Nuove presidenze per l’Unione europea nel 2018

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Prima volta per la Bulgaria, poi momento verità con l’Austria. Sfide su Brexit, Eurozona, migranti. Focus su crisi Germania e Spagna, elezioni in Italia

1 gennaio 2018 | di | Europa - in evidenza - Politica

È iniziata ufficialmente oggi la prima presidenza bulgara della storia dell’Unione europea, dopo l’ultimo semestre passato alla guida dall’Estonia. Ma l’attenzione (vedi articolo di Eurocomunicazione di ieri) è già tutta spostata per la seconda metà dell’anno, quando a trainare le politiche comunitarie sarà il controverso neogoverno di estrema destra austriaco, col rischio che i boicottaggi blocchino anche l’Ue in assoluto.

A maggior ragione se non si dovessero risolvere i dossier più spinosi sul tavolo: la questione dei migranti e la revisione del sistema d’asilo europeo in primis, ma anche le fasi di accordo che porteranno alla Brexit e la riforma dell’Eurozona. È l’orizzonte con cui si apre il 2018 – l’ultimo anno utile prima delle elezioni europee del 2019 – per l’Europa riunita sotto le 12 stelline comunitarie.

Situazione quanto mai complessa per gli Stati membri, che spaziano da una Francia sola al comando con un europeista come Macron, una Germania indebolita dal post-elezioni con la più longeva leader del Vecchio Continente che non è ancora riuscita a formare un governo, una Spagna in crisi politica senza precedenti con la Catalogna in cui rivincono gli indipendentisti, e una Polonia in rotta di collisione con Bruxelles che ha avviato una procedura dirompente per il mancato rispetto dello stato di diritto. Incombono poi le elezioni in Italia, il cui esito è atteso con apprensione in Europa, ma anche le legislative in Ungheria e le presidenziali in Repubblica Ceca.

Il primo nodo, irrisolto (dal 2015, ndr) è la riforma di Dublino: i Paesi dell’Est, in particolare quelli del gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), sono contro la ricollocazione delle quote di migranti e di un sistema basato sulla solidarietà, che invece sostengono i Paesi fondatori capeggiati da Italia e Germania, più la Svezia. Il secondo è quello della Brexit: sebbene un accordo
di principio sui diritti dei cittadini, conto del divorzio da pagare e frontiera con l’Irlanda sia stato raggiunto, tutti i dettagli sono da definire. E resta intera l’incognita sul futuro: ancora da negoziare sia il periodo transitorio che le nuove relazioni tra Unione europea e Gran Bretagna.

Il terzo è il futuro dell’Eurozona e dell’Ue in toto: una riforma spinta dal presidente francese Emmanuel Macron, con in discussione un Fondo monetario europeo, un bilancio e un “superministro” ad hoc. E il nuovo quadro finanziario post 2020, con meno soldi dopo l’uscita di Londra e con un destino insicuro per i fondi Ue per le regioni. Poi si passa ai problemi dei singoli Stati nazionali. La Germania, da sempre considerata il faro d’Europa, è ancora senza un governo dopo le elezioni dello scorso settembre.

I tedeschi hanno assistito al fallimento della coalizioneGiamaica” con verdi e liberali, l’ascesa elettorale degli estremisti dell’Afd, e ora le difficoltà tra gli alleati Cdu e Csu non solo con la Spd per formare una nuova Grosse Koalition. Per la Spagna si tratta del peggior momento storico successivo alla fine del franchismo, dopo il referendum illegale e l’indipendenza dichiarata dalla Catalogna, con esponenti in carcere e il leader indipendentista Carles Puigdemont in “esilio” a Bruxelles ma mai ricevuto dall’Ue, che ora vuol rientrare dopo la vittoria alle regionali del 21 dicembre ma rischia l’arresto.

Scontro aperto, poi, tra Polonia, dove la riforma giudiziaria minaccia lo stato di diritto, e la Commissione europea, che ha aperto una procedura che può portare alla sospensione di Varsavia dai processi decisionali dell’Ue: di fatto una specie di “Polexit” decisa da Bruxelles. E infine le elezioni, come quelle appena decise del 4 marzo in Italia – che dal referendum britannico è tornata centrale nelle decisioni Ue – in Ungheria (legislative in primavera) – con la probabile rielezione del premier anti-migranti Victor Orban – e a cominciare dalle prossime presidenziali di metà gennaio in Repubblica Ceca, dopo che a ottobre è stato eletto il premier populista Andrej Babis.

 

Sophia Ballarin

Foto © European Union

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