Migranti, l’ora dello scontro istituzionale comunitario

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Il presidente del consiglio europeo propone il superamento delle quote, ricalcando la posizione Visegrad. Per la Commissione e la maggior parte degli Stati «è inaccettabile»

12 dicembre 2017 | di | Attualità - Europa - in evidenza - Politica

Altro che solidarietà tra i principi fondativi dell’Unione europea. Nelle ultime ore la posizione degli Stati più rigidi sulle quote obbligatorie per i ricollocamenti dei richiedenti asilo, ovvero i Paesi del Gruppo di Visegrad + 1 (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria più l’Austria) è stata fatta propria a sorpresa dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Come si evinceva dalla bozza di una lettera da inviare ai capi di Stato e di governo dei Ventotto, per guidare la discussione della cena al summit di giovedì, in cui implicitamente suggerisce di abbandonare il meccanismo previsto dalla proposta della Commissione europea, perché «divisivo» e «inefficaci».

          Dimitris Avramopoulos

Una posizione che ha fatto insorgere diversi Paesi membri, dall’Italia alla Germania, dai Paesi Bassi alla Spagna, così come l’esecutivo comunitario, che per bocca del commissario alla Migrazione Dimitris Avramopoulos ha definito il documento «anti-europeo», «inaccettabile», una picconata appunto al principio di solidarietà. Le reazioni sono state così veementi da costringere, in serata, un ammorbidimento nel linguaggio della lettera, poi pubblicata ufficialmente.

Intanto la presidenza ungherese dei Visegrad, da sempre contrari alle relocation – tanto che tre di questi, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, sono stati di recente deferiti alla Corte Ue per non aver rispettato i propri obblighiha organizzato un incontro pre-vertice tra i quattro leader, il premier italiano Paolo Gentiloni e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per annunciare un “sostanziale” contributo al Fondo fiduciario per l’Africa. Il loro modo di dimostrare solidarietà e mostrare un ramoscello d’ulivo.
Ma sullo sfondo restano le proteste partite lunedì pomeriggio, quando alla riunione coi funzionari Ue, i rappresentanti di varie cancellerie, hanno preso la parola per sottolineare come il senso della lettera di Tusk sulle quote fosse «contro il Consiglio e la Corte di Giustizia Ue».

Il Consiglio europeo le quote le aveva votate a maggioranza qualificata due anni fa; mentre la Corte di giustizia, alcuni mesi fa aveva giudicato il sistema adeguato ad affrontare le situazioni di crisi, avallando la proposta della Commissione europea per la riforma del regolamento di Dublino, e bocciando i ricorsi di Slovacchia e Ungheria. Ma è alla riunione di lunedì che si sono avute frizioni impreviste tra il braccio destro di Tusk, Piotr Serafin, e quello di Juncker, Martin Selmayr. Un vero e proprio scontro politico tra istituzioni Ue, col tentativo del predicente del Consiglio Ue di marginalizzare il ruolo della Commissione, avocando a sè, tra l’altro, l’iniziativa di proporre “la strada da seguire”, se per giugno 2018 i Paesi non avranno trovato una “soluzione consensuale” sulla riforma di Dublino.

Da ribadire la sorpresa nell’apprendere la nuova visione di Tusk, sostenuta solo dai Visegrad, tra cui la “sua” Polonia che fu l’unica a opporsi alla sua rielezione. Segno che il cambio di governo di Varsavia (che ha silurato la premier Szydlo per Morawiecki) sia servito anche per riallacciare i rapporti con l’esponente europeo di punta a livello mondiale per il Paese dell’Est. C’è anche da sottolineare come la reazione di protesta di numerosi ministri al consiglio Affari generali di oggi (quello di preparazione al vertice del 15-16), fra cui il sottosegretario italiano agli Affari europei Sandro Gozi, ha costretto il gabinetto del presidente del Consiglio europeo ha fare decisi passi indietro, apportando significative modifiche al testo.

 

 

Ana Lovretin

Foto © European Union

 

 

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