Parla ancora italiano il presidente del Parlamento europeo

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Staffetta Tajani-Sassoli al vertice della Camera unica comunitaria. Il caso Castaldo alimenta sospetti e frizioni fra Lega e MoVimento 5 Stelle

3 Luglio 2019 | di | Europa - in evidenza - Politica

Un passaggio di consegne tutto tricolore quello che si è celebrato a Strasburgo, nella seconda giornata della prima plenaria post elezioni. Fino a qualche giorno fa pochi lo avrebbero pensato, visti gli accordi fatti e difatti negli ultimi Consigli europei, ma a trionfare come nuovo presidente del Parlamento europeo, addirittura quasi eletto al primo turno di votazione con un margine di soli sette voti, poi comunque passato di slancio al secondo, è David Sassoli. Grazie a quella maggioranza trasversale – dai popolari ai socialisti, i verdi fino ai liberali di Renew Europe – che reggerà le sorti della nuova legislatura. Dopo Antonio Tajani quindi un altro italiano sale così alla scranno più alto dell’istituzione di Strasburgo, completando la cinquina dei principali incarichi (“top job“) europei.

«Spero che l’Italia oggi sia contenta», ha esordito l’emozionato Sassoli incontrando i colleghi giornalisti nella sua prima conferenza stampa e definendo “un onore” l’incarico ricevuto. «La sua elezione rappresenta una testimonianza dell’ampia fiducia riposta nella sua persona e un riconoscimento al suo costante e proficuo impegno nelle istituzioni europee», è stato il saluto recapitato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Molto meno entusiasta, ma era ovvio, la reazione del governo. «Il nuovo presidente del Parlamento europeo, eurodeputato del Pd ed ex giornalista Rai: “il Parlamento sarà sempre più aperto alle Ong”. Siamo su Scherzi a parte», ha commentato Matteo Salvini, ricordando che Sassoli «parlava di un cordone sanitario contro la Lega e i populisti», per evitare che gli euroscettici potessero prendere incarichi di potere nell’Ue. Mentre i democratici, a partire dal segretario Nicola Zingaretti, ovviamente esultano, rivendicando per sè il merito dell’elezione: «Un italiano del Pd tra le massime figure delle istituzioni europee. Il governo ha fatto danni e ci ha isolato. Ma il Pd c’è e conta, al servizio delle istituzioni e del nostro Paese».

Fiorentino di nascita ma romano di adozione, volto noto del Tg1 (di cui è stato anche vicedirettore durante l’era di Gianni Riotta) fino al 2009, quando fu eletto per la prima volta parlamentare europeo con con oltre 400mila preferenze, esponente di spicco del gruppo dei Socialisti e democratici (S&D), già vicepresidente dell’Eurocamera nella scorsa legislatura, Sassoli ha ottenuto 345 voti a fronte della maggioranza necessaria prevista di 334, quella che appunto gli era mancata per un soffio al primo turno per soli 7 voti: forse un segnale di malumore degli europarlamentari per il pacchetto deciso ieri dai leader a Bruxelles. Solo il Pd, tra i partiti italiani, ha votato ufficialmente per lui, mentre Forza Italia si è astenuta. La Lega e Fdi hanno optato per il conservatore Ecr Jan Zahradil e il MoVimento 5 Stelle ha lasciato libertà di voto, con la possibilità che una parte dei pentastellati potesse scegliere il candidato italiano.

Il recupero dello spirito dei padri fondatori dell’Europa, il coniugare la crescita alla protezione sociale e al rispetto dell’ambiente, sottolineando la volontà e l’impegno per incrementare “la parità di genere” sono stati i punti centrali del suo intervento in aula, dove ha scandito che «il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi». Il neo presidente del Parlamento si è poi calato nel suo nuovo ruolo e ha esortato il Consiglio europeo a riformare il regolamento di Dublino sui migranti. Infine l’assicurazione sul fatto che lascerà le porte del Pe più aperte alle Ong, che ha fatto infuriare Salvini. Tra i primi a congratularsi in aula a Strasburgo è stato il leader dei popolari Manfred Weber, che ha perso la battaglia per diventare presidente della Commissione ma che probabilmente succederà a Sassoli nella seconda parte della legislatura alla guida dell’Eurocamera: «Per i prossimi due anni e mezzo il Ppe la sosterrà», ha detto non a caso il bavarese.

Per la Lega, riconosciuta vincitrice delle scorse elezioni europee, le brutte notizie non si sono limitate alla presidenza Sassoli. L’Europarlamento ha eletto, infatti, fra i 14 vicepresidenti un altro italiano, ma del M5S, Fabio Massimo Castaldo, facendo balenare nell’alleato a Roma i sospetti su un accordo precedente – o almeno un patto di non belligeranza – tra Pd e Movimento. Al ruolo era stata candidata la leghista Mara Bizzotto, forte anche del fatto che attualmente il socio di governo non avesse nemmeno un gruppo politico a cui iscriversi (col rischio che non cambi nulla col proseguimento della legislatura). Forse è per questo che alla riunione di governo che ha preso il via alle 20 ci sono di fatto tutti i ministri leghisti, ciascuno interessato a una porzione della riforma per l’autonomia sulla quale è altissimo il pressing dei governatori Luca Zaia e Attilio Fontana. Ma Salvini si presenta soprattutto con una richiesta urgente da formalizzare al premier Giuseppe Conte: la nomina “subito” del ministro per gli Affari Ue, casella rimasta vacante dal “trasloco” di Paolo Savona alla presidenza della Consob (con l’interim andato pro tempore al presidente del Consiglio). Una nomina per la quale Salvini assicura di avere le idee ben chiare e per la quale sembrano in pole l’attuale ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana e l’economista no euro Alberto Bagnai, attuale presidente della commissione Finanze di Palazzo Madama.E poi che sia leghista il commissario europeo “di peso” che l’Italia dovrà esprimere.

Completate le caselle dei top job delle istituzioni europee, ora infatti entra nel vivo la battaglia tra i 28 per accaparrarsi i dossier più pesanti della nuova Commissione. Nei febbrili contatti infuriati nelle ore che hanno portato alla nomina della tedesca Ursula von der Leyen come presidente, sono state molte le parole date e le aspettative alimentate dai registi del gioco per raggiungere il più largo consenso possibile sulle nomine, dopo tre giorni di veti incrociati all’ultimo Consiglio europeo. Promesse strappate da leader combattivi per dicasteri e vicepresidenze, come quella ottenuta da Giuseppe Conte su un portafoglio economico di rilievo – possibilmente la Concorrenza – che la presidente della Commissione dovrà onorare una volta superato lo scoglio del via libera dell’Eurocamera. Per ora l’Italia è l’unico Paese a esser uscito allo scoperto sul proprio desiderata, vari altri hanno piuttosto indicato chi invieranno a Bruxelles.

Alcune sono proposte nuove, come l’ex ministra dell’Economia e delle Infrastrutture estone Kadri Simson o l’ex ministra delle Finanze finlandese Jutta Urpilanen; altri sono volti già noti, come la commissaria bulgara al Digitale Maria Gabriel, quella ceca alla Giustizia Vera Jurova e il vicepresidente lettone all’Euro Valdis Dombrovskis. Un portafogli economico importante andrà quasi certamente all’attuale responsabile della Concorrenza, la danese Margrethe Vestager, che nella nuova compagine avrà anche il ruolo di primo vicepresidente, posizione di alto livello che condividerà con l’olandese Frans Timmermans, mentre la Spagna sarà presente col nuovo Alto rappresentante Josep Borrell. Se il governo giallo-verde vorrà giocare bene le sue carte, dovrà mettere sul tavolo il nome di una persona di esperienza e competenza, in grado di reggere la graticola all’Eurocamera, da cui dovrà ottenere la luce verde. E tra i nomi circolati finora, Enzo Moavero Milanesi, che alla dg Concorrenza si è fatto le ossa da giovane funzionario per poi tornarci da capo di gabinetto di Mario Monti, sembra essere il profilo con le credenziali più appropriate. Ma la Lega rivendica il posto per un suo esponente, come certificato da Conte. D’altra parte a Bruxelles non mancano forti scetticismi all’idea che Roma possa spuntarla sulla Concorrenza, e c’è chi afferma che con David Sassoli alla testa dell’Eurocamera potrebbe non esserci la necessità di assegnare all’Italia una vicepresidenza, perché l’equilibrio geografico, di fatto, è già stato compensato. Ma a decidere cosa assegnare all’Italia sarà la von der Leyen, che si metterà al lavoro sulla sua squadra subito dopo il via libera del Parlamento europeo, alla sessione plenaria del 15 luglio. Viste le reazioni piccate, soprattutto dei socialisti e dei verdi, che hanno accolto la sua nomina, la presidente indicata dai leader è volata subito a Strasburgo per iniziare a tessere la sua tela di relazioni. «Sono figlia dell’Europa», ha esordito presentandosi agli eurodeputati del Ppe, prima di andare a rendere omaggio a Sassoli. Parole pronunciate nella speranza che l’Europa non le sia matrigna.

 

Giovanni De Negri

Foto e video © European Union, BBC

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