Terzo mandato, la Lega con le pive nel sacco

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Terzo mandato

Passa invece all’unanimità l’emendamento al dl elezioni per far votare gli studenti fuori sede alle prossime elezioni europee

 

L’emendamento della Lega al dl elezioni sul terzo mandato per i governatori delle Regioni è stato respinto con ben 16 voti contrari. In particolare a esprimersi in tal senso alla proposta di modifica leghista, Fratelli d’Italia e Forza Italia sostenuti da Pd, M5s, Avs. I quattro voti favorevoli vengono da Lega e Italia Viva. Azione non ha partecipato al voto. Svp (partito popolare sudtirolese) si è astenuto.

Via libera invece all’unanimità dalla commissione affari costituzionali del Senato all’emendamento al dl elezioni, presentato da FdI, che riguarda la possibilità di votare per gli studenti fuori sede per le elezioni europee dell’8 e 9 giugno 2024. Tutti i gruppi hanno aggiunto la firma alla proposta.

Elezioni regionali

In Italia, seppur con alcune eccezioni, i sindaci non possono ricandidarsi per più di due mandati consecutivi. E lo stesso vale in linea generale per i presidenti di Regione, sebbene in quest’ultimo caso la questione sia più complessa e dibattuta. La Costituzione prevede che le regole per l’elezione dei Consigli regionali e dei presidenti di Regione siano determinate dalle Regioni stesse, sulla base di principi generali stabiliti dalla legge statale. In questo caso la norma di riferimento è l’articolo 122 della Costituzione: stabilisce che i presidenti di Regione vengano eletti direttamente dai cittadini, tranne nei casi in cui gli statuti e le leggi regionali prevedano forme diverse di nomina, senza particolari limiti di mandato.

Nel 1995, durante il Governo di Lamberto Dini, è stata approvata la legge “Tatarella” che ha fissato le regole generali per l’elezioni dei Consigli regionali e dei presidenti, da applicare nei casi in cui una Regione non abbia adottato regole proprie. Nel 2004, durante il secondo Governo Berlusconi, il Parlamento ha poi approvato la legge che ha fissato il limite dei due mandati consecutivi per i presidenti di Regione, affidando il compito di attuare questo limite alle singole Regioni. Da quel momento in poi, però, il limite dei due mandati è stato nei fatti spesso disatteso.

Meloni – Salvini la “coppia” del futuro

Dalla Lega in mattinata era arrivata una mossa distensiva con il ritiro dello stesso emendamento per il terzo mandato sull’elezione dei sindaci. E di fatto su questo fronte la sinistra e i Cinque Stelle hanno usato l’emendamento per montare indiscrezioni relative a tensioni interne alla maggioranza.

Voci smentite da due fattori di rilievo: l’unità dei tre leader del centrodestra in Sardegna e le parole di Salvini che ha spiegato per filo e per segno quali sono i suoi obiettivi di Governo da raggiungere con gli alleati. Inoltre, sempre il viceministro ha voluto sottolineare il suo rapporto con Meloni: «Fatemi dire che l’unità che state dimostrando è la cosa più preziosa e in chiave nazionale ve lo dico e ci stavamo sorridendo prima. Più sul Corriere e sulla Repubblica provano ad allontanare me e Giorgia più io e Giorgia andiamo avanti insieme, compatti, come una sola persona per cinque anni, non un minuto di meno». Poi ha aggiunto: «Su questo palco ho sentito le stesse parole dal governatore uscente dall’entrante, fatemi dire grazie a Christian Solinas e buon lavoro a Paolo Truzzu», ha concluso.

Strigliata da Ciriani

«Il Parlamento può sempre decidere di riaprire la discussione, certo che la decisione, il dato politico, il voto che abbiamo registrato oggi in commissione è piuttosto netto. Questo argomento, per quanto importante, non ha riflessi sulla vita del Governo». Luca Ciriani, Terzo mandatoministro per i Rapporti con il Parlamento, lo afferma alla fine della riunione della commissione Affari costituzionali del Senato. «Avevo chiesto di ritirare l’emendamento proprio perché con più calma l’avremmo potuto discutere in maniera più ordinata, anche approfondita, perché c’era la disponibilità di tutti, ma questa accelerazione ha portato a questo risultato. Il Parlamento è sovrano, potrà fare mille cose, certo che la scelta è piuttosto netta. Il Governo si è rimesso alla commissione, è una scelta che fanno i gruppi parlamentari, ma il dibattito era trasversale tra tutti i partiti e le componenti politiche di maggioranza e opposizione», conclude Ciriani.

Borghi tira dentro tutti

«Avevamo sul campo un assist perfetto per mandare Giorgia Meloni in minoranza: coalizione di Governo spaccata, e numeri a favore delle opposizioni se si fossero presentate compatte sulla vicenda del terzo mandato. Invece di pensare a battere la destra, come al solito è partita la competizione a sinistra. E così, rifiutando addirittura la nostra proposta di tavolo di lavoro congiunto, si è pensato bene di far giocare sul piano della tattica interna una partita nella quale Giorgia Meloni è stata graziata dall’insipienza del cosiddetto campo largo». Lo afferma il senatore Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva al Senato. «E quindi il saldo di una giornata che avrebbe potuto essere di sconfitta totale del premier, diventa una sciarada nella quale Meloni schiaffeggia Salvini, che a sua volta tumula politicamente Zaia sfiduciato dalla destra».

«Conte – siamo alle solite – corre in soccorso alla presidente del Consiglio, ed Elly Schlein manda a fondo Vincenzo De Luca, Stefano Bonaccini e il presidente dell’Anci Antonio Decaro, lanciando un evidente messaggio in bottiglia ai riformisti interni, che si apprestano a fare la fine dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie», spiega.

Ma il senatore aggiunge anche: «Noi eravamo pronti a lavorare in nome del principio superiore del Governo da battere. Altri hanno preferito giocare le loro piccole battaglie di posizionamento, e di consociativismo. Almeno speriamo che in futuro ci evitino di fare la morale sull’unità delle opposizioni contro la Meloni, e la finiscano di accusare gli altri di essere la stampella del Governo quando nei passaggi decisivi del potere si ritrovano sempre al loro fianco. Perché questo sgolarsi nelle piazze contro il Governo, e poi nel palazzo votare insieme per regolare i conti al proprio interno non è certo uno spettacolo edificante».

Toti: «Vincolo terzo mandato non esiste in nessun Paese europeo»

«Se non si mette ordine sul vincolo del terzo mandato rischiamo nei prossimi due-tre anni di avere un contenzioso tra Governo centrale e Regioni quasi infinito», paventa il presidente della Liguria, Giovanni Toti. «La Costituzione prevede che gli statuti e le leggi elettorali siano competenza esclusiva delle Regioni», ricorda. «Non so se vorrò fare il terzo mandato onestamente, vedremo se ci sono le condizioni per farlo, se è un vantaggio per la mia Regione e per la mia maggioranza politica. È una decisione che spetta ai territori, agli amministratori dei territori e soprattutto agli elettori».

«Sento con grande faccia tosta parlamentari, che sono in Parlamento dagli anni Novanta del secolo scorso, una trentina d’anni mal contati, concionare contro il terzo mandato di sindaci e amministratori che sono sul territorio, il vincolo del terzo mandato non esiste in nessuno Stato d’Europa. Il sindaco di Bordeaux è stato in carica per cinquant’anni, il sindaco di Hannover per trentaquattro, quello di Nizza lo è da molti anni, nessuno si è mai posto il problema» – sottolinea Toti – «perlopiù in un Paese come l’Italia dove ci sono ministri, parlamentari, presidenti del Consiglio, che si sono avvicendati per decenni, addirittura il presidente della Repubblica sta facendo un secondo mandato e ne sono lieto. Il terzo mandato, un vincolo messo in un’altra epoca per inseguire un populismo un po’ come quello grillino», ha aggiunto.

La Lega non si arrende

Ma la Lega non si arrende, promessa di Paolo Tosato, vicepresidente leghista della commissione: «Per noi la partita non è chiusa. Continuiamo a ritenere che la scelta o la bocciatura di un rappresentante del popolo, a ogni livello, debba passare dal voto dei cittadini e non da una decisione dei partiti. Uno, due, tre, quattro mandati. Qual è il criterio oggettivo per stabilire quale sia la scelta giusta? Nessuno. Noi ci fidiamo dell’unico giudizio che conta in democrazia: il voto popolare. Cercheremo di convincere i nostri alleati di maggioranza a rivedere le loro posizioni».

 

Ginevra Larosa

Foto © Virgilio, Città di Nova Milanese, Rapporti con il Parlamento, Ossola24

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