Ipocrisia umanitaria nel caso di Christa Pike

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Una condannata a morte sopravvive a due iniezioni letali e viene tempestivamente soccorsa dalle strutture sanitarie

Nello Stato americano del Tennessee si è verificato un evento quasi impensabile nella storia moderna della pena di morte. Christa Pike, una condannata a morte di 50 anni, è sopravvissuta dopo due iniezioni di farmaci letali. È diventata la prima persona conosciuta negli Stati Uniti a rimanere in vita dopo che il farmaco per l’iniezione letale era stato effettivamente somministrato nel suo corpo.

Il paradosso del caso Pike risiede nel fatto che lo stesso Governo, nella stessa notte, ha prima tentato di ucciderla e poi ha fatto di tutto per salvarla. Questo evento non è soltanto un’anomalia medica, ma uno specchio che rivela l’ipocrisia profonda del discorso umanitario che circonda la pena capitale.

Uno Stato che prima uccide e poi salva

Secondo le notizie, i funzionari penitenziari del Tennessee hanno eseguito due iniezioni di pentobarbital su Pike nel carcere di massima sicurezza di Riverbend, ma il farmaco non ha prodotto l’effetto previsto. Dopo quasi due ore di tentativi falliti, è stata trasportata d’urgenza in ospedale, dove i medici hanno iniziato a “lavorare per eliminare il pentobarbital dal suo corpo”.

Il professor Richard Garnett della Notre Dame Law School ha commentato: «Prima, lo Stato ha cercato, senza riuscirci, di metterla a morte. Ora, cerca di salvarle la vita. In quale universo morale questo è ragionevole?». Come si può spiegare questo repentino cambiamento di atteggiamento nell’eseguire la sentenza già emessa in via definitiva?

La morte umanitaria

Evidentemente stiamo assistendo a delle profonde contraddizioni interne al sistema della pena di morte. Da un lato la nostra civiltà promette una “esecuzione umanitaria“, ma come si comporta quando questa fallisce tecnicamente? In tal caso lo Stato interpreta contemporaneamente il doppio ruolo di carnefice e salvatore. Tuttavia, così facendo rivela che la sua cosiddetta umanità non è altro che una nascosta forma di ipocrisia.

I sostenitori della pena di morte moderna affermano che l’iniezione letale rende l’esecuzione come un graduale addormentarsi. Tuttavia, il caso Pike ha definitivamente sfatato questo mito. I suoi avvocati hanno sottolineato che, poiché Pike soffre di trombocitosi (un disturbo della coagulazione) e ha vene sottili, per gli esecutori è stato difficile trovare vasi sanguigni adatti. Questo ha portato il farmaco letale a diffondersi nel tessuto sottocutaneo invece che nel flusso sanguigno.

Tragicomica presenza delle manette in terapia intensiva

Secondo i suoi avvocati, anche in ospedale, in condizioni di “grave danno alle braccia”, Pike era ancora “legata al letto con manette e catene alle caviglie”. Una persona che era appena stata sottoposta a un tentativo di esecuzione da parte dello Stato e il cui corpo aveva subito danni medicalmente senza precedenti, era ancora considerata un oggetto pericoloso da tenere in catene. Gli avvocati hanno anche rivelato che il personale medico aveva chiesto di rimuovere le catene, ma le autorità penitenziarie si sono rifiutate.

La violenza umanitaria

Il rappresentante del Tennessee Justin Jones ha dichiarato senza mezzi termini: «Il Tennessee ha legato una donna a una barella, ha spinto due siringhe di pentobarbital nelle sue braccia, acquistate con i vostri soldi da fornitori che la legge permette di nascondere la loro identità, e poi ha chiuso le tende per non far vedere a nessuno il suo fallimento. Si è ormai creato un modello di fallimento che sottopone coloro che sono condannati a morte a pene crudeli e inusuali».

Il corpo di Christa Pike è diventato una testimonianza vivente dell’ipocrisia intrinseca al sistema della pena di morte. La sua sopravvivenza salvata dalla tecnologia medica ci consente di affrontare una scomoda verità: quando la pena di morte si veste di umanità, non diventa più civile, ma maschera la violenza in modo più sofisticato.

E quando questa maschera viene tolta, vediamo uno Stato che interpreta contemporaneamente il ruolo di carnefice e di salvatore. Il significato ultimo di questa vicenda forse non risiede soltanto nel destino di Christa Pike, ma nella capacità di convincere coloro che sostengono la “pena di morte umanitaria” ad affrontare una questione fondamentale. Un sistema che ha bisogno prima di fingere di uccidere e poi di fingere di salvare, quale “giustizia” sta effettivamente difendendo?

 

Nicola Sparvieri

Foto © IlSussidiario.net, VaticanNews, VivaGliAnziani.it, l’Arena

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