Il paesaggio diventa specchio dell’anima: natura, ricordi e simboli riflettono malinconia, speranza e fragilità dell’esistenza
Nella poesia di Pascoli, il paesaggio non è una semplice descrizione naturalistica, ma uno specchio degli stati d’animo del poeta, un luogo in cui la natura semplice e umile (l’ambiente della Romagna e di Castelvecchio) riflette le sue angosce, le paure e i ricordi legati al nido familiare. Dalla luminosità del maggio idilliaco alla cupa e triste desolazione dell’autunno o all’incertezza della notte. Temi già presenti nel più illustre poeta marchigiano, Leopardi.
Il paesaggio diventa simbolo di inquietudini esistenziali e della morte, trasformandosi in un quadro carico di sensazioni e simboli profondi. In Pascoli, ma anche nella pittura dell’Ottocento, i simboli sono elementi naturali, quotidiani, come l’aratro abbandonato o il verso lamentoso dell’assiuolo, ed esprimono solitudine, abbandono e destino di morte.
In particolare, nella poesia di Pascoli è profondo il rapporto uomo–natura. Si crea un legame complesso, dove la natura, benché appaia consolante e non matrigna come nell’ultimo Leopardi, nasconde anche una presenza inquietante che rimanda alla fragilità dell’esistenza.
Ma quali sono i temi principali nella poesia di Pascoli?
Il paesaggio è spesso legato al ricordo del nido perduto, la casa dell’infanzia in Romagna, luogo di sicurezza ma anche di tragedia familiare, a cui si lega la poetica del Fanciullino. In poesie come “Novembre” e “L’assiuolo“, il paesaggio autunnale o notturno evoca la presenza della morte, un tema dominante anche nella pittura dell’Ottocento, ma anche la malinconia e l’angoscia dell’esistenza.
La visione del poeta è influenzata dalla poetica del Fanciullino, che si permette di cogliere la meraviglia nelle piccole cose, ma anche di proiettare le sue paure nella natura. Pascoli non la descrive in modo realistico, ma attraverso colori e suoni. Una lezione che ritroveremo nel cromatismo poetico di Dino Campana e nei colori contrastanti di Ligabue. L’immaginazione viene colpita e crea un’atmosfera più vaga e suggestiva.
Esempi significativi dei paesaggi pascoliani:
Il paesaggio autunnale: nelle poesie “Novembre” e “Lavandare” mostra un’atmosfera grigia e desolata che riflette malinconia, con elementi come l’aratro che diventa simbolo di una donna lasciata sola.
Il paesaggio notturno: in “L’assiuolo” la notte è un momento di inquietudine e mistero, dove il suono dell’assiuolo diventa lamento universale legato al dolore dell’esistenza e alla morte.
Il paesaggio di Castelvecchio: luogo rifugio per il poeta, dove la natura diventa rassicurante e dove si intrecciano morte e angosce personali.
La poesia “Mare” (1891): Pascoli affronta il sentimento del timore umano di fronte alla natura. Pone una domanda fondamentale sul senso stesso del creato: tutto si muove in direzioni infinite, senza capire il perché. È il quarto poema della sezione “Dolcezze” della raccolta “Myricae” (1891), costantemente aggiornata fino al 1911, anno dell’edizione definitiva.
Il significato della poesia
“Mare” di Giovanni Pascoli ci offre le riflessioni dell’uomo–poeta di fronte alla suggestione della natura. Ancora oggi, i naturalisti più impegnati nello studio dell’ambiente che ci ospita rimangono incantati di fronte all’assoluta perfezione delle forze che guidano ogni cosa in natura. E il mare fa parte di questi elementi.
Leggendo i versi del poeta sembra di vivere un filmato in timelapse, molto utilizzato nel cinema per catturare il movimento della vita attraverso il tempo che scorre.
L’io umano, in questo momento, per Pascoli è troppo egoista per accontentarsi dell’essere. Pensiamo alle guerre nel Mondo, all’egoismo umano che snaturano la natura e l’armonia del creato.
Papa Francesco ha intuito, da grande evangelizzatore del nostro tempo, il valore della preghiera francescana “Lauda“: il “Laudato sì“, per il rilancio di un’armonia e di una speranza nel Mondo.
La natura diventa sentimento
Dalle visioni simboliste di Böcklin fino ai paesaggi poetici di Segantini e D’Annunzio, sul finire dell’Ottocento si sviluppò la poetica del paesaggio–stato d’animo, che lo intendeva come specchio dell’anima e che aprì le porte alla modernità.
Nel “Journal intime” di Henri-Frédéric Amiel, filosofo e poeta svizzero, si afferma che “ogni paesaggio è uno stato d’animo“, e ciò avrà importanti implicazioni e conseguenze per molta arte di fine Ottocento.
Più tardi, dopo che Stendhal e altri scrittori, poeti e filosofi si interessarono al concetto di paesaggio–stato d’animo, Angelo Conti, medico romano (1860–1930), avrebbe cercato le radici di questa sensibilità già nel Rinascimento e nel 1894 pubblicò un celebre saggio su Giorgione, pittore a suo dire capace di andare al di là del dato retinico e di descrivere una natura pervasa dal sentimento.
E così scriveva nel 1885 in un articolo su La Tribuna Romana: «L’artista trasforma il vero secondo la sua idea, l’artista idealizza il vero».
All’origine del paesaggio moderno, Conti poneva “La Tempesta“. Scriveva: «Giorgione è tutto qui, in questa forza che lo incatena alla terra, e in questa musica larga e profonda ch’egli ascolta nell’intimo e che lo attira lungi dal mondo».
Anche Boccioni, nel “Manifesto della pittura futurista” (1914), avrebbe affermato che «il ritratto, per essere un’opera d’arte, non può né deve assomigliare al suo modello, e che il pittore ha in sé i paesaggi che vuol produrre».
Una lezione che già il poeta romagnolo Giovanni Pascoli aveva dato nel mondo universale dell’arte.
Paolo Montanari
Foto © Museo del vino – Musei del cibo, YouTube













