San Patrizio e “il diavolo greco”

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L’Irlanda torna a correre ma chiede cambiamenti dopo la crisi

26 Marzo 2015 | di | Attualità - Economia - Europa - Politica

I festeggiamenti di San Patrizio sono stati visti come l’apertura vera e propria di un anno, il 2015, in cui la ripresa nella Repubblica d’Irlanda somiglia di nuovo al boom, ma permangono debolezze strutturali. Il motto del 17 marzo è stato «Celebrate now», preso alla lettera, attraverso O’ Connell Street, da orchestre e gruppi di majorettes, tra coreografie dedicate alla primavera e folle in costume da leprechaun: in totale, mezzo milione di persone tra Parnell Square e la cattedrale di San Patrizio, meta finale dell’evento.

Pochi giorni più tardi, sabato 21 marzo, la folla è stata invece per l’ennesima manifestazione di protesta contro l’introduzione della bolletta dell’acqua da parte del governo, i manifesti nei giorni precedenti recitavano: «the government will start to send out bills to make you pay for your water» proseguendo con un invito a saldare il rifiuto collettivo di pagare la bolletta con la consegna del “conto” elettorale all’esecutivo per l’austerity seguita alle perdite causate dalla finanza.

L’economia fa la sua parte, nell’entusiasmo sfociato nelle sfilate di San Patrizio nella capitale (dove il soprintendente delle forze dell’ordine, Pat Leahy, ha definito l’evento uno dei migliori nel corso degli anni sotto il profilo organizzativo) e in tutta l’isola, con 80.000 partecipanti a Limerik, 60.000 a Cork, 40.000 a Waterford, eventi da Portlaoise a Dundalk, da Kilkenny a Dingle, perfino con iniziative condivise a Belfast, oltreconfine, per non parlare della riuscitissima proiezione internazionale dell’immagine del paese nel mondo, con i 160 luoghi illuminati di verde e le enormi parate dei “cugini” americani.

La Repubblica d’Irlanda oggi è sospesa tra la nuova crescita al 4,8 per cento – che ha fatto scendere la disoccupazione dal 14 al 10 per cento in due anni e mezzo – e la percezione (alimentata dai contrasti tra gli investimenti sbagliati da una parte e i tanti sacrifici sostenuti dalla gente comune dall’altra) che i semplici cittadini abbiano già dato, e ascoltato a sufficienza partiti che – almeno stando agli attuali sondaggi e al voto registrato alle europee l’anno scorso – corrono qualche concreto rischio di preparare le valigie.

DSC_0413L’esecutivo non è ignaro dei tempi che corrono, perciò la settimana scorsa ha messo sul tavolo della Commissione europea la richiesta di moderare le politiche comunitarie di austerity. Le regole europee perseverano nella riduzione del deficit anche dopo che il limite del 3 per cento nel rapporto tra disavanzo e Pil è stato rispettato e i livelli di crescita inducono ragionevolmente a ritenere che continuerà a esserlo. Il 17 Marzo la Tánaiste (vicepremier) Joan Burton è intervenuta in una iniziativa negli Stati Uniti – dove a San Patrizio metà delle istituzioni della repubblica si reca per eventi che evidenziano i legami tra i due Paesi – nell’occasione, la laburista ha lanciato un messaggio alla Commissione europea: «se è possibile migliorare le condizioni di vita della gente ed i servizi, dovremmo farlo, pur senza mettere a rischio il bilancio». Pochi giorni prima a Bruxelles, il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan (che non è grande sostenitore di aumenti di spesa) aveva sollevato il problema con il ministro alle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble.

La manifestazione di sabato scorso contro l’introduzione delle tariffe sull’acqua ha coinvolto ben 80.000 persone secondo gli organizzatori (solo 30.000 secondo le forze dell’ordine) riunitesi in O’ Connell Street. Durante la protesta, Ruth Coppinger (Socialist Party, trotzkisti) e Richard Boyd Barrett (People Before Profit, movimentisti) hanno invitato i presenti a non pagare le bollette, sostenendo che se ora la tassa passa poi finirà per aumentare sempre, diventando la privatizzazione mascherata di un bene pubblico. I deputati della sinistra hanno aggiunto che tanto quando il breve periodo in cui non sono ancora previste sanzioni per il mancato pagamento sarà trascorso, l’attuale governo sarà stato già mandato via. Alcuni politici indipendenti (candidati che sommati assieme sono stati un gruppo che alle europee ha superato i partiti maggiori) hanno lanciato altri inviti a cestinare le cartelle della nuova tassa appena verrà recapitata.

Sabato era presente anche John Douglas, del sindacato Mandate, le organizzazioni dei lavoratori stanno acquisendo un peso politico, nel contesto dell’allontanamento di molti iscritti dal Labour (alleato dei liberali del Fine Gael con cui il partito progressista è al governo dal 2011) e dell’avvicinarsi tra loro di gruppi politici diversi come i repubblicani dello Sinn Féin, i partiti della sinistra come il Socialist Party (già SF e SP a Dublino assieme avrebbero un peso rilevante), movimenti quali il People Before Profit e una parte degli indipendenti. Sono stati proprio i sindacati a incoraggiare l’idea di testare un’alleanza di tutte le sinistre, stile Syriza, per mettere la parola fine sull’austerity, proponendo di organizzare, il prossimo maggio una conferenza cui sono stati invitati esponenti di Syriza e Podemos e lanciando il benvenuto allo Sinn Féin – che non tutte le forze della sinistra classica apprezzano – ponendo come linea rossa, per l’adesione a qualsiasi governo, la cura di quei valori, dal lavoro ai beni pubblici, che in Irlanda (come altrove nel continente) i partiti maggiori originati a sinistra stanno dando da lungo tempo l’impressione di archiviare.

La vocazione maggioritaria con la quale il Labour irlandese ha implementato l’austerità di bilancio ha portato risultati minoritari: alle elezioni europee del 2014 il partito riformista – massiccio nei consensi a Dublino nelle elezioni politiche del 2011 – è stato doppiato dallo Sinn Féin, la sinistra repubblicana (che fino a pochi anni fa otteneva risultati a due cifre solo in Irlanda del Nord) mentre, tra le opposizioni, il Fianna Fáil – che, pur essendo definito di Centrodestra, compete nei quartieri popolari di Dublino con lo Sinn Féin, perchè la storia dell’indipendenza irlandese fa sì che FF e SF si contendano tuttora il titolo di “republican party” a favore della protezione delle fasce sociali deboli – è stato scalzato dalle proprie roccaforti dallo Sinn Féin. Il Fianna Fáil, pur eroso dallo SF, ha retto meglio del governativo Labour, incalzato sia da partiti di sinistra (Socialist Party e People Before Profit) che dai candidati indipendenti.

Il Labour è l’alleato minore nel governo guidato dal Fine Gael, partito liberale che per ora regge – perchè il suo elettorato è meno colpito dai tagli – ma che potrebbe ritrovarsi con un alleato, il Labour, atrofizzato nelle urne. Inoltre il Fine Gael non è immune dalla fuga di voti moderati verso i candidati indipendenti e in un sistema di collegi separati (con candidati in lizza l’uno contro l’altro) in cui pochi suffragi bastano ad essere superati ed eliminati uno alla volta, potrebbe essere ora falcidiato dalla concorrenza di Renua Ireland, nuovissima lista elettorale lanciata il 13 marzo da una dissidente del FG, Lucinda Creighton, che ha riunito fuoriusciti del Fine Gael e altri indipendenti, presentando una immagine “antipolitica moderata”, novità il cui principale effetto potrebbe essere trattenere tanti politici del Fine Gael appena al di sotto della soglia d’ingresso al Parlamento, e questo collegio per collegio e per una vera e propria manciata di voti.

Alla fine della settimana scorsa la notizia che il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, avrebbe potuto intervenire oggi, 26 marzo, presso alcuni comitati del Parlamento italiano, ha ravvivato lo scontento per il rifiuto della BCE di intervenire davanti al Parlamento irlandese in merito alla lettera che il precedente presidente della istituzione europea, Jean-Claude Trichet, spedì il 19 novembre del 2010 a Brian Lenihan (allora ministro delle Finanze, del governo all’epoca guidato dal Fianna Fáil), una missiva che molti osservatori irlandesi ritengono abbia influenzato la decisione di accettare il salvataggio europeo e le sue condizioni, il programma iniziò alla fine dello stesso mese e durò tre anni prima di concludersi.

Altre tappe che sono rimaste scritte nella memoria degli irlandesi durante gli anni appena trascorsi della crisi sono state il salvataggio pubblico delle banche approvato dal governo il 30 settembre 2008 e l’istituzione della National Asset Management Agency (“Nama“) il 21 dicembre del 2009, quest’ultima misura allo scopo di tenere in piedi e ove possibile rivalorizzare aziende distrutte dai debiti. Nel complesso i costi irrecuperabili della bolla finanziaria e immobiliare si avvicinano a quaranta miliardi di euro. Le opposizioni, soprattutto quelle che vanno dalla sinistra repubblicana dello Sinn Féin a quella socialista e movimentista, passando per svariati indipendenti, hanno trovato nuovo slancio dall’attualità greca e spagnola e vogliono approfittarne per costruire un’alleanza che chieda in Europa una revisione delle politiche di rigore e promuova in Irlanda una redistribuzione dalle multinazionali e dall’impresa delle costruzioni e della finanza alle fasce della popolazione più colpite dalla crisi (dipendenti, autonomi, studenti, pensionati, piccoli imprenditori) e molti hanno l’impressione che un San Patrizio particolarmente riuscito potrebbe non bastare ad allontanare la “tentazione greca”.

 

Aldo Ciummo

Foto © Aldo Ciummo

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