Ventotene: ultima chance per il “Vecchio Continente”?

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Il documento programmatico redatto durante il Secondo conflitto mondiale presenta elementi di grande attualità. Ora la speranza dei popoli europei é per il summit di domani

21 Agosto 2016 | di | Economia - Europa - in evidenza - Politica

Domani si svolgerà, presso l’isola di Ventotene (Lt), il vertice Italia-Francia-Germania. Il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente della Repubblica francese Francois Hollande visiteranno l’isola e poi terranno (alle ore 18 circa) una conferenza stampa sulla Nave Garibaldi della Marina Militare.

Il presente scritto intende prendere in esame alcuni tra i più importanti principi enunciati nel Manifesto di Ventotene al fine di verificare se effettivamente essi risultano ancora attuati o, in alternativa, attuabili e, se nel corso dei decenni sia avvenuta una eventuale loro implementazione in Italia e in Europa. Ciò, a nostro parere, potrà essere realizzato, seppur in maniera non del tutto completa, attraverso l’analisi dei fatti e delle prese di posizione di alcuni osservatori, politici e uomini di pensiero su questioni che, tuttora,  risultano fortemente connesse alle affermazioni di principio fondanti il predetto documento.

Il Manifesto di Ventotene fu ideato e scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann tra il 1941 e il 1944 durante il periodo di confino presso l’isola di Ventotene, nel mar Tirreno, per poi essere pubblicato da Eugenio Colorni, che ne scrisse personalmente la prefazione. Dunque detto programma di creazione di una federazione di Stati europei, era realizzato in un momento storico in cui «nazismo e fascismo da un lato e stalinismo dall’altro si confrontavano sui campi di battaglia» [1].

Come evidenziato nella “Prefazione” il pensiero dei redattori del cennato documento può essere riassunto in due elementi chiave:

– «la critica ai limiti dello Stato nazionale» che consentirebbe di interpretare in modo chiaro e unitario i problemi della nostra epoca. In tal senso si è osservato come a seguito della sconfitta della Germania alla fine della Seconda Guerra mondiale «l’unificazione europea del secondo dopoguerra» si sia «affermata con la cooperazione tra gli Stati e la costruzione di istituzioni sopranazionali». Dunque, in questa particolare fase della storia si cominciano a formare «Stati che raggruppano i popoli e gli Stati di intere regioni del mondo» con struttura multinazionale e federale.

La creazione di una federazione europea «intesa quale mezzo per superare l’anarchia internazionale, sconfiggere il nazionalismo e assicurare la pace». Al riguardo si è sottolineato come Spinelli sulla base «dell’esperienza del federalismo americano» abbia definito «l’unità europea come obiettivo di carattere costituzionale». Non a caso si è rilevato come le «vicende che portarono alla formazione degli Stati Uniti d’America» illustrino «chiaramente» come «la sovranità degli Stati era il fattore della divisione dell’America del nord e che l’unità fu conseguita quando un potere limitato ma reale fu attribuito al governo federale». Dunque, una siffatta «concezione costituzionale dell’unità europea consentì a Spinelli di denunciare i limiti delle soluzioni di carattere internazionale: non solo la cooperazione tra gli Stati, ma anche le organizzazioni internazionali come la società delle Nazioni e l’Onu»

In sintesi, si è acutamente osservato come con il Manifesto di Ventotene sia cominciata ad «affermarsi una nuova visione della politica – il federalismo sopranazionale» che, di fatto, si configura come «un’autentica alternativa a quello che ancora oggi è considerato come ordine naturale delle cose: il paradigma Stato-centrico [2].

Altiero Spinelli
Altiero Spinelli

Veniamo agli obiettivi che al contempo, fungono anche da principi fondanti il Manifesto, sui quali a parere di chi scrive, appare opportuno soffermarsi per provare ad investigare la loro attualità e la loro concreta o, mancata, applicazione:

– l’esistenza di Stati sovrani, «geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri Stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes» avrebbe giustificato l’adozione di un modello federalista europeo.

Detta tesi si basava sui seguenti assunti:

– per i partiti politici progressisti la «soluzione internazionalista» era considerata come «una conseguenza necessaria e quasi automatica del raggiungimento dei fini che ciascuno di essi si proponeva». Dunque, «un’analisi del concetto moderno di Stato e dell’insieme di interessi e di sentimenti che ad esso sono legati», mostrava «chiaramente che, benché le analogie di regime interno» potessero «facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione fra Stato e Stato, non è affatto detto» che esse avrebbero portato «automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione», finché fossero esistiti «interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di un’unità chiusa all’interno delle frontiere». Continuano, poi gli autori, precisando come si sapesse per «esperienza che sentimenti sciovinisti e interessi protezionistici» potessero «facilmente condurre all’urto e alla concorrenza anche tra due democrazie […]»;

– la tesi federalista diveniva sempre più efficacie posto che «i partiti politici, esistenti legati ad un passato di lotte combattute nell’ambito di ciascuna nazione», erano «avvezzi, per consuetudine e per tradizione, a porsi tutti i problemi partendo dal tacito presupposto dell’esistenza dello Stato nazionale, e a considerare i problemi dell’ordinamento internazionale come questioni di “politica estera” da risolversi mediante azioni diplomatiche e accordi con i vari governi»;

– «[…] l’ideale di una federazione europea, preludio di una federazione mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una metà raggiungibile e quasi a portata di mano». In tal senso, la necessità di ricostruire l’economia del dopoguerra, di risolvere il problema delle barriere doganali, della rinunzia di sovranità di piccoli Stati in favore di Stati più forti e il bisogno di sostituire il concetto di “spazio vitale” con quello di “indipendenza nazionale”, avevano fatto sì che si fosse posto «il problema dell’idea dell’ordinamento federale dell’Europa».

Dunque, nel documento si rilevava come «tali principi» potessero trovare la loro concreta applicazione con la realizzazione dei «seguenti punti: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli Stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera comune».

Di talché, le predette enunciazioni di principio e le conseguenti misure che si suggeriva fossero attuate affinché il modello federalista divenisse operativo, si basavano sull’analisi della situazione storica e politica del tempo che aveva prodotto, in sintesi,  le seguenti risultanze:

– La sovranità assoluta degli Stati favoriva i nazionalismi e i totalitarismi.

Nel documento gli autori sottolineano come la sovranità assoluta degli Stati nazionali aveva portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi, poiché ciascuno si era sentito «minacciato dalla potenza degli altri» e considerava «suo spazio vitale» territori sempre più vasti che gli avrebbero permesso di «muoversi liberamente» e di assicurarsi i «mezzi di sussistenza senza dipendere da alcuno».

Pertanto, questa «volontà di dominio» non si sarebbe potuta acquietare che «nella egemonia dello Stato più forte su tutti gli altri asserviti». Per tali ragioni, la concreta realizzazione di una federazione di Stati europea avrebbe consentito di superare gli interessi egoistici delle singole nazioni per poter poi cominciare ad impostare una politica sociale economica e finanziaria che contribuisse a sviluppare l’intera Unione.

Al riguardo si è osservato come «il valore guida dei federalisti è la pace e, quindi, la convinzione che lo Stato nazionale sia una tappa del processo di evoluzione storica dello Stato». Di talché  la prospettiva della nascita di uno Stato federale mondale diviene realistica anche se ancor non matura. Inoltre per i federalisti, nella fase storica avviatasi con l’attuale crescente interdipendenza economica fra gli Stati, legati alla rivoluzione industriale avanzata, e a quella scientifica e tecnologica, l’impegno a favore del progresso dell’umanità è diventato indissociabile «dall’impegno a favore del superamento della violenza nelle relazioni internazionali».

Alla base di tali affermazioni, precisa, l’osservatore, ci sono le «illuminanti riflessioni di Kant» il quale «partendo da una visione realistica dei rapporti internazionali e quindi della dicotomia statualità – anarchia internazionale, ha chiarito in modo rigoroso che la pace è l’organizzazione di potere che supera l’anarchia internazionale trasformando i rapporti di forza tra gli Stati in rapporti giuridici veri e propri, rendendo quindi strutturalmente impossibile la guerra attraverso l’estensione della statualità (tramite il sistema federale) su scala universale»[3].

Ernesto Rossi
Ernesto Rossi

Dunque, rifacendosi al  pensiero federalista, l’attuale struttura dell’Ue non sembra soddisfare i precisi criteri indicati dalla predetta corrente di pensiero.

– Occorreva una effettiva rappresentanza popolare in seno alle istituzioni che presiedevano ai processi decisionali dello Stato.

Nel documento si era affermato «l’eguale diritto di tutti i cittadini alla formazione della volontà dello Stato».

Sul punto, gli autori ritenevano che, le strutture dello Stato indipendente non avessero consentito a tutti i ceti sociali una effettiva partecipazione ai processi decisionali dello Stato. Invero, fra le varie cause di detta situazione, vi era «la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un’unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi» che «minacciava di dissolvere lo Stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta fra loro».

Dunque, era salvo «nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le riserve materiali e le forze lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti […]». Così facendo, la «potenza del denaro» si perpetuava «nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle possibilità proletarie» restava così ridotto, che «per vivere», i lavoratori sarebbero stati «costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità di impiego».

In buona sostanza occorre tentare di comprendere se a tutt’oggi sussiste un problema di deficit di democraticità in seno all’Unione europea.  

Al riguardo, in relazione all’Unione europea si è rilevato come serva una «forma d’integrazione positiva, oltre a quella negativa del mercato unico: finora non ci siamo riusciti anche per la resistenza di una serie di Paesi, che probabilmente hanno già deciso che dell’euro non vogliono saperne. A questo punto bisogna operare una cesura netta, e trovare meccanismi istituzionali e decisionali che permettano di funzionare in un’unione più ristretta. Ci vogliono più istituzioni federali, sovranazionali, per i Paesi dell’euro, perché l’Uem, così com’è, non funziona […]. Le modifiche istituzionali rilevanti che abbiamo fatto negli ultimi due decenni a seguito della crisi, maggiori che nei precedenti dieci, mostrano come ci sia una consapevolezza crescente degli attuali limiti della governance europea. Tuttavia bisogna essere onesti fino in fondo. Questo processo si può concludere solo con l’attribuzione molto più forte di sovranità alle istituzioni europee, che richiedono di essere ulteriormente legittimate sul piano democratico [4].

Differentemente da quanto osservato dai predetti autori, si è precisato che nella procedura legislativa ordinaria, la quale prevede «l’adozione congiunta di un atto normativo da parte del Parlamento europeo e del Consiglio su proposta della Commissione» due sono in particolare gli elementi «che meritano di essere evidenziati: anzitutto il superamento del deficit di democraticità che caratterizzava il metodo intergovernativo precedentemente applicato agli atti dell’ex Terzo Pilatro […] che si incentrava sul monopolio del consiglio […]. L’altro elemento qualificante della procedura ordinaria è dato dal superamento della regola dell’unanimità per le delibere del Consiglio, che consentiva anche ad un singolo Stato membro di bloccare a tempo indeterminato l’adozione di un atto legislativo».

Viceversa, nota l’autore, nelle procedure legislative speciali «viene meno quella perfetta simmetria  di poteri tra il Parlamento europeo e Consiglio che caratterizza la procedura ordinaria di codecisione». [5]

Inoltre, sul piano della creazione di un ordinamento sovranazionale  autonomo, che, però, non comporta l’estensione della modifica adottata per la procedura legislativa ordinaria a tutti gli altri procedimenti di formazione delle norme europee, occorre ricordare come la Corte di Giustizia, in particolare con le sentenze Costa v. Enel (15. Luglio 1964, C-6/64) e Simmenthal (9 marzo 1978, C-106/77) abbia individuato «il fondamento teorico della preminenza delle norme comunitarie nella stessa costruzione della Comunità come ente superiore, istituendo il quale gli Stati membri hanno limitato, sia pure in campi circoscritti, i loro poteri sovrani».  Dunque, l’Ue è «un ente le cui regole si impongono per forza propria, non potendo incontrare ostacolo nelle norme interne qualunque sia il loro rango, secondo una “concezione monista” dei rapporti tra diritto sovranazionale e diritto interno»  [6].

Di talché, sul piano dell’applicazione delle norme si ravvede nell’Unione europea un soggetto sovranazionale con ampia autonomia.

Dunque, per applicare in pieno lo “spirito” del Manifesto di Ventotene, occorrerebbe, intanto, estendere le modifiche previste per la procedura ordinaria a qualsivoglia diversa procedura legislativa.

In ogni caso, non mancano le critiche al modello federalista propugnato dai redattori del Manifesto di Ventotene e, in particolare, in relazione alle modalità con le quali detto modello dovrebbe essere instaurato.

Al riguardo, recentemente, Giovanni Belardelli del Corriere della Sera ha sottolineato come il Manifesto di Ventotene contenga «in sostanza l’idea di una “rivoluzione dall’alto di tipo giacobino – leninista” come l’ha definita Galli della Loggia (Europa perduta?, il Mulino 2014). Del resto in un suo scritto del 44’ Spinelli avrebbe ventilato la necessità, per realizzare il federalismo europeo di una “dittatura rivoluzionaria” da parte di una classe dirigente che avrebbe dovuto avere le “capacità rivoluzionarie dei comunisti, senza averne le tare”. Sono affermazioni legate all’epoca e alla stessa biografia dell’ex comunista Spinelli. Ma quell’idea di un federalismo dall’alto, ammesso che possa essere accettabile dal punto di vista democratico (ciò che mi pare dubbio), è in ogni caso del tutto improponibile oggi, in un momento in cui le istituzioni di Bruxelles sono accusate precisamente di questo, dai movimenti populisti ma anche da molti cittadini europei: di decidere per noi, riproponendo una nuova forma di dispotismo illuminato, come ha scritto tra gli altri il filosofo Pierre Manent». Conclude, poi, l’autore, evidenziando come l’Europea sia «innegabilmente in difficoltà. La fiducia nelle sue istituzioni continua a calare più o meno in tutti i Paesi. La Ue non riesce a fare i conti con una crisi economica che ormai, secondo molti economisti, prefigura una stagnazione secolare […]. Illudersi di trovare la soluzione rilanciando il processo di integrazione fino addirittura alla riproposizione del Manifesto di Ventotene rischia di portare fuori strada». Occorrono, invece, a parere di Belardelli, azioni su obiettivi mirati. Ad esempio in merito alla politica sui migranti [7].

Occorreva contrastare l’imperialismo economico e il fenomeno che, attualmente, chiameremmoglobalizzazione“.

Il testo recita: «Contro il dogmatismo autoritario, si è affermato il valore permanente dello spirito critico».

Secondo quanto riportato nello scritto in esame, «Nuovi dogmi da accettare per fede, o da accettare ipocritamente, si stanno accampando da padroni in tutte le scienze». Inoltre, a «causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna è tutto il globo […]». Ed ancora «Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri».

Al riguardo si è rilevato come «Da tempo gli Stati europei sono diventati spazi sempre più permeabili ai grandi mutamenti della globalizzazione e alle sfide politiche ed economiche che hanno una dimensione mondiale. Sono quindi, sempre meno in grado di farvi fronte singolarmente o nel contesto europeo che è solo parzialmente integrato. Nel sistema economico nazionale,  i cui cardini sono lo Stato, le imprese e le famiglie, la sostenibilità del sistema si basa sul funzionamento integrato dei suoi componenti, che sono tesi al soddisfacimento dei propri interessi, ma orientati alla sopravvivenza del sistema stesso. Ma con l’affermarsi della globalizzazione, un elemento del sistema è diventato sempre più estraneo a questo tipo di sistema: si tratta della grande impresa e di parte del sistema finanziario che operano, sempre più, seguendo logiche ed interessi del mercato globale, nel tentativo di reggere il confronto con la competizione in ambito mondiale. Anche a scapito del mantenimento dell’occupazione e della stessa produzione materiale nel territorio nazionale d’origine […]» [8].

Egualmente, secondo altra corrente di pensiero, la globalizzazione e il conseguente imporsi delle leggi del mercato anche sulla politica e sulle ideologie, hanno fatto sì che la democrazia sia divenuta «una quinta teatrale sempre più vuota, gli attori sono pochi e distratti, impegnati a sostenere sulle proprie spalle il peso del famelico Veltro che li opprime e asservisce. La democrazia va morendo, oltre che per i tanti malanni che l’affliggono, per il fatto che il tempo della partecipazione, del controllo, della criticità è divorato dall’obbligo insonne di produrre e consumare. Anche l’informazione di cui si nutre la democrazia, e di cui il nostro tempo è infinitamente più ricco di ogni epoca passata, per mancanza di tempo non può essere che superficialmente utilizzata» [9].

Eugenio Colorni
Eugenio Colorni

Sempre in relazione alla c.d. ‘rivoluzione digitale’ ed alla mondializzazione del mercato, secondo Giovanni Petruzzella Presidente dell’Antitrust, c’è un’Europa «che appare incapace di affrontare le più generali cause di insicurezza e di angoscia del tempo presente: la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione». Secondo l’autore «L’economia digitale è il mondo dell’innovazione disruptive, è un’onda che, da una parte, crea benessere sociale, ma dall’altra parte travolge vecchi mestieri e annulla tanti lavori. Anche l’apertura dei mercati alla globalizzazione può trasformarsi in una maledizione per chi si guadagnava da vivere all’interno dei confini nazionali e ora si trova esposto a una concorrenza internazionale che è in grado di produrre a costi più bassi.[…]» Dunque, «Il bisogno di sicurezza insoddisfatto alimenta la rivolta dei popoli contro le elité e contro l’Europa. Significativamente la decisione a favore della Brexit ha conquistato maggiori consensi nelle aree più povere del Regno Unito  tra i losers della Grande trasformazione degli ultimi vent’anni. Nell’età dell’insicurezza, ha poco senso per i popoli europei la domanda che, invece, si pongono la classe dirigente e i dibattiti accademici: Unione più stretta o riduzione delle competenze dell’Unione? Così come non ha alcuna capacità  seduttiva il dibattito su come superare il deficit democratico dell’Unione europea e su rafforzamento del suo Parlamento». Chiude l’autore, affermando come nell’Old Continent vi sia un «problema di rifondazione dell’ordine politico, muovendo dalla funzione primaria della politica: fare uscire l’uomo dallo ‘stato di natura’  in cui rischia di ripiombare e dove come scriveva Hobbes, “la vita dell’uomo è solitaria, misera, ostile, animalesca e breve», creando un potere politico efficace (il governo non la governance) in grado di assicurare pace e prosperità. Dunque, «la tentazione di molti è quella di ritenere sia necessario tornare agli Stati nazionali. Viceversa chi crede realmente nell’idea di Europa deve dimostrare l’inadeguatezza degli Stati nazionali a risolvere da soli le problematiche che affliggono il continente europeo [10].

In merito all’inciso contenuto nel Manifesto di Ventotene circa la necessità di abbattere le ‘caste’ attraverso la realizzazione del progetto federalista, per quanto attiene al panorama italiano, si pensi alla situazione ben descritta qualche anno orsono dai giornalisti Stella e Rizzo nel noto Libro “La Casta”. Purtroppo, non v’è traccia di cambiamenti radicali al riguardo. Certo qualche miglioramento v’è stato, ma ancora non può dirsi che quel tipo di mentalità e di costume sia stato debellato e sostituito da un approccio molto più europeo.

– Occorreva trovare una soluzione alle “bardature burocratiche” che bloccavano l’economia e lo sviluppo.

Secondo gli autori del documento che ci occupa «L’auspicato risveglio delle forze progressiste passa anche attraverso l’aspirazione delle predette masse «ad una superiore forma di vita: gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta la intelligenza; imprenditori che, sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche e dalla autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento, tutti coloro infine che, per un senso innato di dignità non sanno piegar la spina dorsale nell’umiliazione della servitù. A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà».

Sul punto, da più parti si è sottolineato il problema dell’eccesso di burocrazia all’interno della macchina amministrativa dell’Ue e l’eccessivo utilizzo di dinamiche tecnocratiche.

Non a caso secondo Giulio Sapelli del Messaggero lo scritto redatto dagli intellettuali sull’isola di Ventotene «Era la prefigurazione della scarsa fortuna dell’idea federalista a base democratica e non tecnocratica. Fu quest’ultima, infatti, l’idea che vinse e vince in Europa, in Questa Europa nella quale viviamo e ci confrontiamo ancora come Stati nazionali e secondo un equilibrio di potenza e non di superamento delle controversie nazionalistiche […]». Sul punto l’autore conclude con un auspicio: «In questo contesto apprendere  che i capi di governo delle tre più importanti nazioni europee, dopo la Brexit, ossia Germania, Francia e Italia, si incontreranno a Ventotene non può che aprire i nostri cuori insieme alla speranza e al timore, all’angoscia. Perché la speranza? Ma è evidente: è la speranza che si trovi finalmente un percorso democratico e non tecnocratico di costruzione di una possibile unità continentale europea cementata da un Parlamento europeo dotato di tutti i poteri che la teoria democratica affida alla rappresentanza del popolo sovrano, secondo il modello federalista nord americano» [11].

Egualmente, Francesco Grillo del Corriere della Sera, in merito al ruolo della Commissione europea ha evidenziato come «Dopo essere stata per anni la custode del cambiamento, è la Commissione ad aver bisogno di una profonda riforma». A tale organo, continua il giornalista, «è assegnato il mastodontico compito di attuare le politiche dell’Unione; il budget, però, è quaranta volte inferiore alla somma della spesa pubblica nei ventotto Paesi ed un terzo della cifra è assegnata alla politica agricola. La sua amministrazione conta la metà dei dipendenti del comune di Roma e molti sono impegnati a tradurre i documenti in ciascuna delle ventiquattro lingue ufficiali dell’Unione; e, tuttavia alla Commissione vengono affidate competenze esclusive come la politica monetaria e della concorrenza, alle quali si è aggiunto – in risposta alla crisi – tra i compiti, quello di fare dell’Europa l’economia “più competitiva del mondo”; risolvere l’emergenza migranti; assicurare fonti energetiche sicure, meno care e d basso impatto ambientale».

L’autore, elenca, poi, le soluzioni da adottare: «La malattia di  cui rischiano di morire le istituzioni comunitarie ha poco a che vedere con le guerre tra federalisti e euroscettici. Il problema è più semplicemente in un eccesso di retorica che produce aspettative  alle quali non corrispondono né le risposte, né la capacità di adattarsi rapidamente a contesti nuovi.

Cinque i criteri che, senza forzare i Trattati, andrebbero applicati in tempi brevi per dare efficienza all’istituzione che è il cervello dell’Unione. Innanzitutto alla Commissione vanno affidati i problemi per i quali c’è un fallimento dello Stato Nazionale che non ha la scala per affrontarli. Un esempio è la regolazione delle piattaforme digitali – tutte private e americane – attraverso le quali passeranno gli scambi economici e le idee nei prossimi decenni. In secondo luogo, il budget va spostato sugli strumenti che sono indispensabili per rafforzare l’Unione stessa: quelli che, ad esempio, garantiscano a tutti gli studenti il diritto a periodi di studio  in un altro Paese europeo. Per cominciare la costruzione di quel “demos” europeo senza il quale è difficile un’ulteriore integrazione. Deve invece diminuire il numero delle politiche affidate ad una “gestione comune” laddove essa non sta producendo risultati […]. Sulle altre  politiche nazionali, può essere poi assegnato volontariamente dagli Stati alla Commissione un ruolo di organizzatore di confronti, sperimentazioni apprendimenti reciproci. Sulle politiche di ricerca si deve investire di più garantendo, però, che ciascun progetto finanziato sia in grado di generare conoscenza condivisa.  L’organizzazione, infine, è’ una burocrazia la Commissione europea; ma a poteri (e stipendi) speciali, devono corrispondere responsabilità non comuni. La carriera di un funzionario va legata a obiettivi precisi. I compiti di gestione di programmi vanno divisi da quelli di formulazione di leggi. Non ha più senso organizzare la Commissione per nazionalità: l’unico criterio deve essere quello della competenza […]» [12].

– Era necessario contrastare la politica dell’equilibrio dei poteri posta in essere dai soggetti che prediligevano i sistemi nazionali.

Ed ancora, secondo il documento oggetto di analisi «Nel breve intenso periodo di crisi generale […] i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali, cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionaliste, e si daranno ostentatamente a ricostituire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d’accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell’equilibrio dei poteri, nell’apparente immediato interesse dei loro imperi».

Si pensi, ai passati contrasti diplomatici e legali sulle dinamiche commerciali tra Ue e Stati Uniti ed a quelli attuali in merito alle relazioni internazionali di natura commerciale e geopolitica anche con  nuovi super soggetti commerciali quali ad esempio Brasile e Russia.

Sul tema si è rilevato come «gli anni di maggior influenza degli Stati Uniti  sul processo di integrazione europea sono sicuramente quelli compresi tra il 1945 e il 1950, in cui essi fecero pressione sulle scelte europee per una maggiore integrazione economica e politica. Il motivo fondamentale è che in questi anni si stava costruendo, insieme alla guerra fredda e allo scontro bipolare, il blocco Occidentale».  Non a caso «soprattutto negli anni del dopoguerra e per tutti gli anni cinquanta, vi fu tra i principali stati europei  una crescente competizione per ottenere i favori del grande alleato. La competizione tra europei era rivolta prevalentemente ad ottenere maggiori aiuti dal Pino Marshall […]».

In tal senso «La necessità e la positività di una politica di Europa unita, che si spingesse fimo alla creazione di una federazione europea, era condivisa e fortemente supportata anche dal Presidente Eisenhower e dal suo segretario di stato John Foster Dulles […]».

Sul punto l’autore ritiene che dall’analisi delle «relazioni tra le due sponde dell’Atlantico in prospettiva storica emerge la persistenza dello scontro tra Stati Uniti e Comunità europea a causa di diversi interessi economici. Infatti, le relazioni reciproche sono state segnate da una forte alleanza politica, sulla quale è sempre stato possibile trovare una mediazione, ma anche da conflitti commerciali, in particolare riguardo i prodotti agricoli […]. Con la nascita della Cee, e soprattutto con il suo straordinario successo economico dei primissimi anni Sessanta, la posizione degli Stati Uniti verso l’integrazione europea iniziò  a cambiare radicalmente e il grande supporto si trasformò in freddezza, se non dichiaratamente contrapposizione. Per decenni, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, gli Stati Uniti hanno tentato addirittura di ignorare la Comunità europea a livello politico, tentando di indebolirla, anche mettendo gli Stati membri gli uni contro gli altri sollecitandoli nei loro interessi nazionali». Conclude, l’autore, precisando come a partire dagli anni settanta Stati Uniti e Comunità europea si siano «allontanati sulle principali politiche sino a una vera e propria “divaricazione strategica”» [13].

Allo stato, è evidente che gli Stati Uniti hanno un forte interesse a stipulare patti commerciali che consentano, finalmente, di sfruttare al meglio l’incontro delle due aree di mercato, cioè a dire quella americana e quella europea. Dunque, le negoziazioni per la stipulazione del TTIP assumono un significato molto forte per la corretta continuazione e gestione dei rapporti commerciali tra Ue e Usa. La recente polemica sul predetto negoziato riguarda la possibilità che l’accordo possa ancora una volta favorire le multinazionali. Per quanto attiene ai supposti vantaggi in favore delle Corporations  crediamo, sarà, possibile esprimere un giudizio solo quando i testi saranno accessibili. Certamente, da quanto è emerso, ad oggi, su alcuni aspetti indicati nelle bozze di accordo, v’è ancora una atteggiamento abbastanza protezionistico da parte degli americani (si pensi al tema degli appalti pubblici in territorio Usa che, in base allo stato attuale dei negoziati sembrerebbero rimanere principale appannaggio delle aziende americane). Di talché per poter effettuare delle valutazioni anche su tale argomento è saggio attendere il completamento dei negoziati.

Ursula Hirschmann
Ursula Hirschmann

Per quanto attiene alla Russia ed al Brasile si ponga mente alla recente ripresa, dopo circa quattordici anni, delle trattative tra Mercosul e Unione europea per l’eventuale stipula di un accordo commerciale tra i due blocchi. Diversamente, per quanto afferisce ai rapporti tra Russia e Ue si pensi al recente riavvicinamento della Turchia del Presidente Erdogan al Premier Putin. Tale riapertura delle relazioni internazionali tra i due Stati ha un forte significato anche dal punto di vista degli equilibri commerciali e industriali internazionali in quanto la Russia è uno dei principali produttori di gas e, attualmente, sembrerebbe avere di nuovo interesse a che il progetto di gasdotto (c.d. Turkish Stream) venisse realizzato.

La Turchia a sua volta, per ovvie ragioni, è ben felice di riaprire i rapporti commerciali e turistici con la Russia  e, grazie al predetto progetto di gasdotto, di tornare a coltivare l’idea di trasformarsi effettivamente in un importante hub energetico nell’area del Mediterraneo.

– Si era evidenziata la inutilità delle organizzazioni internazionali prive di strumenti concreti per agire.

Al riguardo il testo che ci occupa recita: «E’ ormai dimostrata l’inutilità anzi la dannosità di organismi sul tipo della Società delle Nazioni, che pretendeva di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti»

Su tale questione, sono stati compiuti dei passi in avanti in merito alla creazione di una forza di pace coordinata in ambito Onu (le c.d. operazioni di peacekeeping) che, in ogni caso non sostituisce gli eserciti delle singole nazioni. Resta, però, la questione della incapacità di tale organizzazione internazionale, di intervenire concretamente ed efficacemente sul piano legislativo. Invero, le raccomandazioni e le risoluzioni Onu appartengono per la stragrande maggioranza al c.d. soft law. Dunque esse non sono vincolanti per i destinatari. Tale aspetto, pone in evidenza come l’organizzazione internazionale Onu, di fatto, non eserciti quella sovranità piena sugli Stati che hanno aderito ad essa, volontariamente.

Naturalmente, da un punto di vista legislativo l’Ue ha ha disposizione il diritto derivato (Direttive, Regolamenti, decisioni). Sopratutto per quanto attiene al regolamento l’Ue ha a disposizione uno strumento legislativo direttamente applicabile all’interno dei singoli ordinamenti giuridici nei confronti delle persone fisiche e giuridiche e degli Stati.

In relazione agli argomenti in agenda risulta assai importante la questione dell’esercito europeo.

– Si riaffermava la predominanza dell’uomo sulle forze economiche.

Secondo il Manifesto «[….] le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma – come avviene per le forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne sieno vittime».

Al riguardo occorre prendere in esame «l’effetto sociale  della “rivoluzione digitale”. Un effetto che già si manifesta e si manifesterà, e su sempre più vasta scala, nel campo del lavoro». Queste le parole del Professor Giulio Tremonti il quale, sull’argomento afferma che «Quasi fosse una beffa per l’uomo occidentale, mentre per effetto  del progresso questo vede salire la sua vita media, per contro vede scendere le possibilità di realizzarla nel lavoro, come è sempre stato. Magari in futuro non sarà proprio così. Ma oggi il nostro problema è che siamo nel mezzo, siamo in quell’intervallo di tempo che prima del “futuro futuro” [14], nel tempo presente già ci fa avvertire il cambiamento. Oggi i giovani, insieme con i meno giovani, sono i primi ad accorgersene e a temerlo. L’Internazionale iniziava con: “Compagni avanti, il gran partito noi siamo dei lavoratori”. Oggi nel mondo occidentale, il problema del lavoro è molto diverso e quasi antitetico rispetto ad allora ed è che “l’immensa schiera” non è più composta dai “lavoratori sfruttati”, ma all’opposto dai “disoccupati”, attuali e futuri.».

Matteo Renzi

Attualmente, nota l’autore, «in Occidente quel che resta del lavoro umano oggi rischia di essere sottratto dalle macchine digitali, in una competizione tra uomo e macchina che su scala crescente potrebbe anche essere fatale per l’uomo lavoratore, per effetto dell’attesa, probabile vittoria sul campo dell’ “industria 4.0”, delle killer technologies, a partire dalle nuove app(lications) digitali. Un processo che certo non sarà fatale per tutti, ma fatale per moltissimi, soprattutto per quelli che sono abbastanza vecchi e che si chiamano “uomini medi” e per questo sono parte del ceto medio, ivi inclusa la un tempo solida e sconfinata classe lavoratrice di tipo americano ed europeo, tutti componenti della moderna “massa” sociale (l’uomo medio moltiplicato per n) […].».

Continua l’ex Ministro dell’economia,: «una volta c’era la scrivania con sopra il computer al servizio dell’uomo. Oggi è il computer (o che altro per esso) che prima ha eliminato la carta e ora sta prendendo il posto dell’uomo. E, in questa prospettiva, certo non può essere equivalente e confortante neppure l’idea dello sviluppo del lavoro da remoto, della telepresenza, del cosiddetto “telelavoro”, del lavoro fatto da casa. […]. Oggi non è confortante la prospettiva generale del lavoro, anche se in termini quantitativi qualcosa potrebbe essere statisticamente conteggiato, in termini di quota della popolazione “occupata”, in termini qualitativi, tutto ciò non sarebbe comunque positivo. E certo non positivo per il ceto medio. Non lo sarebbe perché, fuori del caso topico delle techno-elites, i nuovi “tipi” di lavoro saranno lavoro “mobile”, lavoro “a basso reddito”, soprattutto lavoro concentrato in quella parte bassa del settore  dei servizi che una volta era “riservata” agli immigrati e ai quasi- diseredati».

Da ultimo,  si osserva come la rivoluzione digitale produca anche effetti di natura politica. Non a caso con il «computer, il servo diventa signore di stesso.». Con l’uso continuo dell’elaboratore si instaura un «universo che in realtà è anche chiusura, piuttosto che  apertura; è solitudine nella moltitudine e, soprattutto, è un universo che va a integrare la forma postmoderna del nichilismo: è anarchia senza gerarchia. […]. La prima democrazia garantiva la libertà. La seconda democrazia garantiva il governo nella libertà. Questa terza democrazia, come percorrendo il cerchio all’indietro, garantisce forse ancora la libertà, ma non più il governo». [15]

– Occorreva adottare delle scelte legislative oculate in relazione alla proprietà delle aziende che svolgono attività monopolistiche.

Il documento prevedeva quanto segue: «non si possono lasciare ai privati le imprese che svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizione di sfruttare la massa dei consumatori; ad esempio […] le imprese che per la grandezza del capitale  e per il numero di lavoratori o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato, imponendo la politica per loro più vantaggiosa.

In relazione a detto aspetto, l’Europa molto ha fatto adottando una legislazione in tema di leale concorrenza ed attribuendo ampi poteri alla Commissione europea. Resta, certamente, il problema del controllo a livello di mercato globale delle grandi multinazionali.

Sul punto Gianluca Mazzella del Fatto quotidiano ha osservato come un recente studio condotto dall’Eth, il Politecnico federale di Zurigo, «ossia una delle migliori università del mondo, cui sono legati una ventina di premi Nobel», abbia avuto per argomento proprio «la rete delle multinazionali (i soggetti più importanti dell’economia odierna) che hanno influenza sulla competizione nel mercato globale e sulla stabilità finanziaria».

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Si tratta di un lavoro scientifico che ha «esaminato sia l’architettura delle proprietà internazionali di tale rete, sia il controllo potenziale di ciascuna multinazionale: ossia l’effettiva influenza degli azionisti nella strategia economica. Giacché finora erano state esaminate solo alcune reti di proprietà, ma trascurando la struttura di controllo a livello globale, o alcuni gruppi economici nazionali. Ed erano state neglette le relazioni di controllo reciproco, dirette e indirette, che sussistono fra le maggiori multinazionali».

Ebbene,  «esaminando 37 milioni di entità economiche in 194 paesi, fra persone e aziende, si è arrivati a considerare per importanza 43.060 multinazionali o Tnc (Transnational Corporations), analizzandone le partecipazioni dirette e indirette, ossia tutto il network

Pertanto, l’autore ha sottolineato come lo studio abbia evidenziato l’esistenza di «un nucleo di solo 1300 imprese che controlla circa la metà di tutte le multinazionali, e la cui proprietà resta perlopiù nel nucleo stesso, attraverso complicati meccanismi di partecipazione reciproca».

Pertanto, «esiste un piccolo gruppo di multinazionali, strettamente connesse, che detengono la maggioranza delle azioni l’una dell’altra: 737 dei maggiori azionisti detengono l’80% del controllo di tutte le più importanti multinazionali. In altri termini, circa 4/10 del controllo di tutte le multinazionali del mondo è in mano (attraverso una rete intricatissima di relazioni e proprietà) a sole 147 multinazionali che hanno il pieno controllo di loro stesse: la maggior parte sono intermediari finanziari. Inoltre le imprese con maggior numero di partecipazioni sono connesse fra di loro, il cosiddetto rich-club phenomenon: i ricchi diventano sempre più ricchi».

Aggiunge, poi,  il giornalista come tali risultanze facciano emergere inquietanti implicazioni: «da un lato la competizione nel mercato globale è significativamente ridotta dal complesso sistema di partecipazioni reciproche di non molte imprese. Se queste sono legate in maniera diretta o indiretta da partecipazioni azionarie è difficile che si facciano guerra fra loro. Questo non riesce a essere impedito dagli organismi antitrust, in quanto non dispongono degli strumenti analitici e quantitativi per individuare i network globali. Dall’altro lato, al contrario di quanto è stato affermato per anni da non pochi economisti, l’alta concentrazione di interconnessioni fra le istituzioni finanziarie comporta un alto rischio di sistema: il fallimento di un’impresa si può propagare, con effetto domino, in tutto il sistema. Esattamente come è accaduto nell’ultimo crollo finanziario. Sicché ogni crollo finanziario può diventare un’epidemia» [16].

– Era opportuno introdurre norme che consentissero un’espansione effettiva della gestione cooperativa ed il diritto all’azionariato operaio.

Allo stato  la Germania ed altri Paesi dell’Unione Europea non hanno bisogno di particolari tutele giuridiche per i lavoratori poiché è lo stesso sistema di relazioni industriali esistente a proteggere i lavoratori.

Nell’ordinamento giuridico tedesco è previsto che nelle imprese siano creati dei Consigli di Sorveglianza  composti da soggetti in parte nominati dai lavoratori e in parte individuati dagli imprenditori. Detti organismi hanno i compito di nominare il comitato direttivo delle aziende e di adottare le decisioni importanti per quello che riguarda assunzioni e licenziamenti.

In relazione a detto tema si è evidenziato come un siffatto «sistema di rappresentanze negli organi direttivi delle imprese, che ha condotto a forme molto forti di socializzazione della gestione dei mezzi di produzione sancite dalle leggi sulla cogestione delle imprese del 1951 e del 1976»,  abbia reso «inutile in Germania il varo di una particolare legislazione di sostegno a tutela dei lavoratori sul tipo dello Statuto dei Lavoratori esistente in Italia. Infatti, è quasi impossibile che un Consiglio di Sorveglianza, nominato per circa la metà dei suoi componenti dai lavoratori, faccia licenziare gli stessi lavoratori che hanno contribuito ad eleggerlo. Il capitalismo sociale tedesco, che si fonda sul presupposto che tanto più i lavoratori sono coinvolti nella gestione dei processi produttivi tanto più il loro interesse per il destino collettivo cresce e l’efficienza del sistema economico si rinsalda non fonda dunque i propri successi sulla flessibilità nel mercato del lavoro» [17].

In merito al prefato argomento si è rilevato come «Per apprezzare a fondo il modello tedesco di relazioni industriali» occorra conoscerne «le origini storiche e i cambiamenti degli ultimi 20-30 anni, maturati all’ombra di un sistema istituzionale – quale quello della Germania del secondo dopoguerra – quanto mai stabile. In questo lungo periodo gli interessi dei lavoratori sono stati rappresentati in un sistema duale che prevede sia la cogestione (nell’impresa e nel singolo stabilimento) sia la contrattazione collettiva per settori. Questo modello, mutuato dal periodo tra le due guerre mondiali, poteva essere riproposto solo in un momento in cui gli imprenditori erano deboli politicamente e i sindacati molto rispettati; c’è stato comunque bisogno di un duro scontro politico» [18] .

Naturalmente, «i Paesi dell’Unione Europea hanno deciso anche in sede comunitaria – con il varo della quinta direttiva CEE del 1972 – di optare per un capitalismo sociale e non conflittuale, che basi i propri successi non sull’estrema precarizzazione del rapporto di lavoro subordinato, ma sulla valorizzazione del fattore umano e sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione dei processi produttivi». [19]

– Occorreva fornire un sostegno reale ai giovani.

«i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita, in particolare la scuola pubblica dovrà dare le possibilità effettive di proseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare in ogni branca di studi, per l’avviamento ai diversi mestieri e alle diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui  corrispondente alla domanda del mercato […]».

In tal senso l’Italia si distingue in negativo dagli altri Stati europei. Invero, da un recente studio citato da Alessandra Rosina di Repubblica è emerso che «il 75% degli italiani tra i 18 e i 32 anni intervistati nel 2015 è convinto che  nel proprio Paese le opportunità  di lavoro e realizzazione professionale siano inferiori rispetto al resto d’Europa contro meno del 10 per cento dei coetanei tedeschi. Questa percezione trova sostegno nei dati oggettivi. A partire dal 2010 l’Unione europea ha individuato ne tasso dei Neet la misura privilegiata per misurare quanto uno Stato dilapida il potenziale delle nuove generazioni a scapito non solo dei giovani stessi, ma delle proprie possibilità di sviluppo  e benessere. L’acronimo Neet (Not in education, Employment or Training)  indica i giovani usciti dal percorso formativo ma non (ancora) entrati nel mondo del lavoro. L’Italia risulta essere il Paese con il valore assoluto più elevato in Europa e con incidenza relativa seconda solo alla Grecia.». Aggiunge, poi, l’autrice che «Le difficoltà che trovano i giovani nel passaggio dalla scuola al lavoro costituiscono un punto critico che sta indebolendo tutto il percorso di transizione alla vita adulta, accentuando la dipendenza dalla famiglia di origine e riducendo la formazione di nuove famiglie […]». Conclude, la giornalista, sottolineando come si tratti di dati che «coerentemente con altri, mostrano come lo scadimento delle opportunità di occupazione e della qualità del lavoro stiano fortemente erodendo il futuro delle nove generazioni». [20]

– Era necessario porre in essere una solidarietà umana verso i bisognosi che non si limitasse alla carità.

Il testo recita: «La solidarietà umana verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica non dovrà, per ciò, manifestarsi con le forme caritative sempre avvilenti e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori».

Sul punto, il nostro Paese, su un tema davvero serio e importante per tutta l’Europa quale è la questione migrazione,  ha proposto il migration compact che si ispira proprio a criteri di solidarietà sociale che consentano ai destinatari di tali azioni di divenire in un futuro prossimo autonomi e non più dipendenti da coloro che li hanno sostenuti nel momento del bisogno. Stesso criterio dovrebbe essere adottato per tutti coloro che in Italia ed in Europa non possono accedere a misure di sostegno (Welfare state) che possano poi permettere una ripresa delle attività lavorative, possibilmente, nel settore di competenza del disoccupato. Questo tipo di misure esiste già in molti paesi europei (Es: Lussemburgo, Svezia).  Auspichiamo che tali misure, al più presto,  siano operative anche in Italia. Non a caso detto argomento é inserito nell’agenda del summit del 22 agosto prossimo.

In conclusione, il Manifesto di Ventotene, seppur fortemente intriso di concetti che afferiscono all’ideologia politica dei redattori presenta, tuttora, aspetti particolarmente innovativi ed attuali.

Dunque, l’auspicio è che nel corso del summit del 22 agosto prossimo tra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, la Cancelliera Angela Merkel e il Presidente della Repubblica Francese François Hollande presso l’isola di Ventotene, il leaders politici possano finalmente giungere ad una decisione in merito ad una revisione profonda delle priorità, delle strutture istituzionali e degli obiettivi dell’Unione europea affinché, anche attraverso una ipotetica rivisitazione dei principi contenuti nel Manifesto di Ventotene, essi possano concordemente delineare le azioni da compiere a breve termine per far sì che l’Europa sia, innanzitutto, un organismo in grado di fornire risposte concrete ai bisogni, alle necessità ed alle paure dei popoli europei.

Roberto Scavizzi

Foto © Guido Bergmann (Governo tedesco/Afp), Wikicommons.

[1] G. Sabelli, Lo spirito di Ventotene che l’Europa deve ritrovare; Messaggero del 18 agosto 2016.

[2] L. Lelli, Il Progetto federale europeo di Altiero Spinelli; Dal Manifesto di Ventotene al Progetto di Trattato di Unione Europea, pp. 7 e 8.

[3] S. Pistone, realismo politico, federalismo e  crisi dell’ordine mondiale, Il Federalista, Anno LVIII, 2016, N. 1. p. 7.

[4] M. Bordignon, Europa la casa comune in fiamme, Bologna, Il Mulino, pp. 50,51.

[5] R. E. Kostoris, Manuale di procedura penale europea, Giuffré editore, p. 15.

[6] R. E. Kostoris, op. cit, p. 37].

[7] G. Belardelli, Un’Europa concreta con obiettivi chiari; Corriere della Sera; 15 agosto 2016.

[8] A. Costa, Lo Stato, la globalizzazione, ricchezza e debito: la sfida dell’eurozona, Il Federalista, Anno LVII, 2015, N.1,2, p. 71.

[9] P. Bevilacqua, Miseria dello Sviluppo, Laterza, pp. 101,102.

[10] G. Petruzzelli, Cambiare l’Unione per dare sicurezza ai cittadini, Corriere della Sera del  26 luglio 2016.

[11] G. Sabelli, Lo spirito di Ventotene che l’Europa deve ritrovare; Messaggero del 18 agosto 2016.

[12] F. Grillo, Riformare la Commissione, Corriere della Sera del 25 luglio 2016.

[13] G. Laschi, L’Europa e gli altri. Le relazioni esterne della Comunità dalle origini al dialogo Nord-Sud; il Mulino, pp. da 43 a 49.

[14] Secondo Giulio Tremonti, attualmente, noi abbiamo davanti due tipi di futuro: il “futuro futuro” quale vero prodotto della rivoluzione digitale e il “futuro prossimo”.

[15] G. Tremonti, Mundus Furiosus, Il riscatto degli Stati e la fine della lunga incertezza, Mondadori, 2016 pp. da 29 a 35.

[16] G.L. Mazzella, Le multinazionali che dominano il mondo; Il Fatto quotidiano on line del 4 novembre 2011;

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/le-multinazionali-che-dominano-il-mondo/168245/.

[17] M. Cogliandro, La ‘flessibilita’ nei Paesi dell’Unione Europea;

http://digilander.libero.it/maximusmagnus/nuovi/flessib.htm.

[18] W. Eichhorst, In Germania i lavoratori non sono mai entrati in crisi; Limesonline;

http://www.limesonline.com/in-germania-i-lavoratori-non-sono-mai-entrati-in-crisi/30171

[19] M. Cogliandro, op. cit.

[20]  A. Rosino, La generazione perduta degli under 30. Così possiamo aiutarli a non rassegnarsi; Repubblica del 20 agosto 2016.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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