L’altra faccia dell’invasione ucraina a Kursk

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Kursk

«Dove stiamo andando? Saremo distrutti», aveva avvisato Il comandante dell’80ª brigata prima della rimozione dal suo incarico

Nonostante i successi iniziali dell’invasione di Kursk, le forze ucraine hanno incontrato una crescente resistenza, fatta anche di imboscate coordinate da parte dell’esercito russo, che ha complicato ulteriormente l’operazione. Un video circolato online mostra la distruzione di una colonna ucraina a seguito di un attacco coordinato dai droni russi, evidenziando le difficoltà riscontrate in questa fase del conflitto. La notizia però sarebbe che l’ex capo dell’esercito, Valery Zaluzhny, si era opposto al disastroso piano di Zelensky per l’invasione di Kursk recentemente analizzata da Bankingnews (BN). Ma anche un altro ufficiale ucraino si è opposto all’invasione, Emil Ishkulov, l’ex comandante dell’80ª brigata d’assalto, rimosso dall’incarico nel luglio 2024. Ciò ha causato una reazione negativa tra gli alti funzionari militari, che hanno affermato di non capire le motivazioni del licenziamento.

I media ucraini hanno riferito al momento dell’avvenimento che fosse stato rimosso perché “si opponeva a un progetto che non corrispondeva alla forza della brigata”. Due alti funzionari militari ucraini hanno affermato che Ishkulov si oppose perché credeva che la brigata sarebbe stata troppo esposta all’interno della Russia e avrebbe subito pesanti perdite. «Dove stiamo andando, saremo distrutti», avrebbe sostenuto il generale di brigata. Dopo 42 giorni le perdite degli ucraini sono scioccanti. Secondo varie fonti sono 15.000 i soldati ucraini uccisi e feriti e 1.100 i veicoli corazzati colpiti o distrutti. Uno degli scopi dell’invasione era quello di influenzare psicologicamente i civili russi, una strategia accolta con favore sia da Richard Moore, capo del servizio di spionaggio britannico MI6, che dal direttore della Cia William Burns. Ma entrambi “si sbagliavano”, il popolo russo non è scosso, anzi, ora l’esercito sta cacciando gli ucraini da Kursk.

Attacco psicologico, non militare

L’operazione a Kursk non ha avuto l’effetto sperato sull’opinione pubblica russa. Invece di minare il morale ha rafforzato il sostegno interno al Governo di Putin e sembra abbia aumentato la mobilitazione di nuovi volontari per l’esercito. Questo riflette una dinamica complessa, in cui la popolazione di Mosca, lungi dal demoralizzarsi, ha reagito con rinnovata determinazione dettata dalla volontà di difendere il proprio territorio. Inoltre, l’offensiva ucraina ha costretto il comando russo a schierare nuove unità sul fronte della Città, territorio lasciato quasi scoperto perché di poca importanza strategica. Ciò potrebbe rivelarsi un errore per Kiev, poiché ha dovuto attivare ulteriori riserve che, altrimenti, sarebbero rimaste inattive o utilizzabili in Donbass.

Piotr Śledź dell’Università di Varsavia in Polonia sostiene che l’attacco di Kursk è probabilmente più un’operazione psicologica che puramente militare. «È una spinta morale di cui i civili e le truppe ucraine avevano bisogno dopo mesi di aggressione russa con centinaia di droni e missili che hanno colpito siti civili e infrastrutture critiche. Questo è fondamentale per la sua capacità di mobilitare le risorse umane, che si prospetta sempre più impegnativa».

Tuttavia, c’è una diversa scuola di pensiero che afferma che è solo questione di tempo Kurskprima che Kiev sposti le sue truppe fuori da Kursk e le riposizioni nell’Ucraina orientale, dove le forze russe stanno avanzando. Secondo l’ultimo rapporto della rivista The Economist, negli ultimi due mesi la Russia ha incanalato più risorse per attaccare l’hub logistico di Pokrovsk, appena a nord-ovest di Kurakhove. Già le Città di Ukrainsk e Halytsynivka, a circa 15 chilometri a nord, caddero nelle mani dei russi. Pokrovsk è un nodo logistico e di trasporto critico nella Regione del Donbass, situato all’incrocio delle principali reti stradali e ferroviarie vitali per il rifornimento e il rafforzamento delle posizioni ucraine sul fronte orientale.

Conseguenze notevoli

Secondo Andrew Latham, senior fellow presso l’Institute for Peace and Diplomacy e non residente presso Defense Priorities a Washington, la perdita di Pokrovsk potrebbe avere un impatto drammatico, portando a un più ampio collasso delle difese ucraine. Le truppe in queste aree fanno molto affidamento sulle rotte di rifornimento che passano attraverso la Città per munizioni, rinforzi e logistica. Qualsiasi interruzione metterebbe a repentaglio la capacità dell’esercito di frenare l’avanzata di Mosca, consentendo potenzialmente alla Russia di ottenere ulteriori guadagni e cambiando radicalmente il corso del conflitto. Da un punto di vista militare, Latham sostiene che l’invasione di Kursk non ha prodotto vantaggi per l’Ucraina.

«Per l’Ucraina, l’operazione Kursk rappresenta un’occasione persa per consolidare le sue posizioni difensive a est. E per il Cremlino può essere considerata una vittoria strategica, non a causa di un coinvolgimento militare diretto, ma perché ha distolto le risorse ucraine da fronti più critici. Mantenendo la loro attenzione su Donetsk, le forze russe sono state in grado di spremere il loro vantaggio, aprendo potenzialmente nuove opportunità per sfruttare i punti vulnerabili dell’Ucraina lungo il fronte orientale», sottolinea Latham.

Utilizzo armi fornite a Kiev sul territorio russo

Invece di adottare una strategia diplomatica per stabilire una pace duratura, l’Occidente insiste su una soluzione militare che prolunga il conflitto, causando ulteriori sofferenze alla popolazione civile. L’Italia su questo si distanzia dalla maggioranza dell’Eurocamera. Come Orsini spesso osserva «per ogni missile lanciato dagli ucraini, ne seguono dieci da parte dei russi». E ciò avviene nonostante il sostegno militare e finanziario occidentale. La comunità internazionale dovrebbe favorire negoziati che portino a un compromesso equo e rispettabile per entrambe le parti, intervenendo con decisione per porre fine alla violenza e al conflitto in Ucraina. Invece a Strasburgo, la sessione plenaria ha approvato un punto critico e ancora controverso del sostegno.

Alla fine il paragrafo 8 è passato con 377 voti a favore, 191 contrari e 51 astenuti ed è stato votato perfino da una truppa di The Left, inclusa Carola Rackete. Contrari i Patrioti mentre Ecr si è spaccata: i meloniani contrari, i polacchi del Pis a favore. Sul testo finale della risoluzione (che comprendeva, nel complesso, anche un sostegno più generale all’Ucraina) gli italiani sono invece tornati nei ranghi della maggioranza. Il paragrafo 8 della risoluzione “invita gli Stati membri a revocare immediatamente le restrizioni sull’uso delle armi occidentali consegnate all’Ucraina contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo”.
Gran parte delle cancellerie, Roma inclusa, manifestarono invece l’opportunità di trattare il tema a livello bilaterale con l’Ucraina. Una decisione comune, in quella riunione, non sarebbe stata comunque possibile trattandosi di un Consiglio Affari Esteri informale. Ma il tema, presto, tornerà sui tavoli europei. E sul punto Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen sono distanti.

 

George Labrinopoulos

Foto © RSI, 112.ua, BBC, Tag43

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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