A Napoli la 38ª America’s Cup 2027

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America's Cup

Il trofeo sportivo più antico del Mondo ha cambiato nome quando gli americani parteciparono a un’edizione dell’allora coppa delle 100 ghinee

Arriva in Italia l’America’s Cup, in gergo chiamata la “Vecchia Brocca”. Un evento che inseguito da tempo sia come trofeo che come possibilità di ospitare la manifestazione nella sua totalità.

Due aspetti ben diversi. Il primo prevede un investimento privato da parte di un team velico che, oltre a competere contro altri ambiziosi concorrenti, deve soprattutto produrre un’imbarcazione al massimo della tecnologia scivolando tra le molte regole, spesso a maglie strette, che ne determinano la progettazione e la costruzione. Il secondo invece che prevede un enorme impegno sia economico che logistico, tipico di ogni località che si appresta ad ospitare una competizione di livello internazionale come potrebbe essere un torneo di calcio o un mondiale sportivo di alto livello.

Come funziona l’America’s Cup

Si tratta del trofeo sportivo più antico del Mondo. Tutto è cominciato quando gli americani parteciparono a una edizione dell’allora coppa delle 100 ghinee che prevedeva la circumnavigazione dell’Isola di White in Inghilterra, vincendola a man bassa, tanto che quando la regina Victoria venne informata del primo posto della goletta America, alla richiesta di chi fosse arrivato secondo si sentì rispondere con una frase che diventò poi famosa nel definire la futura Coppa America: “There is no second”, “Non c’è secondo”.

La superiorità nautica americana derivava da una tradizione appartenente allo Yacht Club di New York. All’arrivo dei transatlantici dall’Europa le imbarcazioni a vela degli armatori appartenenti allo Yacht Club si sfidavano in mare aperto per raggiungere il transatlantico ancora a largo. Il vincitore acquisiva così l’onore di poter scortare il transatlantico nella Baia della Città. Questa semplice competizione fece crescere enormemente il livello delle imbarcazioni americane per velocità e manovrabilità.

Tradizioni

Era il 1851 e, dopo aver riattraversato l’Oceano, gli americani decisero di rimettere la coppa in palio ogni 4 anni accettando la sfida di qualunque pretendente a patto che la coppa fosse sempre in palio. Gli Usa dominarono fino al 1983, quando l’Australia II, con un innovativo design di chiglia, riuscì a vincere ponendo fine a 132 anni di dominio americano e inaugurando un’epoca di vittorie ottenute da quattro diversi Paesi in varie edizioni, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera e ancora America.

È importante però sapere che la sfida non è tra Nazioni, bensì tra Yacht Club, quindi il trofeo è attribuito a quello di appartenenza dell’armatore e nelle sue sale esposto e custodito. La tradizione vuole che fosse parola di quello di New York (detentore fin dall’inizio) che il capitano che avesse perso la coppa la avrebbe sostituita con la propria testa nella sua bacheca di esposizione.

Oggi

America's CupAttualmente la competizione è divisa in due fasi poiché gli sfidanti al detentore della coppa sono sempre più di uno. Quindi si svolge una competizione di selezione per lo sfidante, la nota Luis Vuitton Cup, che pur facendo parte del circuito della Coppa America e che vede utilizzati gli stessi scafi, ne determina solamente il team che andrà a sfidare il detentore della coppa, il quale aspetta in acqua il suo sfidante. Solo allora comincia la vera e propria America’s Cup.

Ad ogni edizione le regole vengono modificate e a volte interamente riscritte in quanto è diritto del detentore decidere i parametri della competizione, dal luogo, al periodo dell’anno, al progetto delle barche, fino a tutte le più piccole regole che governano le regate e la coppa stessa. Dopo la vittoria della coppa il primo Yach Club che lancia la sfida a quello detentore, ha un posto di rilievo perché sarà quello che si siederà con il detentore stesso a discutere tutti i regolamenti come rappresentante del gruppo degli sfidanti. Una posizione molto importante perché i giochi politici e di alleanza sono ovviamente molto forti all’interno di questa competizione.

La scelta del luogo

Solo il detentore della coppa sceglie il luogo che vedrà uno specchio d’acqua essere teatro di questa competizione. In tempi meno recenti la scelta era fatta in base alla posizione geografica dello Yacht Club detentore della coppa per varie ragioni tra cui la più alta conoscenza del teatro di gara (tra correnti vento e onde), il minor sforzo logistico dato che non ci si doveva spostare di migliaia di miglia, cosa a cui sono obbligati gli sfidanti. Inoltre i componenti degli equipaggi erano prevalentemente della Nazione di appartenenza del detentore della Coppa e non si costringeva un intero team a lunghe trasferte forzate.

Oggi le cose sono cambiate per vari motivi. Innanzi tutto l’investimento necessario dietro a un’edizione della America’s cup è davvero molto impegnativo e richiede quindi la partecipazione attiva in denaro e supporto logistico delle Istituzioni. Il singolo team non può più avere le risorse per affrontare la preparazione e i costi di organizzazione dell’evento. I team sono ormai formati da sportivi di tutte le Nazioni e le trasferte sono quindi obbligate in ogni caso.

Si può quindi capire che il vero driver dietro la scelta del luogo adatto per la competizione è diventato principalmente economico. Non molto distante da quello che succede per mondiali o olimpiadi dove chi ospita investe contando su un rientro sia di immagine che di indotto economico sul territorio. Se si pensa che un singolo team può arrivare a investire dai 30 ai 50 milioni di dollari è comprensibile che l’organizzazione dell’evento diventi una questione ormai separata in mano a sponsor, contributi governativi e sforzo di privati con interessi economici derivanti dalla manifestazione alla quale si continuano ad aggiungere una serie di eventi come le regate per equipaggi femminili fino a eventi culturali con partecipazione di celebrities e autorità.

Perché Napoli

Cominciamo col chiederci perché non più Barcellona. Per lo stesso motivo per cui il Team New Zeland ha abbandonato Oakland a favore di Barcellona, ovvero per il rifiuto di supportare economicamente l’evento da parte della municipalità e del Governo spagnolo dopo aver determinato che il rientro economico previsto non c’è stato ed è mancato anche lo sperato aumento delle visite nella Regione che non sono aumentate a causa dell’evento, deludendo le aspettative di chi su quel territorio conta per fare affari e per viverci.

Ma allora perché Napoli ha accettato? Un abile mix di rientro di immagine, di relazioni, di indotto, di sponsor, di esposizioni politiche e di aziende che arrivano per la prima volta sul territorio, il tutto al costo di un bel capitale da sborsare per l’organizzazione dell’evento. In questi casi si monetizza ogni aspetto dandogli un valore ipotetico e previsionale e si vede se il gioco vale la candela. Ma se il vento soffia troppo forte la candela si spegne e il gioco finisce. Basta che comincino a mancare uno o più elementi del mix che la spesa non trova più una logica.

Barcellona, infatti, chiede a Team New Zeland la stessa cosa che gli chiese Aukland, trovate degli sponsor oppure trovate un altro posto. E per la seconda volta il Team New Zealand viene sfrattato e trova così casa a Napoli. E se anche sembrerà strano dirlo dato che si parla di una competizione velica, speriamo che il vento nel golfo partenopeo non soffi troppo forte e che la candela non si spenga troppo presto.

 

Adamo De Palma

Foto © Yacht Digest, America’s Cup

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