Bomba nucleare, una storia vera tra scienza e spionaggio

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1951
Bomba nucleare

Come la Russia è diventata la più grande potenza nucleare del Pianeta

Questa è la storia dell’arma più distruttiva partorita dalla mente dell’uomo: la bomba nucleare. Nel 1896, Henry Becquerel, un ingegnere francese appassionato di problemi scientifici, si accorse che alcune lastre fotografiche poste nel cassetto della sua scrivania, rimanevano impressionate quando erano messe a breve distanza da alcuni sali di Uranio. Meno di cinquanta anni più tardi, la stessa radiazione incenerì due città giapponesi causando centinaia di migliaia di vittime.

Ma come e perché si arrivò alla sua creazione e quali furono le tappe che consentirono ai sovietici di carpirne i segreti?

Per rispondere alla domanda dobbiamo andare indietro nel tempo, fino al 1939, quando tre scienziati tedeschi, Otto Hahn, Fritz Strassmann e Lise Meitner, riuscirono a scindere dei nuclei di uranio bombardandoli con neutroni.

Già da circa un decennio, Germania e Italia erano all’avanguardia nella ricerca nucleare. L’Università di Gottingen era considerata la Mecca della fisica e della matematica. Fisici come Born e Heisemberg, matematici come Hilbert e chimici come Noddack avevano fatto della Germania la capitale mondiale della ricerca scientifica.

In Italia, i famosi “ragazzi di via Panisperna” guidati da Enrico Fermi stavano dando dei contributi straordinari allo sviluppo della fisica del nucleo atomico.

In quel periodo, le migliori menti del Vecchio Continente erano intente a capire come funzionava l’atomo e nessuno pensava ad applicazioni militari. Ma qualcuno aveva intravisto la possibilità di estrarre dal nucleo atomico un’energia straordinariamente maggiore di quella che si poteva ottenere dai comuni combustibili fossili e dagli esplosivi chimici, potendo creare quindi un’arma devastante.

Fu in particolare una brillante chimica – fisica tedesca, Ida Noddack, che in un articolo scientifico del 1934, precedente cioè alla scoperta di Hahn, basandosi sui lavori del gruppo di Fermi spiegò, conti alla mano, che la cosa era fattibile. La pubblicazione passò del tutto inosservata; fisici e chimici erano troppo impegnati nella ricerca dei meccanismi che erano alla base del funzionamento dell’atomo per occuparsi di problemi bellici.

Ma nel tardo 1939, la Germania invase la Polonia dando inizio alla guerra più devastante della storia e quando nel dicembre del 1941 i giapponesi attaccarono il porto di Pearl Harbor, gli Stati Uniti si trovarono in guerra contro l’Asse. Al di là dell’oceano una domanda ossessiva imperversava nella mente di politici e militari americani: i tedeschi sarebbero stati in grado di creare la bomba nucleare?.

Se la risposta fosse stata affermativa, nessuno avrebbe più potuto fermare Hitler e questo per americani e inglesi costituiva il peggiore degli incubi.

Progetto Manhattan

Bomba nucleareLa Germania aveva perso molte menti brillanti. Con le leggi razziali, la quasi totalità degli scienziati ebrei migrò oltre Oceano. Anche in Italia, il gruppo dei ragazzi di Fermi si sfaldò. Ma nella Nazione tedesca, uomini come Heisemberg e von Weizsacker erano rimasti al loro posto ed erano tranquillamente in grado di dare al Fuhrer l’arma totale.

Spinto dalle pressioni di militari e politici statunitensi, in particolare da una lettera inviatagli mesi prima da Albert Einstein, il presidente Roosvelt capì che c’era un solo modo di battere i tedeschi nella corsa verso la bomba: anticiparli.

Nel 1942 fu dato l’ordine di dare l’avvio alla costruzione della bomba nucleare e iniziò così il progetto Manhattan, uno dei più ambiziosi e costosi della storia.

Il tempo costituiva il nemico numero uno e occorreva mettere in piedi in brevissimo tempo un’organizzazione spaventosamente complessa.

A capo del programma venne nominato un generale americano: Leslie Groves. Mentre la parte prettamente tecnica fu affidata a uno scienziato americano di origini ebraiche, fino ad allora quasi sconosciuto, i cui genitori erano emigrati dalla Germania negli Stati Uniti precedentemente alla sua nascita. Il suo nome era Julius Robert Oppenheimer e diventerà famoso come “il padre della bomba atomica“. Il luogo scelto per il più grande raduno di fisici, chimici e ingegneri mai concepito e realizzato fu Los Alamos, un villaggio sperduto nel Nuovo Messico.

Segretezza

Groves si trovò ad affrontare problemi organizzativi enormi, ma quello che non faceva dormire la notte sia lui che gli uomini dei servizi segreti, era proprio la segretezza. A parte la Germania, si voleva evitare che i sovietici venissero a conoscenza del progetto. Stati Uniti e Unione Sovietica erano formalmente alleati, ma si trattava di un’alleanza puramente congiunturale, avendo entrambe le Nazioni lo stesso obiettivo: battere l’Asse. Era chiaro che una volta finita la guerra, i due blocchi sarebbero entrati in conflitto in quanto portatori di ideologie in netto antagonismo.

L’esigenza di segretezza aveva spinto il generale Groves a ridurre al minimo gli incontri tra i gruppi del centro di ricerche, cosa che indispettì non poco gli scienziati, abituati a scambiarsi idee senza nessun tipo di restrizione. Lo stesso Oppenheimer si dichiarò contrario alla cosa, ma Groves fu irremovibile.

C’era un altro punto che destava preoccupazione: alcuni uomini di Los Alamos, tra cui lo stesso Oppenheimer, avevano in passato manifestato espressamente simpatie per il comunismo. Fu questo il motivo che spinse il generale e i suoi uomini, a innalzare un muro fatto di regole e divieti attorno al progetto. Muro che in quel momento sembrò invalicabile, ma che alla fine della guerra si rivelò un colabrodo.

Come farla esplodere

Il principale problema che doveva essere risolto dal team di scienziati, non era tanto la determinazione di quanto materiale fissile dovesse essere usato per raggiungere la cosiddetta massa critica, ma come farla esplodere.

Due soluzioni parevano praticabili:

  • scindere la massa totale in due blocchi separati per poi unirli al momento dell’esplosione;
  • creare una massa sferica di materiale fissile circondata da esplosivo, soluzione che sembrava più efficiente.

Al momento opportuno l’esplosivo convenzionale sarebbe detonato, creando per implosione un volume critico con conseguente inizio della reazione a catena.

I problemi da risolvere non erano quindi tanto di natura teorica, quanto ingegneristica. È qui che entra in gioco la figura di Klaus Fuchs, un brillante fisico teorico di origini tedesche, naturalizzato britannico e cooptato nel progetto Manhattan.

Fuga di notizie

Bomba nucleareFuchs è talmente brillante da essere considerato il numero due dopo Einstein, ma è un simpatizzante del comunismo.

I sovietici non esitano a contattarlo e lui, insieme ad altri membri del progetto, gli passa disegni e progetti dell’ordigno. In particolare trasferisce agli agenti del KGB quelli del meccanismo di implosione della massa critica di cui era a conoscenza. Sottoposto a lunghi interrogatori dopo la guerra, confessò di averlo fatto perché: «aveva fiducia nella politica sovietica».

Come è possibile che un uomo dichiaratamente comunista fu inglobato all’interno del progetto?

Non è dato saperlo. Forse il terrore che i tedeschi potessero arrivare per primi, spinse Groves a mettere insieme tutti gli scienziati più brillanti di cui disponeva indipendentemente dalle loro idee politiche, fidandosi dei suoi metodi per garantire la segretezza dell’intero progetto Manhattan.

I sovietici avevano scienziati molto brillanti

Kurchatov, Kapitza e Landau, non avevano certamente nulla da invidiare ai colleghi americani ed europei, ma era nella tecnologia e nelle applicazioni ingegneristiche che non disponevano della stessa competenza degli statunitensi. I disegni forniti da Fuchs agli agenti dello spionaggio di oltrecortina aiutarono non poco gli ingegneri e i fisici incaricati da Stalin di realizzare l’arma nucleare, anche se da parte russa si è sempre cercato di minimizzarne l’importanza. Il 16 luglio del 1945, pochi secondi prima delle cinque e mezzo, ad Alamogordo esplode la prima bomba nucleare della storia.

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’esplosione fu un mezzo fallimento: occorrono decine di chili di Uranio o Plutonio per farne “bruciare” pochi grammi. Ciò nonostante, la detonazione è devastante, e gli americani si sentono al sicuro. Non solo hanno battuto sul tempo la Germania che si è arresa mesi prima, ma anche l’URSS è stata superata.

L’illusione dura poco: alle 7.00 del mattino del 29 agosto 1949, un bagliore accecante illumina una zona dell’odierno Kazakistan. I russi hanno l’arma totale. Gli statunitensi cadono in uno stato mentale di depressione mista a terrore.

Eterna battaglia

Inizia così la seconda fase della corsa all’arma totale. I calcoli teorici avevano mostrato che nuclei di idrogeno o suoi isotopi potevano fondersi liberando quantità enormi di energia. Due scienziati americani Teller e Ulam idearono uno schema di principio per realizzare quella che sarebbe passata alla storia come bomba H.

Anche qui, il giovane Fuchs insieme ad altri colleghi di Los Alamos, si dà da fare e trasmette ai sovietici disegni e formule. E quando nell’agosto del 1953, neanche un anno dopo quella americana, detona la prima bomba H sovietica, si viene a creare un equilibrio tra le due superpotenze giustamente denominato “equilibrio del terrore”.

Da allora, sovietici prima e russi dopo la fine del comunismo, hanno realizzato un arsenale di oltre seimila testate nucleari, maggiore di quello americano.

Furono soltanto i partecipanti al progetto Manhattan a consegnare ai sovietici i documenti di cui avevano bisogno?

In realtà nella storia della bomba c’è un altro giallo: uno dei “ragazzi” di Fermi, Bruno Pontecorvo, fuggì in Russia e molto probabilmente portò con se idee e risultati ottenuti dai geniali “ragazzi”. Nessuno sa quanto sia stato utile ai sovietici, ma di sicuro lo fu. Klaus Fuchs fu comunque, insieme ai coniugi Julius ed Ethel Rosemberg, finiti poi sulla sedia elettrica per la loro attività di spionaggio, la punta di diamante del gruppo di spie. Altri nomi, meno noti, affascinati dal comunismo si prodigarono in quei tempi in attività di spionaggio.

C’è purtroppo di più

Informazioni dei servizi segreti occidentali fanno pensare che la Russia dispone anche della cosiddetta “arma definitiva”: la bomba al cobalto, ideata da un altro brillante fisico americano di origine ungherese, Leo Szilard.

Non è chiaro se l’idea sia arrivata ai fisici russi per via dello spionaggio o se ci siano arrivati autonomamente. Quello che dal 2019 sembra chiaro è che la posseggono e il suo nome in codice sarebbe Status – 6, un veicolo sottomarino senza pilota in grado di trasformare in cenere radioattiva tutte le zone costiere vicine alla zona di esplosione.

Negli ultimi mesi, la guerra scoppiata in Ucraina coinvolge direttamente Russia e Stati Uniti. Mai come in questo periodo l’umanità sembra un ubriaco che barcolla su un lungo e stretto ponte a cavallo di un profondo precipizio. O sarà capace di ritrovare l’equilibrio in breve tempo o la storia di Klaus Fuchs, di Pontecorvo, dei Rosemberg e degli altri scienziati che passarono documenti segreti agli uomini di oltrecortina finirà per essere dimenticata, semplicemente perché non ci sarà più nessuno a poterla raccontare.

 

Riccardo Liberati

Foto © Patria Indipendente, Inchiostro, Osservatorio Globalizzazione, RomaIt, Ispi

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