S’indurisce la Brexit, s’addolcisce l’Europa centrale

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Più passa il tempo meno sono le speranze di una transizione leggera con Londra. Di contrasto il leader magiaro Orban dipinge un futuro radioso e determinante per i Visegrad

10 febbraio 2018 | di | Attualità - Europa - in evidenza
Brexit

Continua la trattativa tra Bruxelles e Londra sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Soprattutto le schermaglie tra il ministro britannico per la Brexit David Davis e il negoziatore per l’Ue Michel Barnier. O il governo di Sua Maestà accetta tutte le regole o rischia di “saltare” l’accordo sulla transizione leggera inizialmente prevista. L’Unione europea esorta il Regno Unito a “fare delle scelte” sui propri obiettivi negoziali, in particolare sui diritti dei cittadini, giustizia e affari interni, altrimenti “non è scontato” che si arrivi ad un accordo sul periodo che scatterà dopo il divorzio, dal 29 marzo 2019 a dicembre 2020.

A mettere in guardia i britannici è stato questa mattina lo stesso Barnier, che ha parlato di «sostanziale disaccordo» su alcuni punti «non negoziabili», come le quattro libertà fondamentali e il mercato interno. Secca la replica da Londra, con Davis che si è detto sorpreso dalle dichiarazioni di Barnier dopo l’intenso lavoro fatto nell’ultima settimana e ha parlato di «contraddizione profonda» nell’approccio del negoziatore francese e in quello della Commissione europea sul periodo di transizione.

BrexitLondra è intenzionata ad introdurre un possibile trattamento differenziato fra i cittadini europei che già risiedono nel Regno e coloro che vi entreranno dopo l’entrata in vigore formale del divorzio nel 2019. Un tema sul quale l’Unione ha posto un muro, sostenendo che il principio di libera circolazione deve essere rispettato lungo tutto il periodo transitorio di 21 mesi. La linea dettata da Bruxelles prevede, inoltre, che la Gran Bretagna continui ad applicare tutte le leggi dell’Unione, senza poter prendere parte ai processi decisionali e senza poter chiudere nuovi accordi commerciali. Il Regno deve anche seguire le decisioni della Corte di giustizia senza però poter dire la propria. Temi questi mal digeriti oltremanica.

La premier Theresa May si trova a ricucire lo strappo con Bruxelles ma anche a vedersela con le divisioni interne al partito conservatore e al consiglio dei ministri fra “hard brexiteers” e “moderati”. A cogliere la palla al balzo il ministro ombra laburista responsabile del dossier Brexit, Keir Starmer, che ha accusato la May di essere responsabile di una sorta di stallo e l’ha sollecitata a mettere «fine ai conflitti interni al suo gabinetto». Ma anche ad «accantonare le sue sconsiderate linee rosse e a convergere sulle proposte laburiste» su un progetto di accordo transitorio leggero con Bruxelles. Accordo che, secondo il Labour, dovrebbe prevedere la permanenza senza eccezioni del Regno “nel mercato unico e nell’unione doganale per l’intera durata del periodo di transizione”.

Anche il leader dell’opposizione laburista britannica, Jeremy Corbyn, è stato tirato per la giacca e ha dovuto negare le indiscrezioni di stampa su un suo ipotetico via libera all’idea – finora respinta dal governo Tory – della permanenza di Londra nell’unione doganale europea anche dopo la Brexit. La precisazione arriva da un suo portavoce in risposta a quanto pubblicato oggi dal filo-conservatore ed euroscettico Daily Telegraph, che cita un memo di fonte Ue stando al quale Corbyn avrebbe fatto questa apertura durante un recente incontro avuto con il capo negoziatore di Bruxelles, Michel Barnier. Il portavoce del Labour ha viceversa ribadito che Corbyn, come affermato anche in pubblico, sarebbe favorevole a una nuova forma di unione doganale dall’esterno fra il Regno Unito e i 27 e per questo è criticata come non abbastanza anti-Brexit da alcuni osservatori e dall’ala più “eurofila” del suo partito.

BrexitChi sembra voler approfittare chiaramente della situazione è il premier ungherese Viktor Orban, che vede crescere ruolo dei Balcani e soprattutto dei Paesi del Centro Europa. Una sintesi efficacemente commentata con lo slogan “British out, Balkan in, Central Europe up“. Parlando a Budapest a un Forum economico bilaterale Ungheria-Serbia, dopo una riunione congiunta in mattinata tra i governi dei due Paesi, Orban ha sottolineato la necessità di integrare in tempi rapidi i Paesi dei Balcani occidentali nell’Unione. Cosa questa accettata dalla stessa Ue che con la sua nuova strategia di allargamento alla regione ha indicato il 2025 come possibile data di adesione per Serbia e Montenegro.

Orban ha sottolineato a questo riguardo l’importanza crescente che, a suo avviso, i Paesi del Gruppo di Visegrad e del Centroeuropa in generale vanno assumendo, in particolare in termini economici e di interscambio. «Se aggiungiamo la Serbia e qualche altro Paese balcanico si vedrà come l’equilibrio cambierà e come lo sviluppo economico nei prossimi 10-15 anni si sposterà verso l’Europa centrale». Per l’Ungheria, la Serbia è un Paese chiave nei Balcani occidentali, con un ruolo estremamente importante per la pace e la sicurezza regionale. Orban lo ha detto oggi parlando a Budapest in una conferenza stampa congiunta con la premier serba Ana Brnabic al termine di una riunione congiunta dei due governi.

Orban ha ovviamente al tempo stesso riconosciuto l’impegno della Serbia nel contenere i flussi migratori alle sue frontiere, sia quella a nord con l’Ungheria sia quelle a sud con Macedonia e Bulgaria. Il premier magiaro ha dichiarato ufficialmente che appoggia la prospettiva europea della Serbia, unitamente agli altri Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia). Il premier conservatore ungherese ha poi sottolineato le comuni radici cristiane dei due Paesi, collegandole alla attuale “minaccia alla sicurezza dell’Europa”. L’Ungheria, ha aggiunto, è pronta ad aiutare la Serbia nella protezione della sua frontiera meridionale. Il premier ha quindi elogiato i successi economici del corso di riforme portato avanti negli ultimi anni dal presidente Aleksandar Vucic e dal governo di Ana Brnabic. «Avete dinanzi una grande e luminosa prospettiva, ed è giusto che l’Unione europea apprezzi il potenziale della Serbia. In particolare, quando la Serbia si difende dai migranti non difende solo se stessa ma l’intera Europa».

 

Fiasha Van Dijk

Foto © European Parliament

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