Rivoluzione ed esilio nei ricordi di Teffi

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Talentuosa e originale, ironica e toccante, la scrittrice russa a lungo dimenticata e ignorata dalla critica, viene ora riproposta al pubblico italiano

15 novembre 2017 | di | Cultura - Libri

“I cannoni rimbombavano da qualche parte, molto vicino. Alla stazione c’era una ressa inimmaginabile, degli scaglioni militari occupavano quasi tutti i binari. Non si sapeva se fossero appena arrivati o se stessero andando da qualche parte. E l’impressione era che nemmeno loro lo sapessero”. Dopo lo scoppio della rivoluzione d’ottobre, Nadežna Aleksandrovna Bučinskaja, in arte Teffi, intraprendende un lungo e avventuroso viaggio da Mosca fino a Costantinopoli per sfuggire alla confusione imperante e alla violenza, animata dalla vaga speranza di poter, un giorno, far ritorno in patria. Un pellegrinaggio raccontato nelle sue memorie, ora tradotte e pubblicate da Neri Pozza con il titolo appunto Da Mosca al Mar Nero.

Prima del deflagrare rivoluzionario la scrittrice, nata nel 1872 in una ricca famiglia pietroburghese, frequenta figure di spicco dell’alta società. La sua fama è tale che sovente gli ammiratori la fermano per le strade di Mosca, mentre passeggia ignara del proprio imminente destino. Personaggi naturalmente contrapposti come lo Zar Nicola II e il rivoluzionario Lenin la apprezzano. Lo strano pseudonimo con il quale sceglie di presentarsi al pubblico, ispirato al nome del buffone Steffi, definisce il carattere androgino e originale della sua personalità. Solo al fool, nel senso shakespeariano della parola, è concesso dire la verità. Il suo talento si affina nei racconti brevi, dai quali emerge un peculiare sarcasmo, rivolto verso tutti gli strati della società. Emarginata dalla critica, eclissata dai tumulti della storia, Teffi riemerge con questo libro presentato ora al pubblico italiano. E la riscoperta è oltremodo interessante.

“Morti! Feriti! Come ci siamo abituati a parole del genere! Non turbano più nessuno”, scrive Teffi delineando i tratti di un cinismo del tutto umano, che in momenti tanto tragici porta le persone ad occuparsi esclusivamente della propria salvezza. Un’affermazione di grande modernità, se pensiamo al bombardamento mediatico riguardo i vari conflitti che insanguinano il mondo, e a quella sorta di assuefazione che tutti, almeno una volta, abbiamo provato.

Un viaggio difficile, fatto di notizie confuse, di fermate inaspettate in stazioni sperdute, di spari nella notte, di dolore e di improvvise speranze. Eppure il libro di Teffi dimostra una innata capacità di stemperare il dramma grazie a un umorismo totalmente russo, dietro il quale si scorge l’ombra furtiva di Gogol.

L’odissea di Teffi inizia in un modo confuso e assurdo. Dopo la chiusura della rivista pietroburghese Parola russa, la scrittrice sente di non avere più prospettive. L’occasione di lasciare quel mondo in balia della tempesta si presenta sotto le bizzarre spoglie dell’impresario strabico Gus’kin, il quale le propone un giro di letture pubbliche a Kiev e a Odessa. Nonostante la propria idiosincrasia verso tale genere di esibizione, Teffi accetta, perché comprende che questa è la sua ultima occasione di sottrarsi al naufragio che rischia di travolgerla.

Personaggi strambi punteggiano la narrazione, come il chiaroveggente Armand Duclos, il quale non può giocare a carte, perché sa sempre in anticipo l’esito del gioco. Lo scherzo si fa strada all’interno del dramma, ma l’esito finale è comunque tragico. Nonostante le sue presunte facoltà dopo qualche mese Armand, infatti, viene fucilato.

Improvvise irruzioni del sovrannaturale ricordano che la Russia è terra di miti e superstizioni. Così Teffi è convinta che le pietre abbiano particolari poteri. Un opale afferra la sua vita, e la circonda con “il suo fuoco nero”, facendo danzare l’anima “come una strega su un falò”. Gli stravolgimenti portati dall’ondata rivoluzionaria trovano così una spiegazione originale e misteriosa. Pietre si spaccano improvvisamente, sbocciando come presagi di morte.

Maschere tragiche si affacciano per un istante sul palcoscenico della storia, come quella terribile di Petljura il quale, approfittando della confusione generale, proclamò l’indipendenza dell’Ucraina. Dopo essersi macchiato di crimini orrendi, omicidi e rapine, venne assassinato da un anarchico ebreo, che voleva vendicare la sua razza perseguitata.

Il nuovo ordine, che a prima vista appariva effimero, si consolida spegnendo le speranze degli emigrati. Pochi gli intellettuali che fanno ritorno nel proprio Paese, mentre la maggior parte fugge in un esodo di bibliche proporzioni. Presentendo la catastrofe, Odessa si abbandona a una sfrenata allegria, come in quelle città medioevali infestate da una pestilenza e dedite agli estremi bagordi.

“Veloci, come spaventati, correvano i giorni”. Dopo Kiev, spinta da auspici infausti e dal rapido diffondersi del caos Teffi, in maniera oltremodo avventurosa, abbandona anche Odessa. Il tipico fatalismo russo sembra impadronirsi di lei: “sono completamente indifferente al mio destino. Non c’è né ansia né terrore. Tanto, comunque sia, non posso fare nulla”. Eppure le circostanze le offrono l’opportunità di un imbarco inaspettato.

L’ironia è sempre dietro l’angolo. Ex possidenti, eleganti e azzimati, si rifiutano di caricare i sacchi di carbone su una nave priva di personale, che altrimenti non potrà prendere il largo portandoli in salvo. Neppure la paura dei bolscevichi basta a scuoterli dal loro torpore, costringendoli a un lavoro verso il quale provano una vera e propria idiosincrasia. Teffi osserva tutto, senza risparmiare il proprio graffiante sarcasmo.

Addirittura esilarante il brano in cui Teffi descrive gli allestimenti delle proprie commedie, a tal punto stravolte dalle invenzioni degli attori da risultare irriconoscibili. Il contrasto con il quadro successivo, nel quale soldati già votati alla morte delirano nel treno che li condurrà al fronte, non potrebbe essere più netto e scioccante. Tragico e comico convivono, mentre la vita spicca in tutta la sua assurdità.

I momenti più alti della sua prosa rendono il rimpianto per un’epoca al tramonto. “C’era qualcosa di irrimediabile in quei corridoi vuoti con le porte spalancate, con brandelli di carta e pezzi di spago che nessuno aveva ramazzato. Era passato un vortice di vento, aveva rovesciato ogni cosa e l’aveva spazzata lontano, lasciando solo polvere e pattume…” La descrizione delle camere dell’albergo, dal quale tutti sono fuggiti, veicola il senso di disfatta e di abbandono con estrema efficacia.  La vita si mostra qui in tutta la sua fragile precarietà.

Lo smarrimento si concretizza nella nebbia perlacea che avvolge la nave, separando i passeggeri dal mondo, o ancora si manifesta nella perdita del senso del tempo. Nelle pieghe della coscienza balenano ricordi d’infanzia, legati ad esempio all’amata sorella Lena, che proprio in quei giorni perderà la vita.

Altre tragedie si manifestano per un istante, come quella dei profughi armeni temporaneamente alloggiati a Novorossijsk. Un popolo perseguitato e costretto a un’esistenza misera che, di lì a breve, verrà sospinto verso altri luoghi ignoti. Una diffusa simpatia nei confronti degli ultimi contraddistingue la narrazione, una sorta di ammirazione nei confronti di colori i quali, nonostante le avversità, resistono con caparbia tenacia.

A Ekaterinodar vengono messe in scena alcune sue opere brevi. Teffi profonde il suo ultimo inchino ad un pubblico russo, in una sala russa. Quando abbandona per sempre la sua terra, non può fare a meno di voltarsi indietro. Avrà negli occhi quell’immagine per tutta la vita.

 

Riccardo Cenci

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Teffi

Da Mosca al Mar Nero

Neri Pozza – Il Cammello Battriano (collana diretta da Stefano Malatesta)

Traduzione e note a cura di Serena Prina

pg. 256 € 17,00

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Immagini:

In evidenza la copertina del libro

All’interno dell’articolo Teffi ritratta da Choumoff e Teffi by N.Altman (1910s, Akhmatova’s museum) (Commons Wikimedia)

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