Italia in piazza: il filo rosso di un weekend di rabbia

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Filo rosso

Dietro le vetrine rotte, un malessere fatto di diritti diventati un lusso: la protesta italiana letta insieme a quella europea

Tra venerdì 16 e domenica 18 ottobre 2026 una protesta ha attraversato l’Italia cambiando volto ogni giorno. Venerdì è stato il “No Meloni Day” degli studenti: cortei da Torino a Napoli, da Bologna a Cagliari, con oltre 400mila partecipanti secondo gli organizzatori. Sabato la piazza è cambiata: i cortei contro il carovita convocati con la sigla “Italia in piazza” hanno portato in strada circa 5mila persone a Milano, 3mila a Torino e 2mila a Bologna, e sono degenerati in scontri. Il bilancio diffuso dopo la giornata parla di 28 arresti, dodici dei quali minorenni, 197 identificati e 141 agenti feriti; a Milano Confcommercio stima oltre mezzo milione di euro di danni. Sul piano politico, maggioranza e opposizione si sono accusate a vicenda sul clima di tensione.

Ma questa storia ha anche un altro volto, meno rumoroso, che non ha dominato i media ed è passato in sordina. Al Sud i trasportatori siciliani e calabresi si sono fermati dal 16 al 20 ottobre contro il caro gasolio, mentre in Puglia agricoltori e camionisti protestavano senza un coordinamento; a Taranto e a Genova gli operai dell’ex Ilva attendono la pronuncia della Cassazione del 20 ottobre.

Le manifestazioni non hanno animato esclusivamente il Belpaese, tutta l’Europa è stata attraversata dalla scia di protesta: la Francia ha vissuto sabato la giornata più dura, mentre in Albania sono scesi in piazza gli studenti, in Portogallo chi protesta contro l’emergenza abitativa. È legittimo dunque porsi una domanda: qual è il filo rosso che unisce queste piazze e perché abbiamo assistito a una protesta congiunta tra diverse istanze?

Le ragioni degli studenti italiani

Alla base del No Meloni Day c’è l’accusa al Governo di sottofinanziare la scuola. Secondo Eurostat nel 2023 l’Italia ha speso per l’istruzione il 3,9% del Pil (l’Istat parla di circa il 4%) contro il 4,7% della media europea, e vi destina circa l’8% della spesa pubblica contro il 9,6% medio: una delle quote più basse dell’Ue.

A questo si sommano i temi specifici. Gli studenti contestano il decreto che fissa un tetto del 30% per determinate categorie di studenti stranieri nelle classi, l’alternanza scuola-lavoro e il modello 4+2 negli istituti tecnici e professionali, giudicato troppo subordinato alle esigenze del mercato del lavoro. Al fondo c’è anche la questione del merito: per i collettivi, la logica premiale che dà il nome al Ministero dell’Istruzione e del Merito rischia di accentuare le disuguaglianze di partenza invece di ridurle, mentre il Governo la rivendica come riconoscimento dell’impegno individuale.

Il fronte più acceso è la casa degli universitari. Per il Cnel gli studentati coprono il 2,2% degli iscritti contro il 18% della media europea; anche con i 60mila posti del Pnrr ne mancherebbero circa 236mila, per 4,7 miliardi. Il Governo ha messo 1,2 miliardi di fondi Pnrr: fino a 20mila euro a posto letto ai gestori, pubblici o privati, con una quota riservata a studenti meritevoli privi di mezzi e, per il resto, tariffe inferiori di almeno il 15% al mercato. Ma è un mercato già proibitivo: a Milano una singola costa in media circa 700 euro al mese e a Roma si arriva a mille euro vicino agli atenei privati, quindi anche con lo sconto molti posti restano fuori portata per le famiglie. Per il ministero è lo strumento per centrare l’obiettivo europeo in tempi stretti; per i movimenti, una risposta insufficiente e troppo affidata ai privati.

Armi, carburante, acciaio e le proteste “di serie B”

Nei cortei risuona lo slogan «Fondi alle scuole, non alle armi». Il confronto va maneggiato con cautela, perché dipende da come si misura la spesa militare: l’Osservatorio Milex stima per il 2026 una spesa diretta di 33,9 miliardi, l’1,46% del Pil, mentre il rapporto Nato, con criteri più ampi, colloca quella italiana al 2,10% (48,3 miliardi). Il Documento programmatico pluriennale della Difesa prefigura inoltre oltre 130 miliardi di investimenti in nuovi sistemi. Il Governo rivendica gli impegni con l’Alleanza; gli studenti obiettano che l’istruzione resta sotto la media europea.

Più silenziosa, e per questo considerata “di serie B“, è la protesta per il lavoro. Dal 16 ottobre gli autotrasportatori siciliani e calabresi hanno fermato i mezzi contro il caro gasolio, che a settembre ha superato i 2,16 euro al litro, 35 centesimi in più rispetto a febbraio. In Puglia agricoltori e camionisti sono scesi in piazza spontaneamente, con un corteo a Cerignola; in Calabria i trattori hanno presidiato Castrovillari e la Statale 106 a Corigliano-Rossano; il 22 ottobre è atteso il fermo dei pescherecci. Chi protesta denuncia anche i rincari di fertilizzanti ed energia.

A Taranto l’area a caldo dell’ex Ilva è sospesa dal 9 ottobre, e Acciaierie d’Italia ha annunciato lo stop temporaneo di Genova e Novi Ligure entro il 15 novembre. Il 12 ottobre c’è stato lo sciopero di 24 ore in tutti gli stabilimenti, il 17 un nuovo corteo a Taranto contro “inquinamento e ricatto occupazionale“. Toni più contenuti rispetto al Nord, con l’eccezione delle tensioni davanti alla Prefettura di Genova: qui in gioco c’è un altro diritto fondamentale, quello al lavoro.

Gli effetti sul dibattito politico

Lo scontro politico è arrivato prima ancora che finissero quelli di piazza. Giorgia Meloni ha chiesto alle opposizioni di condannare le violenze senza ambiguità: «Manifestare è un diritto. Mettere a ferro e fuoco le nostre città no». Ha poi espresso su X solidarietà alle forze dell’ordine e convocato il comitato per l’ordine pubblico. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di «professionisti del disordine» e ha assicurato che neppure la minore età garantirà impunità, replicando al sindaco di Milano Giuseppe Sala, che aveva ammesso di aver sottovalutato il momento e denunciato pochi agenti in piazza Duomo: discutere del numero dei poliziotti, per Piantedosi, rischia di diluire la responsabilità di chi usa la violenza.

Le opposizioni hanno condannato i violenti ma anche attaccato il Governo. Elly Schlein: «Non c’entriamo niente con i delinquenti», ma non possono essere usati per coprire le ragioni di chi protesta pacificamente. Giuseppe Conte ha invitato a non nascondersi dietro le violenze, che tutti condannano. Angelo Bonelli (Avs) ha chiesto alla premier di scusarsi con gli studenti. Nicola Fratoianni di interrogarsi su chi sia «Italia in piazza», sigla di cui dice di non riuscire a rintracciare l’origine. I nove sindaci di centrosinistra delle Città coinvolte (Roma, Milano, Genova, Torino, Bari, Cagliari, Bologna, Firenze, Napoli) hanno condannato i disordini e chiesto al Governo di non ignorare il carovita.

Il punto, forse, è questo. A Bologna, secondo l’Ansa, la chiamata è partita via Telegram con l’obiettivo dichiarato di emulare la Francia: ma etichettare tutto come violenza è semplicistico. Più che chiedersi solo come si arrivi alla violenza, che può essere frutto di quella che Durkheim chiamava “effervescenza collettiva”, bisogna interrogarsi sul disordine che nasce dall’esigenza di una quotidianità degna di questo nome.

Non solo Italia: cosa è successo in Europa

Il modello evocato, in piazza e nelle chiamate social, è la Francia. Dal 28 settembre i liceali protestano contro i tagli alla scuola; il 6 ottobre il ministero dell’Interno contava 256mila manifestanti, 450mila per i sindacati. Sabato 17 le loro richieste si sono saldate a una protesta più ampia contro carovita e carburanti, con il ritorno dei gilet gialli: circa 550mila persone secondo il ministero, 800mila per gli organizzatori, da Parigi a Marsiglia, da Lione a Bordeaux. Il bilancio: 2.397 fermi, 997 agenti feriti, il municipio di Limoges incendiato. Il ministro Laurent Nuñez ha ammesso che in alcune Città il controllo è stato perso e ha offerto le dimissioni, respinte da Macron, che nel discorso alla Nazione di domenica ha parlato di «rabbia e vergogna», prospettato il divieto di alcune manifestazioni e annunciato un confronto con studenti e sindacati.

In Albania gli studenti sono in piazza dal 13 ottobre davanti al ministero dell’Istruzione, saldandosi alla mobilitazione che da mesi chiede le dimissioni del premier Edi Rama; scontri in diverse Città, e Rama ha denunciato una «mano straniera» dopo aver affermato di aver neutralizzato un drone carico di esplosivo. In Portogallo, sabato notte, centinaia di persone hanno dormito in tenda a Lisbona e Porto per il diritto alla casa. A Madrid, il 3 ottobre, la marcia sulla casa ha contato 70mila persone per la Delegación del Gobierno e 500mila per il sindicato de Inquilinas, che ha annunciato uno sciopero generale. In Belgio, nelle settimane scorse, studenti e sindacati hanno protestato contro la riforma dell’istruzione della Federazione Vallonia-Bruxelles (tasse universitarie da 835 a 1.194 euro, due ore di insegnamento in più) e contro i tagli di bilancio, con scontri a Bruxelles il 9 ottobre.

Per quanto vi crediate assolti…

Che cosa tiene insieme studenti, camionisti, agricoltori, operai dell’acciaio e le piazze italiane con quelle di Parigi, Madrid e Tirana? Il filo rosso, a leggere i cortei, è il costo della vita: affitti, carburanti, libri, energia, e la sensazione che diritti ritenuti acquisiti (studiare, avere un luogo dove vivere, un salario adeguato, lavorare senza rinunciare alla salute) siano diventati un lusso. È un sentimento che attraversa Paesi e categorie, e per questo si è presentato tutto insieme: in Italia come in Francia, scuola e carburanti sono state due micce diverse per lo stesso incendio.

Su chi ne porti la responsabilità, nel caso italiano, la lettura dei manifestanti è chiara:Filo rosso il Governo Meloni, in carica dall’ottobre 2022 «il più longevo della storia repubblicana», non avrebbe saputo garantire quei diritti. L’esecutivo risponde che i conti pubblici sono vincolati al rientro del deficit, che la sicurezza è un dovere e che le risorse del Pnrr stanno intervenendo su scuole e alloggi. Ad ogni modo, appare semplicistico definire il Governo come unico colpevole, di sicuro rappresenta il maggiore attore responsabile nel caso italiano. Ma le criticità poste in evidenza dalle manifestazioni e il loro carattere transnazionale suggeriscono una dimensione strutturale del problema che, superando i particolarismi, attraversa tutto il sistema occidentale.

Resta un fatto: se dopo un weekend così ci si trova a empatizzare più con una vetrina rotta che con chi, esausto, fatica a costruire e mantenere una quotidianità, qualcosa nel dibattito pubblico si è inceppato. Chiediamoci, ancora una volta, come sia possibile assistere con compiacimento al massacro e rabbrividire al veder profanati calce e mattoni.

 

Alfio Faro

Foto ©️ Virgilio, Pressenza.com, Giornale di Taranto, Studio90 Italia, The Wire, Blab Live

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