immemore delle visioni di Wim Wenders, agita le proprie ali a simboleggiare l’effimero alito dell’esistenza.

 

Riccardo Cenci

 

  • Condividi questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *