Giappone, vittoria storica di Takaichi alle elezioni anticipate

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Esulta Washington, Pechino preoccupata: c’è una forte biografia dietro la svolta geopolitica del Sol levante

«Renderemo il Giappone più forte e prospero». Sanae Takaichi vince le elezioni anticipate.

Una frase semplice, ma densissima. In un Paese come il Giappone, dove prudenza e moderazione hanno dominato il registro politico, ha un eco importante. Perché parlare di forza in maniera così aperta implica un cambio di registro significativo.

Ha ottenuto una vittoria storica, con un tasso di gradimento personale vicino al 70%, e il cui Partito, da solo, ha conquistato 316 seggi su 465, superando la maggioranza assoluta. Grazie all’alleanza con il Japan innovation party, che ha ottenuto 36 seggi, la coalizione di Governo controlla ora una supermaggioranza di 352.

I mercati hanno reagito con euforia: l’indice Nikkei 225 è balzato di oltre il 4% superando il record di 57.000 punti, mentre lo yen ha mostrato segnali di rafforzamento, riflettendo conseguentemente la fiducia degli investitori nella stabilità politica e nel proseguimento delle riforme economiche.

La leader del Partito liberal-democratico, già prima donna a guidare il Governo, incarna un profilo politico identificabile: conservatrice, identitaria, legata alla tradizione del suo partito. Allo stesso tempo determinata a spingere il Sol levante verso una ridefinizione strategica nella Regione asiatica.

Il primo obiettivo interno, invece, è la revisione dell’articolo 9 della Costituzione. Pacifista e immutato dal 1947 stabilisce che il Giappone “rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della Nazione e alla minaccia o all’uso della forza per risolvere controversie internazionali”.

Chi è Sanae Takaichi

Come in ogni circostanza geopolitica, osservare la traiettoria personale e politica dei protagonisti fornisce preziose chiavi di lettura. Lo stesso vale per Sanae Takaichi.

Nata a Nara il 7 marzo 1961 in una famiglia della classe media, ha vissuto una gioventù dinamica e fuori dagli schemi rispetto alla tradizionale élite giapponese, forgiando un’identità di leadership basata sulla resilienza e sulla rottura dei canoni.

Nonostante l’ammissione a prestigiose università di Tokyo, quali Keio e Waseda, il rifiuto dei genitori di finanziarle gli studi fuori sede per motivi di genere la costrinse a frequentare l’Università di Kobe.

Qui, in condizioni stremanti di sei ore di pendolarismo quotidiano e lavori part-time, si laureò in Economia nel 1984. Questa autonomia precoce ha plasmato il suo pragmatismo economico e una mentalità “workaholic” che oggi riassume nello slogan «lavorare, lavorare, lavorare», pilastro della sua “Sanaenomics”.

In quegli anni emerse una personalità sorprendentemente eclettica: appassionata di motociclismo e batterista heavy metal, un passato “pop” che oggi alimenta la “Sanae-mania” (sanakatsu) tra i giovani, rompendo la percezione della politica come mondo burocratico.

Dopo il Matsushita Institute, la sua formazione visse una svolta cruciale negli Stati Uniti (1987-1989) come Congressional fellow per la democratica Patricia Schroeder. Questa le fornì una prospettiva critica: osservando la percezione superficiale che gli americani avevano del Giappone, Takaichi maturò la convinzione che il Paese dovesse diventare militarmente forte e autosufficiente, radice del suo attuale approccio “Japan First” e della postura assertiva verso la Pechino.

Al rientro in Giappone, trasformò questa competenza in una carriera mediatica come analista e conduttrice di programmi quali Pre-Stage e Asa Da! Dō Naru, adoperando un linguaggio diretto e carismatico. Per emergere nel mondo conservatore, ha scelto di adottare tratti di leadership ispirati a Margaret Thatcher; paradossalmente, proprio la sua lotta solitaria in un mondo maschile l’ha portata a rifiutare un’agenda femminista classica, abbracciando invece la linea ultra–conservatrice. Tale scelta le ha permesso, nel 1993, di vincere il primo seggio e iniziare l’ascesa fino alla guida del Paese come prima donna Premier.

Il legame con Abe

Il legame tra Takaichi e Abe rappresenta uno dei sodalizi politici più profondi del Giappone contemporaneo, al punto che la Premier è oggi considerata erede spirituale e politica del defunto leader.

Consolidatosi in decenni di collaborazione, grazie a questo rapporto privilegiato ha potuto ricoprire ruoli di primo piano come ministro degli Affari Interni e della Sicurezza Economica. La loro sintonia si riflette pienamente nella già menzionata Sanaenomics: una combinazione di espansione fiscale e allentamento monetario volta a «restaurare la spina dorsale» del Paese.

Sul piano geopolitico, Takaichi porta avanti la linea hawkish del suo mentore, promuovendo il potenziamento della difesa nazionale, a discapito dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, con l’obiettivo di superare il 2% del Pil entro l’anno corrente per contrastare le ambizioni geopolitiche cinesi.

La sua lealtà è emersa anche dopo la scomparsa di Abe nel 2022: un gesto emblematico di questa continuità è stato il dono del putter personale di Abe a Donald Trump durante il summit dell’ottobre 2025, simbolico per riaffermare l’asse con Washington.

Anche nei valori sociali, resta fedele al maestro, mantenendo fermezza sulla successione imperiale esclusivamente maschile e opponendosi con vigore alle riforme sui matrimoni omosessuali, ergendosi a baluardo della destra nazionalista giapponese.

Che Giappone ha ereditato

Tornando al presente, occorre interrogarsi sullo stato dell’arte del Sol levante, il Paese viveva in un momento di profonda inquietudine per il Giappone, segnato dalla stagnazione economica e dal senso di vulnerabilità nazionale senza precedenti.

Inoltre, la società giapponese stava attraversando una fase di sfiducia verso la politica tradizionale, esasperata da un’inflazione importata che ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie e da un declino demografico che minaccia la tenuta stessa del sistema di welfare.

In questo scenario, la sua ascesa è stata favorita da una combinazione di nazionalismo difensivo e dalla richiesta di una leadership forte, in grado di proteggere gli interessi nazionali nel quadrante Indo-pacifico sempre più instabile.

Takaichi ha intercettato il malessere collettivo ponendosi come l’unica figura capace di offrire una risposta identitaria e securitaria ferma: la sua promessa di «restaurare la sovranità economica» e la sua postura nei confronti delle provocazioni militari della Cina attraverso la dottrina della linea dei nove tratti, hanno rianimato lo spirito di un popolo che “esiste al Mondo da almeno 20 secoli”.

Geopolitica nipponica

Una volta compreso il cuore della società giapponese, passa a delinearne la nuova traiettoria geopolitica. La formula non lascia spazio a dubbi: “forza e prosperità come due facce della stessa strategia”. Per anni, il Giappone ha cercato di mantenere un equilibrio delicato. Tre gli obiettivi della linea passata: rafforzare le proprie capacità senza rompere apertamente il quadro post–1945; aumentare la deterrenza senza trasformarsi in potenza militare “classica”; sostenere l’alleanza con Washington senza apparire un attore subordinato.

Oggi quella sintesi sembra meno sostenibile. Il contesto regionale è cambiato. Il pensiero della leader vede la prosperità non più garantita soltanto dalla stabilità economica, ma dipendente dalla capacità di difendere rotte, tecnologie, infrastrutture e interessi strategici. Di essere geopoliticamente rilevanti.

Ed ecco il primo cambiamento: la sicurezza si svincola dai ministeri e diviene prerogativa della narrazione nazionale. In estrema sintesi, con Takaichi la politica estera abbandona la prudenza per abbracciare l’assertivismo. Per questo fra i pensieri del primo presidente donna della storia dell’isola vi è la riforma costituzionale. Manovra, questa, atta alla “normalizzazione” del Giappone sul piano militare, ma anche geoeconomico.

Per questa ragione al Kokkai-gijidō, sede del Parlamento nipponico, si parla di un quadrante strategico che includa Taiwan, il Mar cinese orientale e quello meridionale, così come il controllo: delle filiere, dei settori tecnologici, delle vulnerabilità energetiche e logistiche. Il tutto, osservato con preoccupazione da Pechino.

Tensione cinese

La risposta cinese alla vittoria di Takaichi non è stata quella riservata a un normale cambio di Governo. È stata la reazione tipica di chi intravede un cambio di fase, perché Takaichi rappresenta un’idea. Un Giappone meno ambiguo e più determinato, capace di generare deterrenza e alterare un equilibrio dell’area.Giappone vittoria Takaichi elezioni

Tra Cina e Giappone, infatti, il conflitto è anche narrativo. La memoria storica funge da lente, da chiave di lettura inerente a ogni frase pronunciata dalle due parti. Per Pechino tale memoria funge da strumento politico interno, per rafforzare coesione e legittimità. Una leadership percepita come “dura”, sommata alla questione taiwanese, diventa linea rossa.

Proprio Taipei è il detonatore più evidente. Per il Sol levante, che ha amministrato la “Ilha formosa” per 50 anni, precisamente dal 1895 al 1945, Taiwan è questione di sicurezza nazionale. Un eventuale conflitto avrebbe conseguenze immediate sulle rotte marittime, sulle ubicazioni strategiche da controllare, nonché sulle isole meridionali e sulla stessa alleanza con Washington. La Cina teme un Giappone che smetta di essere soltanto potenza economica e diventi attore geopolitico de facto.

Pechino reagirà con pressioni diplomatiche. Teme che un Giappone più forte e consapevole possa ostacolare la sua ascesa geopolitica, in quella che viene definita, in letteratura, la “sfida all’egemone”. Vale a dire gli Stati uniti, il cui presidente Trump ha accolto con grande entusiasmo il risultato conseguito da Takaichi. Nuovi equilibri sul fronte orientale.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © Tvsvizzera.it, X.com, The Guardian, Reddit

 

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