Nel Giorno della Memoria Elie Marey riporta in superficie l’orrore

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Il 27 gennaio 1945 veniva liberato il campo di Auschwitz, dove morirono oltre un milione di persone. Tra i sopravvissuti Primo Levi, Piero Terracina, Sami Modiano e Liliana Segre

20 gennaio 2018 | di | Attualità - Cultura - Mondo

Sono punti luminosi sulla terra, gente comune che nulla aveva di eroico, ma eroica è stata la loro prigionia nei campi di distruzione nazista.

Sono i sopravvissuti ai campi di sterminio, che hanno «il bisogno di raccontare agli ”altri”, di fare gli “altri” partecipi» (Primo Levi) dell’orrore che li ha avvolti. Ce ne sono ancora (sempre più pochi) a Roma, in Italia, in Europa, nel Mondo.

Uno di questi eroi della vita è Elie Marey, nato a Tours nel 1924, arrestato a Firenze e deportato ad Auschwitz il 26 giugno 1944 dal campo di internamento di Fossoli, presso Modena, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani.

Una testimonianza lucida, sofferta, ammonitrice, ma carica di speranza, per la prima volta in Italia. Elie Marey che compirà novantaquattro anni il prossimo 6 maggio ha ancora negli occhi l’orrore del lager di 74 anni fa.

A Roma, presso la Casina dei Vallati al Portico d’Ottavia, si è svolto l’incontro con Elie Marey, che ha dialogato con Sami Modiano e Piero Terracina, anche loro sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau. Modiano deportato ad Auschwitz da Rodi nel luglio del 1944, mentre Terracina fu arrestato a Roma il 7 aprile 1944, condotto a Fossoli e deportato ad Auschwitz.

Un incontro organizzato in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah e moderato dallo storico Marcello Pizzetti.

Elie Marey ha raccontato anche con una dose di ironia la storia dei suoi anni migliori, quando ragazzo girava per le strade di Roma sino all’arresto, portato a Firenze da dove fu inviato a Fossoli. E da quel campo di smistamento italiano, dove c’erano centinaia di ebrei italiani, il viaggio verso l’ignoto, verso il fondo, la discesa agli inferi.

Quando Elie giunse ad Auschwitz il 30 giugno 1944, Primo Levi si trovava nel campo già da quattro mesi deportato da Fossoli. E soltanto uno scrittore come Primo Levi, il cui volto e voce richiamava i profeti biblici, poteva rendere “visibile” l’inferno in cui era entrato, narrato nel libro “Se questo è un uomo”.

L’arrivo, la selezione appena arrivati sulla banchina del campo ad opera delle SS, la descrizione di un mondo subumano, quelli che erano destinati subito al forno crematorio, e coloro che dovevano “vivere” allungando l’agonia.

La testimonianza di Piero Terracina e Sami Modiano è ancora spaventosa, perché al campo di annientamento erano arrivati con i genitori, fratelli e sorelle. Mentre Elie Marey era arrivato solo. E vedere la madre o il padre o i fratelli che vengono separati e condotti verso un destino che nessuno conosceva (a destra o a sinistra rappresentava la vita o la morte). «Io avevo viaggiato con papà in un carro, non sapevo niente dei miei fratelli né di mio zio né di mamma né di mia sorella. Incontrai poco dopo i miei fratelli, sentivo le urla di quelli che venivano colpiti, l’abbaiare dei cani. Andammo con i miei fratelli alla ricerca di mamma e di mia sorella Anna. Mamma si stava dirigendo verso la fila delle donne. Raggiungemmo mamma che piangeva, ci abbracciò tutti e disse “non vi vedrò più”. Superammo la selezione uno scarso 20%, l’80% la sera stessa era stato ridotti in fumo e cenere» racconta Piero Terracina, testimone dell’inferno costruito dalla follia dell’uomo nazista «su questo Golgota del mondo contemporaneo» (Giovanni Paolo II).

Nel Giorno della Memoria (27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz-Birkenau) c’è un percorso nuovo per ricordare e coltivare la memoria.

Cammini per le strade e vicoli di Roma, all’interno e al limitare del Ghetto a Roma, con lo sguardo rivolto in alto, con il pensiero che vola alto. Abbassi lo sguardo e con il piede che sta per calpestarlo scorgi un sampietrino rivestito di ottone lucido sulla cui superficie sono incisi nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione e – quando conosciuta – data di morte. E come incipit “qui abitava”: sono le “pietre d’inciampo” che ricordano persone prelevate e portate nei campi di concentramento in Germania. La memoria pietrificata, si potrebbe dire.

L’idea di Günter Demnig risale al 1993 quando l’artista è invitato a Colonia per un’installazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti. All’obiezione di un’anziana signora secondo la quale a Colonia non avrebbero mai abitato rom, l’artista decide di dedicare il suo lavoro alla ricerca e alla testimonianza dell’esistenza di cittadini scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste: ebrei, politici, rom, omosessuali.

I primi “Stolpersteine” (pietre d’inciampo) risalgono al 1995, a Colonia e sono stati installati in Germania, Austria, Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi. In tutta Europa sono state installate oltre 50.000 pietre d’inciampo.

Sono state messe davanti al portone d’ingresso delle vittime a ricordare, a testimoniare un passato che non passa. La pietra riveste un significato particolare, è legame e memoria, il ricordo che si trasforma in simbolo.

Sono state messe in alcune città italiane: Brescia, Genova, Reggio Emilia, Prato, L’Aquila. A Roma le pietre d’inciampo sono 226, a Milano 6. Altre verranno collocate prima del 27 gennaio, Giorno della Memoria, a Roma e Milano.

Ricordare, tramandare, riflettere su ciò che è stato per evitare che la barbarie dell’uomo sull’uomo non si ripresenti ancor più violenta di quanto non sia stata. «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire……Non bisogna ricadere nella tragedia del passato: alla fine di certe ideologie c’è sempre il lager» (Primo Levi)

 

Enzo Di Giacomo

Foto © Enzo Di Giacomo

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