Navi Sophia, si preme per altri porti di sbarco oltre al Belpaese

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Domani ministeriale Difesa con Trenta ed Esteri formato Gymnich con Moavero, anche migranti in agenda. Nuovo altolà Ue all’Italia da Oettinger, Avramopoulos e Macron

29 agosto 2018 | di | Europa - in evidenza - Politica

Si tira dritto sulla modifica delle regole di ingaggio sui porti per lo sbarco dei migranti salvati dalle navi della missione EunavForMed Sophia, attualmente solo in Italia, ma che il Belpaese vorrebbe estendere nel resto d’Europa, in particolare alla zona del Mediterraneo occidentale. La posizione italiana è stata messa a punto in stretto coordinamento tra i ministeri di Esteri, Difesa e Interni in vista delle riunioni del Comitato Politico e di Sicurezza (COPS) tenutesi a Bruxelles nelle ultime settimane (anche ieri). L’Austria, presidente di turno dell’Ue, avanza sul progetto della “fortezza Europa”, puntando a blindare le frontiere esterne, col supporto militare a Frontex, per contenere i fenomeni migratori.

Sullo sfondo da guerra totale tra Roma e Bruxelles, sostenuta dalle bordate di Parigi, di cui parleremo poi. Il lavoro dei ministri della Difesa europei, dopo la pausa estiva, riparte dalla due giorni di confronto a Vienna, che entra nel vivo domani, ospitata dall’Austria che detiene la presidenza di turno. La priorità resta il dossier migrazione, campo di battaglie con ricadute politiche a cascata. Nonostante le resistenze dei 27 partner, registrate alle riunioni degli ambasciatori del COPS, il governo giallo-verde insiste sulla necessità di cambiare il piano operativo di Sophia a breve. Sarà prima il ministro della Difesa Elisabetta Trenta a tentare la mediazione, con una proposta per una “rotazione” dei porti di sbarco.

«Chi ci ha preceduto aveva fatto in modo che tutti i migranti soccorsi venissero portati in Italia. Un principio inaccettabile, che vogliamo rivedere», ha avvertito, dettagliando le possibili soluzioni. «Domani la questione passerà all’Unione» se rifiuterà, «negherà i suoi stessi principi fondamentali». Dopo la riunione dei ministri della Difesa, sarà la volta di quelli degli Esteri, con il titolare della Farnesina Enzo Moavero che sarà a Vienna per la riunione informale dei ministri degli Esteri dei Paesi Ue, il cosiddetto formato Gymnich, per ribadire la necessità di individuare «un meccanismo di identificazione di un certo numero di porti di sbarco in vari Paesi europei», gestito «da una cellula di coordinamento, da istituire a Bruxelles o altrove» per avere il sostegno, anche finanziario, dell’Unione europea.

Ma mentre l’Italia gioca la sua partita, anche l’Austria spinge sulla sua strategia. Il presidente di turno, il ministro Mario Kunasek (ultradestra del Fpoe), presenterà un documento con cui sollecita affinché i militari dei Paesi europei siano impiegati a supporto di Frontex (sotto guida civile), per logistica, trasporto, e ricognizioni, ma in casi particolari, anche in operazioni di controllo delle frontiere esterne, per contenere i flussi migratori. Un concetto già elaborato dal suo predecessore, il socialdemocratico Hans Peter Doskozil, quello stesso ministro che nel luglio 2017, annunciò di aver fatto arrivare quattro mezzi corazzati Pandur delle Forze armate, al Brennero, facendo salire la tensione con Roma alle stelle. Un’ipotesi, che all’epoca fu accantonata, ma che solo un anno più tardi, potrebbe trovare terreno fertile in Europa.

Alla riunione a Vienna parteciperanno, oltre ai capi della diplomazia dei Ventotto, anche i colleghi dei Paesi che aspirano a entrare nel consesso europeo (Albania, Serbia, Montenegro, Ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Turchia), insieme al commissario europeo per l’allargamento, Johannes Hahn, David McAllister, alla guida della Commissione Affari Esteri dell’Europarlamento, e Leonardo Schiavo, direttore generale del Consiglio dell’Ue. Ad aprire i lavori saranno la ministra degli Esteri austriaca, Karin Kneissl, e l’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Federica Mogherini. L’agenda di Moavero a Vienna prevede anche un importante appuntamento giovedì mattina, quando il ministro prenderà la parola davanti al Consiglio Permanente dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), di cui l’Italia detiene la presidenza di turno. Sarà l’occasione per fare il punto sulle attività svolte e quelle in programma nei prossimi mesi. Venerdì, invece, il titolare della Farnesina parteciperà a una colazione con i Paesi che aspirano a entrare nell’Ue, i Balcani occidentali e la Turchia.

                    Günther Oettinger

Le istituzioni a Bruxelles, intanto, non arretrano di un millimetro dalla linea rossa tracciata davanti alle minacce di Roma, e lanciano un nuovo altolà: le regole si rispettano e i contributi al bilancio europeo si versano, o scatteranno “penalità”. Ma con l’Italia è ormai un muro contro muro: il vicepremier Luigi Di Maio, nell’ennesimo botta e risposta, liquida gli avvertimenti del commissario Ue al bilancio Günther Oettinger accusandolo di “ipocrisia” e tiene il punto: «La nostra posizione sul veto al bilancio resta». Avvertendo che se l’Italia sarà vittima di un nuovo attacco speculativo, sarà solo per “ragioni politiche”. Sul fronte europeo, nel frattempo, prende sempre più forma un’inedita geografia di alleanze e linee di faglia, con una contrapposizione sempre più forte tra Roma, che si allinea ai leader euroscettici di Visegrad, e i Paesi fondatori dell’Europa comunitaria guidati dalla Francia del “campione” Macron. Attaccato ieri in modo frontale dal vicepremier Matteo Salvini e dal premier ungherese Viktor Orbán, il presidente francese accetta la sfida e avverte: «Non cederò niente ai nazionalisti e a quelli che predicano odio. Se hanno voluto vedere nella mia persona il loro principale avversario, hanno ragione».

«Tutti gli Stati dell’Unione europea si sono assunti l’obbligo di pagare i contributi nei tempi stabiliti. Tutto il resto sarebbe una violazione dei Trattati che comporterebbe penalità», ha ribadito nuovamente Oettinger, che la settimana scorsa aveva già ricordato i paletti delle regole Ue. Ovvero lo scattare di «interessi per ritardi nei pagamenti» del contributo al bilancio comunitario – il prossimo atteso per il 3 settembre – con una mora di almeno il 2,75%; e poi, se diventasse un atteggiamento sistematico, «possibili ulteriori pesanti sanzioni», da infrazioni fino al blocco dei fondi Ue. Perché, aveva ammonito già ieri, le accuse rovesciate su Bruxelles dal governo italiano negli ultimi giorni, dal crollo del ponte Morandi a Genova al caso della Diciotti sino alla cifra “caricatura” dei 20 miliardi pagati al bilancio comunitario, sono «inaccettabili». Il leader dei 5 Stelle però non demorde e continua nel suo mantra anti-Ue, rilanciando lo scontro diretto con il commissario al bilancio. «Le considerazioni di Oettinger sono ancora più ipocrite perché non li avevamo sentiti su tutta la questione della Diciotti e adesso si fanno sentire solo perché hanno capito che non diamo loro più un euro», attacca Di Maio, accusando il politico tedesco di «esternare ogni giorno da quando gli abbiamo detto che non gli diamo i soldi. La nostra posizione sul veto al bilancio resta, se poi nei prossimi giorni vorranno cominciare a riscoprire lo spirito di solidarietà con cui è stata fondata l’Ue allora ne parliamo».

Viktor Orbán e Matteo Salvini

Il dado degli schieramenti in campo, a nove mesi dalle elezioni europee, sembra ormai tratto. «Se dicono che in Francia c’è il nemico del nazionalismo, della politica dell’odio, dell’Europa che deve pagare quello che ci conviene», allora Salvini e Orban «hanno ragione», ha reagito Emmanuel Macron. Ma «il principale avversario di Macron, sondaggi alla mano, è il popolo francese», lo ha sferzato il leader della Lega. Sembra dunque sempre più in atto un processo per cui «si sta strutturando un’opposizione forte fra nazionalisti e progressisti», ha riconosciuto il titolare dell’Eliseo in visita in Danimarca e in Finlandia per saldare alleanze proprio con l’obiettivo di costituire un “arco progressista” in Europa per far fronte ai populisti. L’unione di questi ultimi, dall’Ukip al RN sino alla Lega in un unico gruppo europarlamentare – quello a cui tra l’altro ha cominciato a lavorare anche Steve Bannon, l’ex consigliere del presidente Usa Donald Trump, con il lancio a luglio di “The Movement” – è infatti la vera sfida all’orizzonte per tutti gli altri partiti tradizionali.

L’ultimo a intervenire è stato il commissario Ue alle migrazioni, Dimitris Avramopoulos, presente durante un ricevimento organizzato dai Giovani federalisti europei: «non dobbiamo permettere all’Europa di ritornare al suo oscuro passato, oggi la minaccia maggiore alla nostra stabilità e prosperità è quella di prendere come acquisite le nostre democrazie, sottostimando la possibilità che possano riapparire tirannie e totalitarismi». È il monito lanciato dal commissario Avramopoulos: «non c’è mai stato momento in cui abbiamo avuto maggiore bisogno dell’Ue»; fra due settimane presenterà «altri strumenti operativi per rispondere ancora meglio ad alcune sfide della migrazione e della sicurezza, ampliare il mandato e aumentare le risorse della guardia costiera europea, così come il mandato dell’agenzia Ue per l’asilo. Regole più efficienti sui rimpatri, e norme europee per rimuovere contenuti di propaganda terroristica dal web». «L’Ue non rimane immobile», ha insistito Avramopoulos che come esempio di efficienza europea cita «almeno 11 attacchi jihadisti prevenuti nell’ultimo anno anche attraverso la cooperazione e lo scambio di informazioni fra Stati membri e il supporto di Europol».

 

Ana Lovretin

Foto © Operation Sophia, The Guardian

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