Zachar Prilepin: la letteratura come cifra per comprendere la Russia

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Nel colossale romanzo storico “Il monastero” lo scrittore aspira raccogliere l’eredità della tradizione, leggendola in chiave contemporanea

28 novembre 2018 | di | Cultura - Libri

«Le Solovki sono il riflesso della Russia, solo che qui tutto è come sotto una lente d’ingrandimento: senza trucco, senza inganno, nudo e crudo» (pg. 62), scrive Zachar Prilepin nel suo pluripremiato, colossale romanzo Il monasteroCiò che lo attrae è scandagliare la storia, immergersi nel microcosmo di quelle isole nelle quali il sistema penitenziario sovietico mosse i primi, significativi passi. Un’indagine che, mediante la furibonda sottrazione di frammenti a un passato che si presenta irrimediabilmente disgregato, aspira attingere alla verità riguardo il caleidoscopico universo russo.

Per questo Prilepin costruisce un romanzo storico all’interno del quale realtà e finzione si mescolano tanto a fondo da eludere i rispettivi confini. Del resto l’alterità della sua opera rispetto alla tradizionale narrativa sui Gulag si misura proprio nella distanza dai fatti narrati. Solženicyn Šalamov vissero in prima persona questa realtà e, una volta riemersi dall’abisso che minacciava di inghiottirli, decisero che era loro dovere etico raccontarla. La memoria come imperativo morale da opporre al silenzio.

Quello dell’etica è forse il problema cardine della letteratura russa. Artëm, il protagonista della vicenda, scopre di non provare nulla, di non conoscere il sentimento della compassione, di essere «capace di azioni inspiegabili, stupide e malvagie» (pg. 45). «L’uomo russo non ha pietà di sé» (pg. 754), scrive in un altro luogo sottolineando una sorta di atteggiamento masochistico del proprio popolo, l’unico capace di punirsi da solo, senza il concorso di altri.

Personaggio controverso Zachar Prilepin, per alcuni aspetti instabile e provocatorio al pari di Eduard Limonov, dal quale comunque si distanzia per numerosi aspetti. Ciò che li unisce è l’attrazione morbosa per i luoghi di crisi, e infatti Prilepin ha combattuto in Cecenia e nel Donbass, a fianco dei ribelli filorussi, la seduzione per i luoghi oscuri dell’animo umano.

Se gran parte della critica ha sottolineato gli ambiziosi orizzonti additati dall’esempio di Tolstoj, evidenti ad esempio nell’incipit in francese come omaggio a Guerra e pace, ancora più grande ci appare il debito nei confronti di Dostoevskij. Il conflitto morale si estrinseca nell’analisi di caratteri oscuri e violenti, soggetti alla fascinazione irresistibile del male. In quest’ottica il Gulag è metafora della Russia intera, della sua storia votata all’annientamento dell’uomo.

L’ombra di Dostoevskij si proietta enorme quando scopriamo che Artëm è stato rinchiuso nel lager in quanto parricida. Tale scelta non è certo casuale. L’assassinio del padre, peraltro svelato nei suoi dettagli quando la narrazione è già molto avanti, viene compiuto direttamente dal protagonista e non è opera di un altro come accade ad esempio nei Fratelli Karamazov. Secondo la lettura che Sigmund Freud offre dell’opera di Dostoevskij, il parricida è il delinquente primordiale, il criminale che prende su di sé le colpe degli uomini fino a divenire una sorta di redentore. Dunque Artëm è tutt’altro che innocente. La sua discesa all’inferno è dura e dolorosa, e non sembra additare alcuna prospettiva catartica.

Altre suggestioni si fanno strada nel romanzo. Gli onnipresenti gabbiani, con le loro grida stridule e con il loro biancore, paiono additare orizzonti alla Coleridge o alla Melville. I fastidiosi animali, dapprima intoccabili, vengono sterminati in una scena dalla potente carica simbolica.

E poi c’è il lavoro sul linguaggio. Prilepin ricostruisce il lessico del Gulag con maniacale attenzione, mediante lo studio dei documenti d’epoca. Registri diversi rendono la complessità di un mondo che si erge come un presagio del tempo attuale.

Un romanzo corale, proprio perché è impossibile descrivere la Russia da un unico punto di vista«Ora mi chiedo: se avessi guardato all’accaduto dall’interno di un’altra testa […] avrei visto un’altra storia? Un’altra vita?» (pg. 796), scrive l’autore verso la fine della sua impresa, svelando una voce che, altrove, sfiora l’invisibilità. La risposta naturalmente è si, come dimostra il breve inserto del diario di Galina. Pagine dalle quali traspare l’immagine di una donna bisognosa d’amore, volitiva e sognatrice, diversa dal ritratto restituito dagli occhi di Artëm, del quale diviene l’amante. Due solitudini unite nell’inferno del Gulag, nonostante l’assoluta divergenza delle rispettive posizioni. Galina, il temibile funzionario del campo, cede alle profferte sessuali del misero prigioniero Artëm. I due giungeranno persino a tentare una rocambolesca quanto impossibile fuga, un percorso tanto arduo da sgretolare irrimediabilmente il fragile sentimento che li lega.

Perché vittime e carnefici si fondono nel gran crogiolo del Gulag. Il laboratorio nel quale forgiare l’utopia dell’uomo nuovo, diretto con romantica passione da Ejchmanis, si riduce a uno sfacelo. L’umanità resta gretta e meschina, e non c’è nulla che si possa fare per cambiarla.

 

Riccardo Cenci

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Zachar Prilepin

Il monastero

A cura di Nicoletta Marcialis

Voland (Collana Sírin)

Pg. 816 € 25,00

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Immagini: www.zaharprilepin.ru

In basso: Cecenia 1996

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One thought on “Zachar Prilepin: la letteratura come cifra per comprendere la Russia

  1. Il grande regista russo Alexandre Veledinski ha iniziato a girare il film IL MONASTERO (un grande affresco in stile “Dottor Živago”).
    Molte informazioni qui:
    http://www.tout-sur-limonov.fr/371489332

    Un grande articolo in russo con foto (dal 21 novembre 2018) sul set del film IL MONASTERO:
    https://ndn.info/citylife/stil-zhizni/23174-sergej-bezrukov-dobro-pozhalovat-na-solovki?fbclid=IwAR3xG9YBamJXwVUGcsgQuEwUmc2ziQHxDIovoTo8x_Ml0r9zm7S273X9q_w

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