Mario Sironi: pittore tragico e oscuro

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Il Vittoriano prosegue nel suo percorso attraverso l’arte italiana del XX secolo

5 Ottobre 2014 | di | Arte - Cultura

 

Il mondo di Mario Sironi è oscuro, monocromo e opprimente. Dalla classicità prende solo il tono tragico, mentre evita qualsiasi evasione apollinea. La sua adesione al fascismo, causa di un’ostilità critica persistente, ammanta l’oratoria dittatoriale di vesti funeree, quasi presaghe della imminente caduta. Il suo legame con il regime è indubbio. Nel suo slancio utopico, Sironi aspirava al recupero di quelli che a suo avviso erano gli autentici valori della cultura italica, basati sulla più austera moralità e sulla civiltà del lavoro.

Nel 1944 Arturo Martini così definiva le contraddizioni della sua personalità: «credeva di essere fascista, invece era di animo bolscevico e quasi abissale». Eppure Sironi non rinnegò mai il suo passato. Piuttosto che abiurare preferì chiudersi in una tomba oscura, rifugiandosi in una sorta di romitorio con la sola compagnia delle sue opere. Parlava poco, quasi avesse fatto voto di silenzio. In compenso amava ascoltare racconti su quella Roma la cui grandiosità aveva tanto amato. La sua figura pare quella di un sopravvissuto a un’immane catastrofe, e infatti deve la sua vita a Gianni Rodari, il quale faceva parte della squadra di partigiani che lo aveva fermato e che, probabilmente, senza l’intervento dello scrittore lo avrebbe fucilato.

5-LÔÇÖArchitettoL’immensa mole bianca del Complesso del Vittoriano è il luogo più adatto ad inscenare l’arte monumentale di Mario Sironi. La curatrice Elena Pontiggia costruisce un percorso costellato di documenti, carteggi, bozzetti e forme, quasi ad inserire l’artista in un contesto vivo, scrollandogli di dosso le incrostazioni del tempo. La sua opera, pur ammantata da un grigiore nebbioso e da un’ansia esistenziale costanti, si nutre ampiamente dei fervori novecenteschi. In gioventù assorbe atmosfere simboliste, aderisce al futurismo, soggiace al fascino delle sirene metafisiche. Eppure resta sempre se stesso, un uomo oppresso dalla fatica del vivere.

Le utopie del fascismo lo trascinano in imprese colossali. Anche i suoi lavori più maestosi non appaiono unicamente propagandistici, ma esprimono un’austerità fatale. Desolate e prive di speranza le sue periferie, deserte e misteriose, per nulla pregne di quella vicinanza agli umili, pur venata di intellettualismo, che caratterizza ad esempio la cinematografia e la scrittura di Pasolini.

Nato a Sassari nel 1885, trasferito a Milano dove morì nel 1961, Sironi si considerò sempre un artista romano. La mostra suggerisce percorsi esterni al visitatore curioso, dall’affresco per l’Aula Magna dell’Università la Sapienza alla vetrata del Palazzo dell’Industria, a sottolineare la solidità del suo rapporto con la capitale. Tragica la sua vicenda biografica. Il suicidio della figlia diciottenne lo spinge nella depressione più nera, aggravata dal fallimento di tutte le sue convinzioni. Eppure oggi, sgombrato il campo dai pregiudizi ideologici, possiamo guardare con serenità a questo artista tragico e possente, a volte monotono e aspro, comunque importante per indagare gli abissi della nostra storia.

Riccardo Cenci

 

Mario Sironi (1885-1961)

Roma, Complesso del Vittoriano

4 ottobre 2014 – 8 febbraio 2015

Orari: dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30 / venerdì e sabato 9.30 – 22.00 / domenica 9.30 – 20.30

Biglietti: intero € 12,00 ridotto € 9,00

Catalogo: Skira

Organizzazione generale: Comunicare Organizzando

 

Foto:

La famiglia

1927-1928, olio su tela, cm 73×97

Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale

©Roma Capitale

 

L’architetto

1922-23, olio su tela, cm 87×75

Collezione privata

 

 

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