Inflazione al massimo degli ultimi 15 anni, Turchia verso la recessione

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Dopo la rottura estiva con gli Stati Uniti, la Turchia cerca di ricucire i rapporti con Germania e Ue, ma non si può prescindere dal piano dei diritti umani

14 ottobre 2018 | di | Economia - in evidenza - Mondo - Politica

La Turchia sta vivendo la più alta inflazione degli ultimi 15 anni. I prezzi hanno subito un incremento del 24,5% su base annua, con picchi del 27,7% per quanto riguarda il settore alimentare.  Sono gli effetti della svalutazione della lira, che ha visto perdere il 40% del proprio valore dall’inizio del 2018, sfavorendo così le importazioni di beni di consumo e di energia.

Turchia TrumpAd agosto era stato anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a metterci lo zampino, con la decisione di innalzare i dazi sull’acquisto di alluminio e acciaio dalla penisola anatolica. Si è così alimentato il circolo vizioso di un Paese già gravato dalle sanzioni di zio Sam, dovute alla detenzione del pastore Andrew Brunson, accusato di aver partecipato all’organizzazione del (presunto) golpe del luglio 2016, in combutta con l’acerrimo nemico del  presidente turco Recep Tayyp Erdoğan, l’imam Fethullah Gülen, in esilio in America da ormai una quindicina d’anni.

L’episodio Brunson è solo il casus belli che ha inasprito una situazione già tesa da tempo, in particolare per quanto riguarda le relazioni nello scacchiere mediorientale. Guerra in Siria, Kurdistan, Iran – l’aggiramento delle sanzioni dell’affarista turco-americano Reza Serran, forse avallato dal governo di Ankara.

Ma ci sono anche ragioni strutturali che spiegano la fragilità del sistema turco. Numerose aziende si sono indebitate con banche straniere per cifre superiori a quelle del Pil. La svalutazione della lira rende ancora più difficile saldare e le imprese sperano di rinegoziare il debito con pagamenti basati su piani alternativi per evitare di essere cedute alle banche, come accaduto alla Turk Telekom, compagnia strategica per le telecomunicazioni nel Paese. Le privatizzazioni deregolamentate, in tutti i settori, non sono sostenibili e hanno minato l’impianto economico della Turchia.

Con la svalutazione poi, i prodotti esteri costano molto di più, su tutti petrolio e gas, necessarie fonti di energia. Secondo il canale televisivo Halk Tv l’aumento dei costi di produzione dei beni di prima necessità è stato del 25% negli ultimi due mesi, per gli alcolici si è arrivati addirittura al 140% in più. Ma il governo respinge ogni accusa di responsabilità, deviando l’attenzione esclusivamente sulle manovre di Trump, che pure il loro peso l’hanno avuto.

Erdogan MerkelErdoğan ha denunciato l’unilateralismo a stelle e strisce in materia di dazi e ha annunciato che il suo Paese avrebbe cercato alleati altrove, sottolineando come le alternative non mancassero. Tanto che ora sta tornando a guardare verso l’Europa, come indicherebbe la visita a Berlino alla pari grado Angela Merkel – che ha suscitato disapprovazione in buona parte del parlamento e dei cittadini tedeschi. Sul tavolo delle trattative, ad ogni modo, il rinnovamento delle ferrovie turche, per continuare una tradizione ormai secolare.

Erdoğan ha presenziato anche l’inaugurazione di una nuova moschea a Colonia, auspicando una  fase rinvigorita di rapporti con la Germania. Non sono però stati persuasi l’opinione pubblica e gli esperti di relazioni internazionali, convinti che l’ammorbidimento del “Sultano” sia di convenienza, dopo la rottura con il Tycoon Trump. Al di là delle crisi monetarie, la Turchia soffre una forte disoccupazione e necessita investimenti stranieri, magari anche di rivedere la politica doganale con l’Unione europea tutta.

È vero che la Turchia è stata e può tornare ad essere un partner strategico, ma l’Europa non può prescindere dalla delicata questione del rispetto dei diritti umani – sempre più limitati dopo il colpo di Stato di due anni fa – che di fatto ha dato il via libera a una stretta contro l’opposizione già paventata da qualche anno.

Ultima solo in ordine di tempo, la condanna all’ergastolo inflitta dalla corte di Appello di Ankara a cinque giornalisti e un accademico, accusati di attentato all’ordine costituzionale. Ovvero di aver sfruttato la loro popolarità per favorire il famoso golpe. Le organizzazioni giornalistiche internazionali hanno annunciato iniziative a loro difesa e chiesto alle istituzioni europee e alla Nato di fermare la «deriva autoritaria e la cancellazione integrale dei più elementari diritti umani, civili e politici», si legge in un comunicato diffuso da Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana) e Cnog (Consiglio nazionale ordine dei giornalisti).

Altro caso spinoso, portato proprio negli ultimi giorni al Parlamento europeo dall’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, è quello sulla morte dell’imprenditore trentatreenne Alessandro Fiori, nato nella provincia di Cremona e trovato morto nel canale del Bosforo lo scorso marzo. Gli ufficiali turchi hanno sbrigativamente parlato di morte accidentale e di possibile suicidio. Dall’autopsia però risulta che il corpo sia stato gettato in acqua già privo di vita e con il cranio fratturato.

Tornando sul piano economico, la stampa turca guarda favorevolmente al possibile ricucirsi dei rapporti con l’Ue, ipotizzando una «nuova alleanza fra lira ed euro contro il dollaro», dice Kristian Brakel, del Consiglio tedesco per le relazioni internazionali. Per il ministro del Tesoro e genero di Erdoğan Berat Albayrak il peggio è passato e la tendenza di questa crisi monetaria si invertirà a breve, già da fine ottobre. La recessione in corso, prevede Albayrak, sanerà gli squilibri economici come periodicamente avvenuta nel sistema turco.

Turchia TrumpAlbayrak ha organizzato diversi incontri con l’imprenditoria nazionale e straniera, cercando di rassicurare i mercati. Come contromisure sono stati aumentati i tassi di interesse, a compensazione del decremento degli investimenti, ed è stato approvato uno scudo fiscale, che porterà flussi di denaro in cambio di basse commissioni. Si stanno anche cercando di stringere o rinnovare alleanze con i Paesi del Golfo, Qatar in testa, con investimenti nell’energia, nell’alimentare e nell’immobiliare.

Ma i mercati non si fidano troppo della Turchia, viste le ultime mosse di Erdoğan: la nomina a governatore della Banca Centrale del genero Albayrak e l’auto-assegnazione per decreto presidenziale della guida del fondo sovrano istituito nel 2016 un mese dopo il golpe e che gestisce centinaia di miliardi di dollari. Inutile aggiungere come questo abbia rafforzato decisamente il controllo che il “Sultano” ha sulla politica economica e monetaria del Paese.

 

Raisa Ambros

Foto © Hürriyet Daily News; Investireoggi; Huffington Post; it.sputniknews; asianews.it

 

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