Via Rasella, le Fosse Ardeatine, la nuova Italia

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Settantacinque anni dall’attentato e dal massacro di 335 persone. Per l’anniversario Riccardo Muti ha diretto a Chicago la Nona Sinfonia di William Howard Schuman

9 Marzo 2019 | di | Attualità

Settantacinque anni dall’attentato di Via Rasella, tre quarti di secolo da quel giovedì 23 marzo 1944 in cui furono uccisi dalle formazioni partigiane di Roma 32 soldati tedeschi che attraversano quella via in salita provenienti da via del Traforo per dirigersi verso via Quattro Fontane anche per mostrare alla città una forza che serviva ad intimidire e a ribadire che Roma era sotto il tallone germanico, “Roma nazista” come ha scritto Eugenio Dollmann, colonnello delle SS e uomo di fiducia di Heinrich Himmler nella Roma occupata.

Il battaglione che attraversava le strade della Città Eterna era costituito da reclute del Sud-Tirolo trasferite nella capitale italiana per misure di repressione contro il popolo di Roma sempre più insofferente all’occupazione nazista. Il battaglione Bozen passa tutti i giorni alla stessa ora in quella via, dove i palazzi sono allineati uno attaccato all’altro e lo spazio tra i due lati è così stretto da mettere in risalto il passo cadenzato dei soldati del Terzo Reich in un ritmo assordante.

A metà di via Rasella, a qualche metro da Palazzo Pittoni, dove aveva alloggiato Benito Mussolini poco dopo la marcia su Roma, è stato depositato un carretto della nettezza urbana carico di esplosivo che attendeva il passaggio dei soldati tedeschi e al segnale convenuto Rosario Bentivegna accostò la pipa alla spoletta che si accese di colpo e con un ritardo calcolato di 50 secondi per consentire la sua fuga e quella degli altri 3 gappisti situati nei punti strategici della via (Carla Capponi, Franco Calamandrei, Carlo Salinari) fece esplodere alle ore 15,45 la bomba che provocò la morte di 32 soldati passati vicino al carretto della spazzatura.

L’attentato è stato compiuto da due gruppi di GAP (Gruppi di Azione Patriottica), usando la tattica della guerriglia partigiana, come scrive il 26 marzo in un foglio dattiloscritto il Comando dei GAP. La reazione tedesca è stata immediata e spietata perché le autorità tedesche di Roma occupata ricevono l’ordine da Berlino di punire la Città Eterna con la fucilazione di 10 italiani per 1 tedesco ucciso. L’attentato è ritenuto un oltraggio, un atto intollerabile perché Roma è pur sempre una delle due città dell’Asse e perché le forze anglo-americane erano sbarcate ad Anzio due mesi prima e questo può apparire come il segnale dell’insurrezione generale contro le forze tedesche operanti in Italia.

Furono rastrellate 250 persone (vecchi, donne, bambini) fra gli abitanti e passanti nella via e nelle immediate vicinanze, allineati con le mani alzate lungo il muro che sostiene la cancellata di Palazzo Barberini in attesa della rappresaglia che non tarda ad essere messa in atto. Il massacro effettuato con fredda determinazione dalle SS del Colonnello Herbert Kappler il 24 marzo dopo ventiquattro ore dall’attentato nelle gallerie sulla via Ardeatina, scavate per estrarre pozzolana che serviva alla costruzione dei palazzi della Roma degli anni Trenta del Novecento.

Trecentotrentacinque esseri umani lungo la via Ardeatina uccisi con un colpo alla nuca come furono uccisi i primi martiri cristiani ricordati nelle vicine catacombe di San Callisto, di San Sebastiano, di Santa Domitilla e Marco Licinio Crasso aveva lasciato crocifissi i gladiatori di Spartaco lungo la via Appia. «Presso le tombe dei Martiri cristiani altre tombe si sono aperte per i Martiri della Patria. Questi e quelli morirono per la libertà e la dignità dello spirito contro la pagana tirannia della forza brutale» era scritto in un manifesto affisso per le vie di Roma subito dopo la liberazione della città.

Furono uccise 335 persone, di cui 46 militari (generali, colonnelli, ufficiali superiori, capitani, ufficiali, sottufficiali, graduati, soldati), avvocati, medici, commercianti, industriali, operai, contadini, impiegati, artigiani, un diplomatico, il sacerdote Pietro Pappagallo. I caduti avevano un’età compresa fra i 15 anni di Michele Di Veroli nato il 3 febbraio 1929 e i 74 anni di Mosè Di Consiglio nato il 25 gennaio 1870, e 75 furono ebrei. Esecuzione di una ferocia inaudita. «È atroce pensare che gli ultimi uccisi sono certamente stati fatti salire sui corpi dei compagni già morti, ruzzolando così gli uni sugli altri» scriveva Fulvia Ripa di Meana nel suo libro “Roma clandestina” pubblicato nel novembre del 1944 pochi mesi dopo la strage.

Il 25 marzo 1944 l’Agenzia Stefani emette il comunicato che viene riportato da “Il Messaggero” e da altre giornali. «Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito in via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi a incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco ha deciso a stroncare l’attività di questi banditi. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca. Il Comando germanico, perciò, ha ordinato che, per ogni tedesco ucciso, dieci criminali comunisti-badogliani siano fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

Un soldato tedesco del battaglione assalito a via Rasella muore all’ospedale San Giacomo nella tarda mattinata del 24 marzo, portando a 33 il numero dei soldati uccisi. Per un errore di conteggio (o forse perché voluto) furono aggiunti 5 nomi alla lista. Kappler chiede come sia avvenuto l’errore e uno dei suoi uomini risponde: «Era un errore, ma poiché ormai erano lì…..». Il saggista e teologo Sergio Quinzio sul Corriere della Sera del 23 marzo 1994 scriveva: «Se i tedeschi infierirono con una rappresaglia al di là dei limiti imposti dalla legge di guerra, gli attentatori, facendo saltare un reparto di soldati tedeschi non impegnati in combattimento, compiendo cioè un’azione più dimostrativa che di reale portata militare, e sapendo bene la sproporzione che avrebbe avuto la rappresaglia, avrebbero dovuto, se proprio avessero deciso in quel modo, uscire allo scoperto e pagare il prezzo della loro azione con la loro vita».

Giorgio Amendola (figlio di Giovanni fiero oppositore del Fascismo, aggredito dai fascisti a Pieve di Nievole in provincia di Lucca e morto in seguito a Cannes il 7 aprile 1927) come comandante delle Brigate Garibaldi ha dato l’ordine dell’azione di guerra compiuta dai GAP (Gruppi di Azione Patriottica) contro il reparto tedesco a via Rasella, spiegando che «noi partigiani combattenti avevamo il dovere di non presentarci, anche se il nostro sacrificio avesse potuto impedire la morte di tanti innocenti. Noi costituivamo un reparto dell’esercito combattente, anzi facevamo parte del comando di questo esercito, e non potevamo abbandonare la lotta e passare al nemico con tutte le nostre conoscenze della rete organizzativa. Avevamo solo un dovere: continuare la lotta.» (“Lettere a Milano: 1939-1945” di Giorgio Amendola, Editori Riuniti 1976).

Il compositore americano William Howard Schuman ha dedicato una sinfonia al massacro delle Fosse Ardeatine dopo la visita nel 1967 al Mausoleo delle Fosse in cui uscì sconvolto che è stata eseguita dal Maestro Riccardo Muti con la Chicago Symphony Orchestra per tre serate dal 21 al 23 febbraio 2019 a Chicago per celebrare il 75° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto pervenire al Maestro Muti un messaggio affermando che «si tratta di una scelta evocativa e carica di significato. Essa rende omaggio alla memoria delle vittime di quell’odioso atto di terrore, onorando, al contempo, la memoria personale e artistica di un compositore di eccezionale sensibilità musicale e umana».

 

Enzo Di Giacomo

Foto © Enzo Di Giacomo

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