Dopo il premio speciale assegnatole a Lugano, ecco una chiacchierata con Clarissa e le sue tante vite, tra pubbliche relazioni, vip e giornalismo
Nel backstage del Lux Art House di Lugano, palcoscenico della cerimonia di premiazione dello Switzerland Literary Prize, il prestigioso premio internazionale promosso dall’Associazione Pegasus Cattolica, abbiamo incontrato la vincitrice del premio speciale per il Giornalismo 2024, Clarissa Domenicucci.
Giornalista ed esperta di pubbliche relazioni, si è fatta conoscere negli ultimi anni anche grazie a due rubriche di successo realizzate per Il Tirreno dal titolo “Grandi amori” ed “E poi
all’improvviso”. Il suo percorso professionale, però, parte da lontano. Clarissa vanta infatti una conoscenza a 360 gradi del mondo della comunicazione avendone ricoperto tutti i ruoli: ha iniziato come giornalista collaborando con radio e tv locali, ha proseguito al Radiocorriere Tv e per quasi dieci anni è stata collaboratrice dell’Agi–Agenzia Giornalistica Italia occupandosi di salute e sanità; ha scritto per il Messaggero (Macro), Maxim, Il Romanista. Poi ha scelto di darsi alle pubbliche relazioni e lo ha fatto per oltre 20 anni come ufficio stampa e consulente alla comunicazione per ospedali, cliniche, istituzioni, personaggi dello spettacolo, politica e cultura. Salvo poi decidere di voler tornare al primo amore: la scrittura.
Come mai?
«A 25 anni avevo voglia di correre, di conoscere e creare. Oggi di raccontare e dare voce».
Lo fa sulle pagine della Stampa – Specchio, intervistando grandi personaggi, e in tv dove è tra gli autori del programma economico ReStart (Rai Tre).
Cosa più le appassiona raccontare?
«Storie, persone e emozioni».
Il suo è un percorso professionale insolito e completo che le ha davvero permesso di esplorare tutti gli aspetti della comunicazione.
È più complicato fare il giornalista o l’ufficio stampa?
«Con una battuta, il giornalista non deve commettere errori, l’addetto stampa deve anche saper gestire gli errori degli altri».
Ha iniziato all’Agi. L’agenzia di stampa è una buona scuola per un giornalista?
«Forse la migliore. Andrebbe spiegato ed esaltato di più il lavoro dei colleghi delle agenzie di stampa. Ho imparato ad arrivare in anticipo, a tenere sempre gli occhi aperti e a rincorrere la notizia. Una scuola che consiglierei a qualsiasi giovane aspirante giornalista».
Ha iniziato giovanissima a lavorare nell’azienda di famiglia, Videocam, la casa di produzione e post produzione tv fondata da suo padre…
«Sono cresciuta in quei magici locali tra il teatro di posa, i camerini, le sale montaggio. I primi soldini li ho guadagnati come baby sitter dei bambini protagonisti degli spot Lines; ho fatto la gobbista per le telepromozioni della De Filippi, l’assistente di studio, la figurante… Ero capace di coinvolgere tutto il liceo se serviva pubblico. Poi sono passata in produzione».
Ma il suo sogno era il giornalismo…
«Quindi lavoravo in Videocam e collaboravo con piccole testate. La notte conducevo un programma in radio, la domenica con Giulio Galasso a Meeting, storico programma sportivo di Teleroma56».
Diventa giornalista professionista e contemporaneamente decide di cambiare rotta. Inizia a collaborare con personaggi dello spettacolo, chef stellati, imprenditori, cura il lancio di iniziative, format tv e radiofonici.
Cosa l’ha appassionata di più?
«Gestire la comunicazione di un ospedale e poi di una clinica. Rivolgermi ai media ma anche ai pazienti cercando di facilitarne i percorsi».
Due anni fa propone a un quotidiano una rubrica sul ricordo di quegli amori che nel bene o nel male ci hanno segnato l’esistenza. La realizza per Il Tirreno, in “a tu per tu” con personaggi di primo piano della cultura e dello spettacolo. Le sue interviste fanno notizia: raccoglie confidenze inedite instaurando subito un rapporto confidenziale con i personaggi che di volta in volta accettano di aprirsi a racconti così personali.
«E questo è il bello, la parte che preferisco. Si creano rapporti importanti in quell’ora o poco più di chiacchierata».
La storia d’amore più bella che si è trovata a raccontare?
«Quella che mi è stata raccontata con maggiore riconoscenza e sentimento da Enrico Vanzina, che per la prima volta ci ha consesso il racconto di quando a Porto Ercole conobbe Federica, ancora oggi la sua colonna, 50 anni dopo”.
Con la rubrica “E poi all’improvviso, incontri che cambiano la vita” ha incentrato le interviste sul destino e sulla riconoscenza.
Lei a chi è più riconoscente?
«Alla mia famiglia speciale e a chi ha creduto in me, uomini e donne incontrati perché doveva succedere».
Chi le ha aperto la prima porta?
«Virginia Raffaele».
Ci racconti
«Eravamo ragazze, Virginia esordiva a “Quelli che il calcio” con l’imitazione di Renata Polverini collegata dalla fraschetta. Mi chiese di farle da ufficio stampa e io improvvisai, fino a quel momento avevo fatto solo piccole cose… Fu un successo. Seguì il pranzo in Regione Lazio con la presidente, le prime pagine, l’intervista su Vanity fair. Arrivò tanto lavoro e la prima chiamata in Rai».
Qual è la storia più bella che ha raccontato?
«Quella di Pietro, un bambino che da pochi mesi aveva perso sua mamma. Pietro sognava di conoscere Francesco Totti e lei gli diceva sempre che un giorno glielo avrebbe fatto incontrare. Su Il Romanista raccontammo il pomeriggio speciale del piccolo con il Capitano».
Lisa Bernardini













