Viktor Šklovskij: viaggio sentimentale al termine della notte rivoluzionaria

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In un libro a metà fra il romanzo e la cronaca, lo scrittore russo narra con uno stile dinamico e coinvolgente la precarietà e gli orrori del proprio tempo

22 Giugno 2019 | di | Cultura - Libri

Un fatalismo tipicamente russo traspare dalle pagine del Viaggio sentimentale di Viktor Šklovskij, l’impressione prepotente di essere trascinati dall’inarrestabile meccanismo della storia, senza poter incidere in maniera significativa sul reale. «Provavo la stessa sensazione di un operaio che, impigliato con un lembo della giubba alla cinghia di trasmissione, si sente trascinare via: oppone ancora resistenza, ma il cuore si è già rassegnato all’inevitabilità della morte» (pg. 39).

Da questo punto di vista, come nota con arguzia Serena Vitale nella breve ma pregnante prefazione al volume appena edito da Adelphi, l’eroe del libro è un perdente, nonostante il suo spericolato ardimento e la sua innata capacità di sopravvivenza. È entusiasta della vita per il solo fatto che questa esiste, a dispetto delle sue storture.

Šklovskij è consapevole della costante minaccia dell’oblio. «Se la vita di molti uomini, con tutta la sua complessità, scorre inconsapevolmente, allora è come se non ci fosse stata», leggiamo in un suo articolo. Scrivere allora significa resuscitare il tempo trascorso, rendere tangibili le cose, riesumare le percezioni che altrimenti sarebbero perdute per sempre. Un afflato affabulatorio, un impulso irresistibile a raccontare cercando di mantenere un’aurea obiettività. «Non voglio essere un critico degli eventi, voglio solo fornire un po’ di materiale per i critici. Racconto gli eventi, e di me stesso faccio, per le generazioni a venire, un campione da laboratorio» (pg. 41). 

Da queste righe emerge la consapevolezza di scrivere per il lettore futuro. Per questo l’autore registra tutto con un senso di immediatezza sorprendente. Scorrendo le pagine di questo libro monumentale, ci sentiamo totalmente immersi nella guerra e nella rivoluzione. Non un semplice osservare dall’esterno dunque, ma un provare in modo tangibile le sensazioni, anche le più atroci.

Il Viaggio sentimentale non è un romanzo, ma neppure un’arida cronaca di eventi; è una materia pulsante, che gronda umanità. Forse il più bel libro di Šklovskij, proprio per questa sua peculiare qualità stilistica. Percorre queste pagine un senso di precarietà sconfinato. Il protagonista lotta invano contro il disfacimento del proprio esercito, contro il dissolversi dei reparti. Prende treni dei quali non conosce la destinazione. Quasi emulo dei suoi predecessori ottocenteschi, si lascia coinvolgere in un duello d’altri tempi. Confessa di non capire il proprio Paese, questa Russia multiforme e sfuggente. A un certo punto scrive: «tutto era in fiore, e già cominciava a sfiorire» (pg. 244).  Parole brevi, dense di pregnante poetica, dalle quali traspare tutta la struggente nostalgia per un’esistenza che appassisce fra le dita, mentre cerchiamo di arrestarne il declino.

Il tempo è sempre poco, e Šklovskij scrive in fretta e furia. Sorprende la sua ostinata volontà di lavorare, nelle condizioni più difficili. In un ospedale, accanto a un sifilitico moribondo, inizia a redigere la prima parte delle sue memorie. Il lavoro prosegue nella Casa delle Arti, dove alloggiava una pletora di scrittori diseredati e senza futuro. Il gelo e la fame sono i protagonisti assoluti di queste pagine. A un certo punto l’autore si domanda come sia possibile rendere quegli inverni, farne percepire la pienezza: «posso raccontare solo di me stesso, e neppure tutto» (pg. 226). Se le parole sono inadeguate e fallaci, vale comunque la pena di tentare. Qualcosa resterà impigliato fra le pagine, evitando che tutto svanisca nel buco nero della storia.

In quest’esistenza precaria trova il tempo di incontrare numerosi personaggi, fra i quali il grande scrittore Maksim Gor’kij, che più volte gli ha salvato la vita, e di lasciarne un ritratto indimenticabile. Definisce il suo bolscevismo ironico, senza fede nell’uomo. L’ironia è un altro tratto saliente della scrittura di Šklovskij, caratteristica che permette di esorcizzare anche i dettagli più atroci. «L’ironia, nella vita, è come l’eloquenza nella storia della letteratura: può collegare tutto. E sostituisce la tragedia» (pg. 235). Un atteggiamento che, in primo luogo, traspare evidente dal titolo del volume, tratto da un libro di Laurence Sterne, autore molto amato che proprio Šklovskij si impegna a diffondere nella Russia dell’epoca.

La vita nella Casa delle Arti è dura, per sopravvivere al gelo si bruciano libri, ma anche ricca di stimoli. Vediamo Osip Mandel’štam girare per le ampie stanze e per i corridoi infiniti, la testa leggermente reclinata all’indietro, mentre declama poesie. Aleksandr Blok si getta nella rivoluzione con convinzione, perché il crollo del vecchio mondo lo attrae irresistibilmente. Morirà di disperazione, perché in realtà niente ha funzionato. Sulla sua tomba nessuno ha pronunciato un’orazione funebre.

Šklovskij fiuta la vita, e ne segue le tracce come un infallibile segugio. È questa la sua caratteristica più spiccata. Narra della morte della sorella e di due suoi fratelli, uno fucilato e l’altro ucciso a bastonate, senza indugiare al pietismo. Il suo istinto lo porta ad amare i vivi, non a piangere i morti. Si imbarca in azioni disperate, presentendone la vanità, con caparbia testardaggine. Registra le più brutali violenze, senza per questo perdere il gusto di essere vivo.

La sua è un’esistenza instabile ed erratica, come instabili sono i tempi in cui vive. Lo troviamo al comando di un reparto di blindati durante la Grande Guerra, poi immerso nella Rivoluzione di Febbraio, e ancora sperduto nelle lande desolate della Persia, dove ha potuto toccare con mano la piaga dei nazionalismi, l’odio inestinguibile che divide i diversi gruppi etnici (i persiani, i curdi, gli armeni e gli assiri, i cristiani e i musulmani). Parla degli ucraini, i quali si scagliano contro i bolscevichi in quanto russi, e il tema non potrebbe essere di maggiore attualità. Una bomba gli esplode fra le mani, e per poco non lo uccide. Braccato dalla Čeka, è costretto a rifugiarsi in Finlandia.

«Se vedrò un’altra rivoluzione, farò tutto in mille pezzi. È ingiusto: tanta sofferenza e nulla è cambiato. Ci sono ancora i ricchi, ci sono ancora i poveri» (pg. 238). Parole intrise di una ineludibile frustrazione. Eppure bisogna andare avanti, bisogna seguitare a scrivere.

Šklovskij percepisce la presenza di un destino al quale «non si sfugge» (pg. 163). «Ciò che mi muoveva era al di fuori di me. Ciò che muoveva gli altri era al di fuori di loro. Io sono soltanto una pietra che cade» (pg. 167), e mentre precipita, getta un ultimo sguardo a quanto avviene attorno a lui, lasciandoci una testimonianza preziosa e toccante del caos nel quale la storia avvolge le nostre vite.

 

Riccardo Cenci

Ritratto di Šklovskij da Wikipedia. Immagine in fondo: Lenin, Trotzky e Voroshilov con i delegati del decimo congresso del partito comunista russo (1921) da Wikimedia Commons

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