La storia dell’alpinismo in una serata in Brianza

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Alpinismo

Krzysztof Wielicki, Hans Kammerlander e Simone Moro, tre personaggi che hanno fatto la storia mondiale dell’alpinismo

Tre persone che solo a guardale intravedi le cime che hanno scalato. Sono montagne altissime, imponenti, impervie, le più ripide del Pianeta, quelle che rappresentano “la sfida” e fanno venire i brividi solo pensando ai loro nomi: Everest, K2, Nanga Parbat, Lhotse, Dhaulagiri, Annapurna, Manaslu. Gli occhi di Krzysztof Wielicki, Hans Kammerlander e Simone Moro hanno visto il Mondo da un’altra prospettiva e lo si capisce, immediatamente. Seduti su un palco, con una platea da stadio, gigantesca e entusiasta, hanno raccontato un po’ di sé.

Grazie all’iniziativa di Sergio Longoni, imprenditore brianzolo e proprietario della catena Df Sport Specialist, amante della montagna, tre giganti dell’alpinismo si sono radunati a Sirtori, nel lecchese, per parlare di cime vertiginose, discese da paura, storie di vita (e morte), fatiche e speranze. È la narrazione di un passato glorioso e l’indicazione per nuove vie possibili da percorrere.

Alpinismo estremo

Krzysztof Wielicki ha gli occhi di ghiaccio, il suo linguaggio è secco, tagliente, potentissimo, in grado di arrivare subito dritto dove deve. È l’alpinista polacco che per primo è salito d’inverno sull’Everest, insieme a Leszek Cichy. Era il 17 febbraio del 1980. È colui che ha aperto la strada dell’alpinismo estremo, fatto di altre due prime invernali, Kangchenjunga e Lhose e di tutti i quattordici Ottomila. È la determinazione all’ennesima potenza che non dimentica però lo spirito di condivisione.

«Perché, prima di salire in vetta, ci si conosceva, si diventava amici. Prima di andare in alta montagna bisogna diventare buoni amici. Era quella la strada sicura che almeno noi in passato percorrevamo», sottolinea durante la conferenza stampa, «adesso si fa una telefonata in Nepal, in Pakistan e si compone in pochi istanti un gruppo di sconosciuti. Una spedizione nasce così in albergo o in aeroporto e c’è un capo, designato al volo. Un modo diverso di concepire l’alpinismo». 

Scendere è durissimo

Non è la nostalgia di un tempo che fu, ma uno sguardo utile a recuperare quello che un po’ è andato perduto. La moltitudine che sale verso l’Everest e che Hans Kammerlander non stenta a definire il «carnevale» della montagna.

«Ma la possibilità di cambiare rotta c’è» – sostiene – «basta scegliere una stagione diversa da quella di tutti gli altri. La cima dell’Everest viene presa d’assalto nei mesi primaverili, andarci dunque d’inverno, con un freddo folle e un vento pazzesco o durante la stagione estiva monsonica, significa approcciarsi in un’altra maniera. Altra scelta può essere quella di optare per i “numeri due”. «Scegliere la seconda cima più alta in tutti i Continenti mi ha permesso di vivere la montagna con poca gente ovunque, dalla Papua all’Antartide, dalla Groenlandia all’Himalaya. E le seconde cime non sono affatto da meno rispetto alle montagne più alte in assoluto. Anzi, spesso sono pure più difficili. Il K2 ne è un esempio tra i tanti».

Kammerlander, che per sua stessa ammissione era veramente matto da giovane e «meno male che c’era Reinhold Messner a guidarmi con la sua straordinaria esperienza», ha dichiarato lui stesso, il primo a scendere dall’Everest e dal Nanga Parbat con gli sci e, con Messner, con cui ha salito sette Ottomila e il mitico primo concatenamento Gasherbrum I e II.

Altoatesino, la sua prima cima l’ha affrontata a otto anni marinando la scuola per salire sui tremila dietro casa. Sull’Everest ci è andato letteralmente di corsa: 16 ore e 45 minuti, un tempo record, mai superato sino ad ora. E con sé non aveva praticamente nulla. «Viaggiavo leggero, con uno zainetto che pesava meno di cinque chili. Non avevo né cibo, né tenda, né sacco a pelo. Solo un litro di the». Il suo Everest è stato una sfida che gli ha permesso di coniugare lo sci estremo con la sua incredibile abilità di scalatore. In cima si è tolto faticosamente i ramponi per mettersi gli sci. «E scendere» – racconta – «è stata durissima, mi trascinavo e mi fermavo ogni dieci metri. Ci misi sei ore ad andare giù. All’Everest ci penso ogni giorno».

L’importanza della sintonia

Simone Moro è il più giovane dei tre ed è l’alpinista che ha realizzato il maggior numero di salite invernali sugli Ottomila: Shisha Pangma, Makalu, Gasherbrum II, AlpinismoNanga Parbat. Bergamasco d’origine, arrampicatore sportivo, aveva il desiderio di raccontare una nuova storia dell’alpinismo partendo da quella di coloro che ne avevano già scritto i più grandi capitoli, Riccardo Cassin, Walter Bonatti, Reinhold Messner. «Avevo una grande storia ispiratrice, ma non ero sicuramente un predestinato. Non sono nato a Cortina e neppure a Courmayeur, ma essere di Bergamo non sarebbe dovuto diventare un alibi o un deterrente, così mi ispirai alla storia degli scalatori polacchi. In Polonia la montagna più alta è di 2500 metri, più o meno come le nostre Orobie» I polacchi in effetti, tradizionalmente definiti “i guerrieri di ghiaccio”, sono quelli delle salite invernali estreme con un clima impossibile.

Moro è ambizioso, ma ha l’umiltà di imparare e, in breve tempo, si è trasformato in un fuoriclasse. E’ uno che crede nei giovani e ne cita parecchi e pensa che “avere fame” sia uno stimolo continuo per andare avanti e migliorarsi. «Sono andato in Kazakistan» -racconta – «e ho incontrato Denis Urubko. Ho capito subito che era il personaggio giusto per scalare insieme a me. Viveva da sei mesi per strada, dormiva sulle panchine o nel giroscale dei palazzi, dove le porte erano chiuse. Era uno che conosceva la fame e la fatica e aveva un sogno: voleva fare l’alpinista. Io e lui siamo diventati così una macchina perfetta, come Hans con Reinhold, una sintonia che tutti gli alpinisti ricercano».

Il desiderio di grandezza in questi tre uomini che hanno affrontato l’aria sottile delle altissime quote, è lo stimolo ad accaparrarsi la cima, come afferma con forza e determinazione Wielicki, è la voglia di esplorare anche quando sembra che tutto sia stato scoperto, è un motore che si autoalimenta e resta potentissimo anche quando gli anni passano e bisogna fare i conti con il corpo. La grande avventura che non esiste senza rischio. Lo dice Hans e lo conferma la storia pazzesca di Valerio Anovazzi (della Val Brambana) che fino a cinquant’anni non era mai andato in montagna e, dopo due infarti, all’età di 65 anni festeggia la sua ultima ascesa, quella sul Nanga Parbat.

 

Paola Scaccabarozzi

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