Montevetrano, il vino mito che viene da lontano

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Cabernet Sauvignon, Aglianico e Merlot, tre vitigni che rappresentano la bussola per la tenuta di San Cipriano Picentino. “Sassicaia del Sud Italia” secondo Robert Parker

20 Maggio 2019 | di | Enogastronomia

L’amore di Silvia Imparato per il vino nasce da lontano, a Roma, nelle sale dell’Enoteca Roffi Isabelli in Via della Croce, una strada che sfocia su Piazza di Spagna, dove un gruppo di amici si riunisce a metà degli anni Ottanta del secolo scorso per parlare di vino, di vitigni, della Borgogna, e degustarli per il piacere di bere vino di qualità. È un cenacolo di giovani che vogliono far parlare di vino in Italia, diffondere la cultura del vino. Ci si riunisce in Enoteca come gli scrittori, i pittori, si riunivano al Caffè Greco in Via Condotti.

Nel cenacolo del vino, che si riunisce ogni giovedì sera, ci sono giovani che presto scaleranno le vette dell’enologia italiana ed epigoni di Luigi Veronelli che fonderanno da lì a poco il Gambero Rosso (Daniele Cernilli). E una giovane donna che attraversa il mondo con la macchina fotografica, con uno studio fotografico nei pressi dell’enoteca.

Posso fare vino in una piccola tenuta di famiglia a San Cipriano Picentino in provincia di Salerno? La signora con la macchina fotografica lo chiede a Renzo Cotarella, uno del cenacolo e allora direttore del Castello della Sala, la dependance umbra dei Marchesi Antinori, che la mette in contatto con il fratello Riccardo, che faceva il consulente per alcune cantine nell’orvietano. È un amore che si sviluppa lungo la direttrice Roma-Salerno, tanto che Silvia abbandona lo studio fotografico e si insedia in quella porzione di territorio a 16 chilometri dal mare. «I due vivono ancora quasi in simbiosi» scrive Daniele Cernilli nel suo “I racconti (e i consigli) del Doctrwine”.

Cabernet Sauvignon, Aglianico e Merlot, tre vitigni che rappresentano la bussola per la tenuta di San Cipriano Picentino (5 ettari vitati), che si nutrono di quel terreno, con confini segnati da cespugli di more e rose antiche, con un alito di vento che viene dal mare.

Dall’incontro e all’ombra di un antico Castello medievale nel Sud dell’Italia nasce il Montevetrano che segnò la svolta di Silvia e Riccardo. «Sono diventato famoso con un vino salernitano e uno di Montefiascone, non con un Supertuscan» ha dichiarato Riccardo Cotarella.

La prima uscita con la vendemmia del 1991, in poche centinaia di bottiglie e sul mercato nel 1993. «Sembrava uno scherzo, quasi un gioco fra amici, invece significò la nascita di uno fra i migliori vini del Sud Italia e l’avvio della folgorante carriera di un enologo assai noto nel mondo». (Cernilli)

                    Silvia Imparato

La consacrazione avviene con l’intervento su Wine Advocate di Robert Parker – il wine writer che ha rivoluzionato la storia della critica enoica – al quale Silvia Imparato aveva inviato le annate 1991, 1992, 1993, che definisce il Montevetrano «Sassicaia del Sud Italia», e con i premi delle guide dei vini che si susseguono anno dopo anno, in questi venticinque anni di produzione di un vino soltanto, di quel vino campano di cui nessuno aveva mai sentito parlare sino a diventare un mito.

Oggi delle quasi 25.000 bottiglie prodotte, il Montevetrano raggiunge per il 50% il mercato italiano e 50% quello internazionale (Inghilterra, Germania, Svizzera, Spagma, Stati Uniti, Giappone e ancora, volutamente, poche in Cina). Con una richiesta sempre più forte.

Una verticale di Montevetrano con le annate 2005, 2007, 2009, 2011, 2012, 2013 e i due nuovi arrivati Core bianco (prima uscita 2015) e Core rosso (prima uscita 2011) si è svolta nelle sale dell’Associazione Italiana Sommelier, a Roma, con la presenza di Silvia Imparato che ha voluto presentarci la sua creatura, accompagnata nella degustazione-racconto da Paolo Tamagnini dell’AIS, unitamente ai due nuovi vini Core Bianco 2017 e Core Rosso 2016, le cui produzioni annue sono 20.000 bottiglie e 40.000 bottiglie.

Fra le sei annate presentate il 2011, quasi perfetto nella sua linearità con lo stile che ha voluto l’ex fotografa (“la finezza dei tannini quindi un vino elegante”), e il 2005 sono risultati quelli che si pongono al di sopra, senza nulla togliere agli altri che si mettono sulla linea dello straordinario.

Il 2011 è un vino da “aromaterapia” (copyright Tamagnini), un annata impareggiabile, con un rubino che volge al granato, in bocca è pieno e di grande personalità. Potente, infinito, ha ancora qualcosa da dire negli anni per emozionarci. Del resto il Montevetrano è un vino di grande invecchiamento.

Il 2005, «che io amo moltissimo» sottolinea Silvia Imparato, è un’annata difficile che tuttavia si esprime con eleganza, con sensazioni floreali in cui predominano note speziate di pepe e balsamiche, di cioccolato ben distribuito.

 

Enzo Di Giacomo

Foto © Enzo Di Giacomo

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One thought on “Montevetrano, il vino mito che viene da lontano

  1. Una persona splendida, trasparente, che ha messo sé stessa, con le esperienze di una vita ricca, mai banale, nella sua filosofia produttiva.
    La diversità, non soltanto nelle annate produttive, è una ricchezza da apprezzare e di cui far tesoro e…, per la lettura dei suoi nettari, guida l’enoappassionato attraverso il racconto dell’andamento stagionale produttivo. Nel Montevetrano
    si ritrova il triangolo virtuoso di terroir, vitigno, uomo in cui quest’ultimo apice è rappresentato dalla forte personalità di una “piccola” donna e dalla tenacia del suo “folle” progetto di produrre, ormai da 20 anni, il “Sassicaia del Sud”

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