Curdi siriani in fuga: cosa succede ora nel nord-est della Siria

0
669
Curdi siriani

Curdi in ritirata, Isis in fuga e nuova intesa con Damasco: cosa resta del sogno del Rojava nel nord-est della Siria?

I curdi siriani stanno attraversando una fase di gravi perdite militari e politiche che mette seriamente in discussione il loro futuro nel nord-est della Siria. Parallelamente, Damasco – così come Ankara – esce rafforzata dall’attuale evoluzione del conflitto, mentre restano aperti interrogativi sul ruolo degli Stati Uniti e cresce la preoccupazione per una possibile rinascita della minaccia jihadista.

Secondo quanto riportato, il presidente Usa Donald Trump avrebbe chiesto all’omologo siriano Ahmed al-Sharaa, nel corso di una conversazione telefonica, di porre fine ai combattimenti nel nord-est del Paese. In particolare, Trump avrebbe sollecitato Damasco a non entrare nella Città di al-Hasakah, chiedendo di fatto di fermare l’avanzata delle forze governative contro le milizie curde.

Arretramento curdo e offensive

Tuttavia, mentre questo appello era formulato, sul terreno i curdi avevano già subito perdite significative. Dopo essere stati costretti a cedere territori a ovest dell’Eufrate – come Manbij e Tal Rifat nel corso del 2024 – ora stanno arretrando anche a est del fiume. La situazione ha iniziato a cambiare rapidamente a partire dal 5 gennaio, quando le forze fedeli a Damasco, con il sostegno di attori regionali tra cui la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, hanno ingaggiato duri scontri con le Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda, nell’area di Aleppo.

Nel giro di pochi giorni, i combattenti curdi sono stati costretti a ritirarsi da quartieri a maggioranza curda come Sheikh Maqsoud e Ashrafiya. Ma l’offensiva non si è fermata lì. Entro il 18 gennaio, le forze governative hanno attraversato l’Eufrate orientale, riconquistando Raqqa, Tabqa e Deir Ezzor e costringendo le SDF ad abbandonare territori che controllavano dalla prima metà degli anni Dieci.

Perdita di territori e risorse

Nel giro di appena 24 ore, i curdi siriani hanno perso governatorati chiave come Raqqa e Deir Ezzor, aree strategiche non solo per la loro composizione prevalentemente araba, ma anche per la presenza di infrastrutture vitali: dighe idroelettriche, bacini idrici, terre agricole e, soprattutto, importanti giacimenti di petrolio e gas, in particolare nella regione di Deir Ezzor.

La Siria del dopo-Assad, a partire dal dicembre 2024, si è così trovata immersa in un paradosso. Pur avendo acquisito una nuova leadership transitoria, rapidamente riconosciuta da Usa, Turchia e Arabia Saudita, il nuovo potere centrale non esercitava un controllo effettivo sull’intero territorio nazionale, frammentato tra diverse componenti etniche e confessionali: curdi, drusi, beduini, alawiti.

Il potere curdo prima dell’offensiva

Fino a poche settimane fa, i curdi controllavano circa il 25% del territorio siriano, l’80% delle risorse energetiche del Paese, alcuni dei principali bacini idrici e dighe strategiche, oltre a vaste aree agricole. Soprattutto, avevano sotto la loro responsabilità le carceri e i campi di detenzione in cui erano rinchiusi migliaia di combattenti del cosiddetto Stato Islamico, strutture la cui sicurezza era in larga parte finanziata dagli Usa.

A partire dal 2012, nel contesto della guerra civile siriana e della lotta contro l’Isis, i curdi avevano ottenuto un’autonomia di fatto nel nord del Paese, dando vita all’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est (DAANES), nota anche come Rojava, sostenuta per anni dall’Occidente. Il loro contributo alla sconfitta dello Stato Islamico, culminata tra il 2018 e il 2019, era stato decisivo, mentre altri attori regionali perseguivano strategie diverse.

La crisi del progetto Rojava

Curdi siriani Oggi, nel 2026, quella costruzione politica e militare appare seriamente compromessa. Il 18 gennaio, il presidente ad interim Ahmed al-Sharaa ha incontrato a Damasco l’inviato speciale di Trump per la Siria e ambasciatore Usa in Turchia, Tom Barrack. Da quell’incontro è emerso un piano di pace in 14 punti, sostenuto apertamente da Washington e Ankara, che molti osservatori hanno interpretato come una resa imposta ai curdi.

Il piano prevedeva lo scioglimento delle SDF e l’integrazione dei combattenti curdi, a titolo individuale, nelle nuove forze armate e di sicurezza siriane, oltre alla consegna a Damasco dei valichi di frontiera, delle infrastrutture energetiche, delle strutture amministrative e delle prigioni. In cambio, il Governo siriano ha riconosciuto il curdo come lingua nazionale e il Newroz come festa ufficiale.

L’accordo e le sue revisioni

Il comandante delle SDF, Mazlum Abdi, ha firmato l’accordo in forma elettronica, forse per guadagnare tempo e fermare l’avanzata governativa. Successivamente, però, i curdi hanno preso le distanze dall’intesa. Dopo nuove tensioni, la presidenza siriana ha presentato una versione rivista dell’accordo, chiedendo ai curdi di accettarla entro quattro giorni, con il sostegno esplicito dell’inviato statunitense Barrack.

Secondo il nuovo schema, Damasco si impegnerebbe a non entrare nei centri urbani di al-Hasakah e Qamishli. «Ci stiamo ritirando nelle aree a maggioranza curda. Difenderle è una linea rossa per noi», ha dichiarato Abdi.

Il controllo dei centri di detenzione

Nonostante ciò, i curdi appaiono ormai confinati in una porzione ridotta di territorio e hanno perso il controllo dei centri di detenzione jihadisti. Le forze governative hanno assunto il controllo del campo di al-Hol e di altre prigioni che ospitano migliaia di combattenti dell’ISIS e le loro famiglie. A sorvegliarli sono ora uomini legati a Hayat Tahrir al-Sham, ex jihadisti oggi integrati nelle strutture del governo di transizione.

Si nota anche che ciò che ora è messo in pratica (la limitazione geografica delle SDF e la loro minaccia di dissoluzione, il «cambio della guardia» nei centri di detenzione jihadisti siriani) è da tempo tra ciò che la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan chiede con urgenza.

Fughe jihadiste e reazioni Usa

Tutti questi cambiamenti, tuttavia, hanno un prezzo. Solo nelle ultime 24 ore, centinaia di jihadisti sono riusciti a fuggire. Il senatore statunitense Lindsey Graham aveva in due incarichi minacciato apertamente coloro che minacciavano i curdi siriani. «Se qualcuno pensa che io o uno qualsiasi dei miei colleghi (nel Congresso Usa) saremmo a proprio agio – a questo punto – con prigionieri dell’Isis sorvegliati dall’esercito siriano o dalla Turchia invece che dai curdi, si sbaglia di grosso», ha detto, tra le altre cose, lanciando colpi di avvertimento ad Ankara e Damasco. A giudicare dal risultato, tuttavia, quegli avvertimenti non sono stati tenuti in considerazione.

 

George Labrinopoulos

Foto © Sicurezza Internazionale, Il Manifesto, Global Project

Articolo precedenteStorie di Donne XI edizione, emozioni e voci al femminile
Articolo successivoSanità italiana, tra spesa privata e Ssn in affanno
George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui