Macedonia: schiacciante “sì” al referendum, ma niente quorum

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Ue conferma sostegno, così come Nato. Ma l’accordo con la Grecia per il cambio del nome deve ora essere approvato dai 2/3 del Parlamento

1 ottobre 2018 | di | Attualità - Europa - Politica

I cittadini dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia sono stati chiamati alle urne ieri, domenica 30 settembre, per esprimersi sul referendum volto a confermare lo “storico” accordo con la Grecia sul nuovo nome del Paese. Macedonia del Nord il nome costituzionale proposto per lo Stato balcanico, in base a quanto previsto dall’accordo siglato sulle rive del lago di Prespa il 17 giugno dai governi di Skopje e Atene, come documentato dalla foto di apertura.

Ebbene quello che doveva essere un compromesso “dignitoso”, che chiudeva una disputa durata 27 anni, dal momento dell’indipendenza dell’ex repubblica jugoslava riconosciuta dalla Grecia e da molti Paesi della comunità internazionale – tra cui l’Italia – con l’acronimo inglese Fyrom (ovvero “Former Yugoslav Republic of Macedonia“), rischia di saltare per il voto non espresso dalla maggior parte dei cittadini.

La commissione elettorale ha diffuso oggi i risultati finali del referendum consultivo svoltosi ieri: dopo lo spoglio del 100% delle schede l’affluenza alle urne è risultata del 36,91%, molto al di sotto del 50% più uno necessario per dare validità alla consultazione. I sì al quesito referendario (Sei favorevole all’adesione a Ue e Nato, accettando l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Repubblica di Grecia?) sono stati il 91,46% dei voti espressi, i no il 5,65%. I voti non validi sono stati i 2,89%.

Il segretario generale Nato Jens Stoltenberg (a destra) e il primo ministro della Repubblica di Macedonia Zoran Zaev

I fautori del referendum hanno più volte ricordato come già nel 1991 i cittadini votarono per l’indipendenza del Paese nella speranza di entrare a fare parte della Nato e dell’Unione europea. L’accordo sul nome tra Skopje e Atene è stato fortemente sostenuto dalla comunità internazionale, con diversi leader mondiali che si sono recati in visita ufficiale nella capitale macedone prima del voto: tra questi il segretario generale Nato Jens Stoltenberg, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il segretario di Stato Usa alla Difesa James Mattis e l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini.

Soprattutto il commissario Ue all’Allargamento Johannes Hahn è stato molto esplicito riguardo l’importanza della scelta della giornata di ieri, affermando nei giorni scorsi che in caso di vittoria del “No” al referendum del 30 settembre il Paese balcanico rischiava di vedere bloccato “per decenni” il cammino di integrazione euro-atlantica. Ma come avvenuto per la Brexit forse tutto questo sostegno ha finito per nuocere alle intenzioni del premier Zoran Zaev.

                       Gjorge Ivanov

Contrario all’accordo sul nome, pur essendo favorevole all’integrazione europea e del patto atlantico, è stato invece il capo dello Stato macedone Gjorge Ivanov, il quale dopo aver rifiutato di promulgare l’intesa di Prespa in seguito alla ratifica in Parlamento ha dichiarato esplicitamente che non si sarebbe recato alle urne in quanto il Paese merita l’adesione alla Nato e all’Ue senza dover però accettare “un accordo dannoso” per l’identità nazionale, visto che l’accordo prevede la rinuncia al nome costituzionale diRepubblica di Macedonia“, ritenuto da Atene un’usurpazione della storia e della cultura della sua omonima regione settentrionale con capoluogo Salonicco.

«La stragrande maggioranza di coloro che hanno esercitato il proprio diritto di voto ha votato sì all’accordo» con la Grecia per il cambiamento del nome e “al percorso europeo”, «è un’opportunità storica per far avanzare il Paese verso l’Ue»: questo il commento dell’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini e del commissario europeo all’Allargamento Johannes Hahn, all’indomani del referendum in Macedonia, contraddistinto dalla bassa affluenza. Per le modifiche costituzionali previste dall’accordo si rende ora necessaria la maggioranza dei due terzi in Parlamento, per ratificare l’accordo firmato a giugno dal premier macedone Zoran Zaev e da quello greco Alexis Tsipras.

                      Hristijan Mickoski

C’è bisogno di una maggioranza dei due terzi in Parlamento e ai partiti di maggioranza (la socialdemocratica Sdsm con il sostegno dei partiti della minoranza albanese) mancano 11 eletti. Il leader dell’opposizione di destra (Vmro-Dpmne), Hristijan Mickoski, sostiene che il referendum (che era solo consultivo, ndr) non sia valido – vista la scarsa partecipazione – e sarà difficile convincere lo stesso numero dei deputati del suo partito, per quanto questa formazione sia divisa. Il suo vicepresidente infatti, Mitko Janchev, ha partecipato alla consultazione elettorale. Se Zaev non riuscirà a ottenere la maggioranza necessaria in Parlamento, dovrà forzatamente convocare elezioni anticipate a novembre.

Ma non è tutto. Il leader dei Greci indipendenti (Anel), partito partner di minoranza della coalizione di governo a guida Syriza, ha sempre ribadito nelle ultime settimane la sua contrarietà ad un eventuale ratifica da parte del parlamento di Atene all’accordo sul nome raggiunto dai governi di Grecia e Fyrom. Stando a quanto emerso dalle posizioni dei partiti politici greci, l’accordo di Prespa può rappresentare un motivo valido per la rottura dell’accordo di coalizione, con conseguenti elezioni anticipate anche in Grecia. Anche il principale partito di opposizione in Grecia, Nuova democrazia (Nd), ha reso noto in una dichiarazione che intende contrastare l’attuazione del “dannoso” accordo sul nome tra i governi di Atene e Skopje. L’opposizione nei due Stati sembra compattarsi quindi contro la volontà dei governi di Skopje e Atene, sostenuti invece dalla comunità internazionale.

 

Elodie Dubois

Foto © Euronews, Nato,

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