Tavernello, semplice non vuol dire facile

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Giordano Zinzani porta al Business Club Italia di Londra l’esempio virtuoso dell’azienda vinicola, dall’innovazione del tetra-brik all’impegno ambientale

21 Ottobre 2019 | di | Economia - Enogastronomia - Europa - Eventi

Semplice non vuol dire facile” è il concetto di fondo dell’ultimo evento tenutosi presso il Business Club Italia di Londra, il think tank basato nella capitale britannica che riunisce professionisti e imprenditori del Belpaese. Protagonista del breakfast è stato Giordano Zinzani, enologo, da quarant’anni entrato in Co.ro.vin (Consorzio romagnolo vini tipici), azienda del gruppo Caviro, per la quale ha svolto diversi ruoli, da responsabile tecnico a dirigente.

Fondato nel 1966, il gruppo Caviro riunisce sotto la sua ala una decina di etichette, tra le quali spicca Tavernello, la prima marca di vino italiano nel mondo. Nei suoi oltre cinquant’anni di storia, la cooperativa Caviro ha aperto sei stabilimenti, che impiegano 560 dipendenti, ed è diventata la più grande filiera vitivinicola italiana: i 12,5 mila viticoltori del consorzio producono più di 7 milioni di quintali d’uva, il 10% del totale del Paese, mentre le 29 cantine forniscono 5,7 ettolitri di vino l’anno. Nel 2018 Caviro ha fatturato 330 milioni di euro, coprendo una fetta di mercato di oltre 7 milioni di famiglie. Circa un quarto della produzione è destinata all’esportazione.

Sono cifre molto importanti, soprattutto in relazione alla storia di Caviro e del brand di punta, Tavernello, fondata nell’alveo di Co.ro.vin nel 1983. Il consorzio romagnolo nasce invece nel 1968 e muove i primi passi consegnando ai soci Caviro i sottoprodotti della vinificazione e vini da distillare. Fino ancora agli anni Settanta le cantine vendono vino sfuso, perlopiù destinato a imbottigliatori di altre regioni italiane, con un modesto ritorno economico.

Nel 1976 Co.ro.vin fonda a Forlì il suo primo stabilimento dove imbottigliare in proprio, anche se gli inizi non sono promettenti. Tante spese per accaparrarsi le ultime tecnologie, un mercato estremamente competitivo, discussioni tra aziende associate, gli indebitamenti. Nel 1979 il neo-direttore Alfeo Martini assume Zinzani come direttore tecnico e la scelta si rivelerà azzeccata, grazie anche agli incontri con la Tetra-Pak, azienda che grazie al particolare confezionamento – usato all’epoca solo per il latte – è fornitrice anche dell’esercito.

L’Università di Bologna studia come perfezionare scientificamente i contenitori in modo che la conservazione sia equiparabile a quella garantita dal vetro. Il via libera deve però arrivare dal governo, visto che fino a quel momento il vino in tetra-brik è vietato dalla legge. La commercializzazione viene così permessa dal decreto ministeriale di autorizzazione temporanea del 5 aprile 1983. In realtà c’è un ulteriore ostacolo, ma non procedurale: la diffidenza del pubblico. Grazie anche agli investimenti pubblicitari, le vendite si assestano sui 7 milioni di litri solo per quanto riguarda il tetra-brik.

Dopo un primo bilancio negativo nel 1984, quasi fisiologico, Co.ro.vin confluisce nel gruppo Caviro e di lì in poi la crescita sarà costante. Basti pensare che dai 7 milioni di litri del 1983 si è arrivati a 48 nel 1995 e addirittura 95 nel 2006.

Ma ci sono più importanti rispetto ai successi economici e commerciali. Nel 2018 Caviro ha investito 26 milioni in favore della qualità e del rispetto dell’ambiente, proponendo modelli di economia circolare che, dagli scarti, portano alla produzione di energia pulita e sostenibile. Nello stesso anno, energia e servizi per l’ambiente hanno rappresentato rispettivamente il 21% e il 16% dei ricavi.

I sottoprodotti derivati dalle 700 mila tonnellate di uva, ripartita nella produzione dei 12500 soci, comprendono alcol 100% biobased, acido tartarico naturale, enocianina (un colorante naturale), vinaccioli per polifenoli, bioetanolo, biometano avanzato, ammendanti organici e, come già detto, energia da fonti rinnovabili.

Caviro si è guadagnata la leadership nazionale per quanto riguarda il recupero di reflui industriali agro-alimentari, cioè il recupero di acque la cui qualità è stata pregiudicata dall’utilizzo industriale o anche domestico. Il sistema di cogenerazione produce 109 milioni di KW/h di energia elettrica e 114 mila MW/h di energia termica. La produzione di gas supera i 15 milioni di NM3 mentre il biometano (12 milioni di NM3) copre il fabbisogno per alimentare 18 mila vetture per un anno. Infine vengono prodotte 18400 tonnellate di fertilizzanti.

Sono i punti di forza di un marchio, Tavernello, che anche grazie alla rete alle sue spalle ha sfondato quota 100 milioni di litri venduti in tutto il mondo, dalla Cina al Brasile, dagli Stati Uniti al Giappone passando per l’Europa. A dimostrazione che la semplicità paga.

 

Raisa Ambros

Foto © Business Club Italia

 

 

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