Gibellini: «Giuseppe Gioachino Belli vale Dante, Leopardi e Manzoni»

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«Il “Poeta di Roma” merita un posto nel firmamento della Letteratura». Declamati i suoi scritti, tradotti da Michael Sullivan, anche in lingua inglese

3 Ottobre 2019 | di | Arte - Costume - Eventi

Parte dal più grande ateneo americano d’Italia, la John Cabot University (JCU), il rilancio della figura di Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863), scrittore e poeta celebre per i suoi 2279 sonetti romaneschi, e molto tradotto all’estero, soprattutto nei Paesi europei. La sua città gli dedicò un monumento a Trastevere, nel 1913, in occasione del cinquantenario della morte, grazie a una sottoscrizione popolare. Da allora di acqua sotto i ponti del Tevere ne è passata tanta; nel frattempo, però, la fama del Belli pare sia rimasta confinata in un alveo letterario ristretto. Ma «il poeta merita di più, molto di più».

Lo ha spiegato bene il professor Pietro Gibellini, di origini lombarde, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia, co-curatore di un’opera omnia sul “poeta di Roma” – “I Sonetti, Edizione critica” (Einaudi 2018) – in un dibattito tenutosi nell’aula magna della John Cabot University (che ha sede a Trastevere), a cura del Dipartimento di Letterature e Lingue moderne. Nel corso dell’evento, lo diciamo subito, una selezione di poesie è stata declamata in romanesco e in inglese.

«Giuseppe Gioachino Belli – ha commentato Gibellini – subisce il pregiudizio di aver scritto in dialetto, considerato erroneamente espressione letteraria inferiore. In realtà Belli è un intellettuale che si immedesima nel popolo, fa parlare gli umili nella loro lingua, dà voce a chi non l’ha mai avuta. I suoi sonetti costituiscono un documento quasi etnografico della plebe di Roma. Ogni sorriso che ci strappa, costringe a pensare. È il profeta del suo tempo e forse anche del nostro».

               La terrazza della JCU

«Belli – ha proseguito Gibellini – è uno scrittore romantico, ma anche realista, perché descrive la vita quotidiana degli umili, come Verga farà 50 anni dopo. È un poeta a luci rosse, visto che parla di sesso in modo franco e aperto, inconcepibile per quei tempi. È pure visionario e metafisico, perché dà corpo alle credenze e alle superstizioni popolari».

E arriviamo al lancio del Belli nel firmamento letterario italiano. «La sua lingua – ha spiegato Gibellini – è il dialetto, ma i suoi interlocutori sono Leopardi e Manzoni, che scrivono in italiano. Non solo. Possiamo paragonare il Belli a un moderno Dante, in quanto entrambi manifestano una mente eclettica».

                    Federica Capoferri

Mentre sul grande schermo della sala scorrevano le immagini dei dipinti e delle raffigurazioni della Roma del XIX secolo, il giornalista Franco Onorati, del “Centro studi Giuseppe Gioachino Belli”, ha letto in romanesco una selezione tematica di sonetti, apparsi subito moderni. «È sempre attuale, anche per questo motivo meriterebbe un più vasto riconoscimento», hanno sottolineato le professoresse JCU Federica Capoferri e Anna Mauceri Trimnell, promotrici dell’evento.

Al termine di ogni poesia in romanesco, partiva il contraltare di Michael Sullivan – traduttore e autore di Vernacular Sonnets of Giuseppe Gioachino Belli, a Selection (Windmill Books Limited, Londra, quattro libri, 2014-2016) – con la declamazione in lingua inglese, e l’accento anglosassone differenziato in base ai singoli personaggi.

Da sinistra: Gibellini, Onorati, Sullivan

Bene. Se l’intento era quello di convincere il pubblico sull’«immortalità del Belli», in una sede internazionale autorevole, il risultato è stato raggiunto. C’è da aggiungere, non senza sorpresa, che il suo romanesco funziona pure se recitato in inglese. Ultima chicca: per chi fosse interessato, il “poeta di Romavanta traduzioni in Esperanto.

 

Leonida Valeri

Foto © Leonida Valeri

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