Piano Brexit, May: «stop a cittadini Ue in cerca di lavoro»

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Presentato Libro Bianco ai Comuni, la premier rischia la ribellione dei deputati Tory. Ma anche la bocciatura della City, timorosa per le perdite finanziarie che ci saranno da qui alla scadenza

12 luglio 2018 | di | Attualità - Europa - Politica

«Lasciare l’Unione senza lasciare l’Europa», tenendo fede al risultato del referendum del giugno 2016, quando il 52% del corpo elettorale si espresse in favore del “leave” contro il “remain”. E allora fine della libertà di movimento, di firmare propri accordi commerciali e della giurisdizione della Corte europea sul Regno Unito perchè l’accordo sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea «rispetti veramente la volontà del popolo britannico». Così Theresa May ha illustrato il piano del suo governo sui futuri rapporti tra Londra e Bruxelles dopo la Brexit nel giorno in cui il documento è stato ufficialmente illustrato al Parlamento UK. Ma le cose sembrano non stare esattamente così. La premier britannica è stata accusata di non aver mantenuto le sue promesse dopo la pubblicazione, oggi, del Libro Bianco sulla Brexit, che vedrà la Gran Bretagna soggetta alle decisioni della Corte di Giustizia dell’Ue e che dà ai lavoratori Ue il diritto di recarsi nel Paese senza visto, per impieghi di lavoro “temporanei”.

Il documento di 98 pagine prevede, infatti, che le società che forniscono servizi saranno in grado di “muovere le loro persone di talento”, attraverso il Canale della Manica. Il Libro Bianco propone anche che le controversie commerciali, in certi casi, debbano “far riferimento alla Corte di giustizia dell’Unione europea per interpretazione”, un punto che ha fatto letteralmente saltare sulla sedia i Brexiteers. Jacob Rees-Mogg, che guida lo European Research Group dei fautori dell’uscita dalla Ue Tory, sta preparando emendamenti per cambiare il piano: «Brexit significava Brexit, ma ora sembra che Brexit significhi rimanere soggetti alla legislazione europea». Un piano che ha portato a una possibile rivolta all’interno del suo partito, oltre alle immediate dimissioni del ministro delegato per la Brexit, David Davis, e il suo collega agli Affari esteri (Foreign Office), Boris Johnson, fautori di una profonda rottura con l’Europa comunitaria (“hard” Brexit), e che ha scatenato la protesta dei falchi del partito conservatore della premier.

BrexitA controribattere è la stessa May: «In primo luogo comporterà la vera fine della libertà di movimento» – ha scritto nell’intervento pubblicato oggi dal popolare tabloid Sun e rilanciato sulla propria pagina Facebook – «non sarà più permesso alle persone di arrivare qui da tutta Europa con la remota possibilità di trovare un lavoro. Accoglieremo sempre i professionisti qualificati che collaborino alla prosperità del nostro Paese, da medici e infermieri a ingegneri e imprenditori, ma per la prima volta da decenni avremo il pieno controllo delle nostre frontiere. E sarà Londra, non Bruxelles, a decidere a chi debba avere il permesso di vivere e lavorare qui». Come seconda cosa, ha proseguito la premier britannica, «avremo una nostra politica commerciale completamente indipendente, il nostro seggio all’Organizzazione mondiale del commercio e la possibilità di decidere tariffe e concludere accordi commerciali con chiunque ci piaccia».E, soprattutto, «terzo punto, il nostro piano prevede di riprendere il controllo delle nostre leggi» – ha rimarcato May – «non saremo più soggetti alla giurisdizione della Corte di giustizia dell’Unione europea, e saranno i giudici britannici nei tribunali britannici a decidere le nostre leggi. E se ci impegneremo ad avere norme comuni con l’Ue su aspetti quali le emissioni di gas nocivi e la sicurezza alimentare, il Parlamento dovrà concordare queste regole. In parole povere, queste norme comunitarie non saranno più automaticamente e direttamente applicabili nel Regno Unito: il Parlamento avrà voce in capitolo».

Anche la City di Londra si sta esprimendo contro il governo di Theresa May,  dopo la presentazione del “libro bianco” di oggi al Parlamento. Si tratta di un «vero colpo per il settore finanziario e quello dei servizi professionali», ha denunciato in un comunicato Catherine McGuinness, presidente del Comitato per le politiche della City. «Con legami commerciali più blandi con l’Europa, il settore finanziario e quello ad esso correlato dei servizi professionali saranno meno in grado di creare posti di lavoro, generare tasse e sostenere la crescita nell’economia in generale», ha avvertito la McGuinness. Ammontano a circa 1,58 miliardi di euro gli asset gestiti in Gran Bretagna per clienti europei e la City ospita la maggior parte delle intermediazioni finanziarie dell’Ue per banche e compagnie assicurative. Il governo, ha fatto notare la Reuters, ha abbandonato il piano di legami stretti con l’Ue per il settore finanziario e ha proposto di potenziare il meccanismo legale europeo per l’accesso ai Paesi al di fuori dell’Unione, conosciuto come “regime di equivalenza”. Insomma Londra prende un’altra strada, ma ben vicina e visibile da quella Ue…

 

Angie Hughes

Foto © Irish Time

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