La guerra in Iran modifica gli equilibri globali e rilancia temporaneamente l’economia russa, ma il rischio di nuove crisi resta alto
All’inizio del 2026 l’economia russa appariva sull’orlo del collasso. Sotto il peso combinato della guerra e delle sanzioni internazionali, i principali indicatori mostravano segnali allarmanti: entrate in calo, produzione industriale in flessione e commercio in contrazione. L’aumento dei tassi d’interesse aveva reso il credito proibitivo, mentre l’accesso ai prestiti risultava sempre più difficile, alimentando il rischio concreto di una diffusa ondata di fallimenti.
Il quadro era reso ancora più critico dal crollo dei ricavi energetici. A fine gennaio, Mosca era stata costretta a vendere petrolio all’India a soli 22 dollari al barile, circa un terzo del prezzo di mercato. Un segnale evidente, sottolineato dal New York Times, della fragilità e della non sostenibilità del sistema economico russo in quella fase.
Il cambio di atteggiamento del Cremlino
Nonostante i ripetuti allarmi, il presidente Vladimir Putin avrebbe inizialmente ignorato le preoccupazioni economiche, concentrando la propria strategia sulla prosecuzione del conflitto. Secondo fonti vicine al Cremlino, funzionari e imprenditori avevano ormai compreso che la priorità assoluta restava la guerra, relegando la tenuta economica del Paese in secondo piano.
A febbraio, tuttavia, qualcosa sembra cambiare. Lo stesso Putin avrebbe iniziato a prestare maggiore attenzione al deterioramento dell’economia, lasciando intravedere anche possibili segnali di apertura sul fronte dei negoziati con l’Ucraina. Secondo indiscrezioni, si valutava una riorganizzazione del team negoziale e persino un ampio rimpasto governativo, passaggio ritenuto necessario per affrontare eventuali trattative di pace.
L’impatto della guerra in Iran
Ma questo scenario è stato rapidamente stravolto dagli eventi internazionali. Lo scoppio della guerra in Iran ha infatti modificato profondamente il contesto geopolitico, congelando di fatto le prospettive di un compromesso sul fronte ucraino. L’escalation in Medio Oriente ha determinato un’immediata impennata dei prezzi del petrolio, superando i 100 dollari al barile, e ha ridotto la pressione economica su Mosca.
Secondo le ricostruzioni, dopo l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei in un attacco congiunto attribuito a Usa e Israele, lo scenario globale è cambiato radicalmente. In pochi giorni, la Russia ha beneficiato di una serie di effetti indiretti: dalla crescita della domanda di fertilizzanti russi, legata alle tensioni nelle catene di approvvigionamento alimentare, fino a un allentamento della pressione occidentale, con segnali di revisione delle sanzioni sul petrolio.
A ciò si sono aggiunte le crescenti divisioni tra gli Stati Uniti e alcuni alleati della Nato, emerse anche sul piano militare, ad esempio sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump ha criticato apertamente alcune scelte degli alleati, contribuendo a evidenziare una frattura che, dal punto di vista del Cremlino, rappresenta un vantaggio strategico.
Per Mosca, infatti, la crisi in Medio Oriente ha avuto un duplice effetto: da un lato ha rafforzato le entrate economiche grazie al rialzo dei prezzi energetici, dall’altro ha spostato l’attenzione degli Usa lontano dall’Ucraina. Non solo sul piano politico, ma anche su quello militare, con risorse e armamenti destinati ad altri scenari.
Tuttavia, secondo diverse fonti, si tratterebbe di un beneficio temporaneo. A Mosca cresce la consapevolezza che l’attuale congiuntura favorevole potrebbe esaurirsi rapidamente. Entro pochi mesi, con una possibile conclusione del conflitto in Iran, le sanzioni potrebbero essere nuovamente rafforzate, riportando alla luce le fragilità strutturali dell’economia russa.
Tensione interna e controllo dell’informazione
Nel frattempo, la situazione interna resta delicata. In vista delle elezioni parlamentari autunnali, il clima nel Paese appare sempre più teso. Le autorità hanno intensificato i controlli sull’informazione, arrivando a limitare l’accesso a piattaforme come Telegram, mentre si registrano frequenti interruzioni della rete internet nelle principali città, tra cui Mosca e San Pietroburgo.
Le voci su possibili rimpasti di Governo non si sono placate, alimentate anche dalle difficoltà del primo ministro Mikhail Mishustin, il cui entourage è stato recentemente coinvolto in procedimenti giudiziari.
In questo contesto, emerge un crescente malcontento sociale, un fenomeno che fino a poco tempo fa appariva impensabile. Il Cremlino si trova ora di fronte a una scelta cruciale: avviare una de–escalation del conflitto in Ucraina o, al contrario, rafforzare ulteriormente il controllo interno, arrivando persino a una nuova mobilitazione.
Una decisione incerta, ma che potrebbe essere influenzata in modo determinante dall’evoluzione del ruolo statunitense e dalla durata della crisi in Medio Oriente.
Escalation nel conflitto
Intanto il panorama dei negoziati tra Washington e Teheran rimane “oscuro” mentre ci avviciniamo al completamento di un mese di guerra. Messaggi contrastanti dagli Usa, mentre l’Iran riconosce lo scambio di messaggi senza però definirlo dialogo. I colpi da entrambe le parti sono furiosi. Trump, quando gli è stato chiesto delle notizie secondo cui gli Stati Uniti stiano considerando un piano per trasferire materiale bellico dall’Ucraina al Medio Oriente, ha risposto che «lo stiamo facendo continuamente».
Ha affermato che gli Usa sperano ancora che la guerra in Ucraina venga «risolta», ma ha sottolineato che si trova «a migliaia di chilometri di distanza» e non riguarda gli Stati Uniti. «L’Iran non dovrebbe far pagare il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, ma lo fa» ha sostenuto il presidente statunitense. «L’Iran ha permesso il passaggio di dieci petroliere come “regalo“». Secondo lui, i petrolieri erano banditi dal Pakistan.
Questa notte una pausa temporanea nelle operazioni contro gli impianti energetici apre uno spiraglio nei delicati rapporti tra le Nazioni. Il capo della Casa Bianca ha annunciato la sospensione delle attività per un periodo di 10 giorni, accogliendo una richiesta avanzata dal Governo iraniano. La tregua, secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente, sarà in vigore fino a lunedì 6 aprile 2026 alle ore 20:00.
Operazioni israeliane nel Sud
Intanto l’esercito israeliano ha annunciato di aver avanzato ancora più in profondità nel sud del Libano. La 162ª Divisione ha iniziato un’operazione pochi giorni fa nel settore occidentale del sud del Libano. L’esercito israeliano afferma che l’operazione terrestre “mirata contro obiettivi chiave” punta a espandere la “zona di sicurezza“.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato all’inizio di questa settimana che le Idf controlleranno una “zona sicura” nel sud del Libano, fino al fiume Litani, fino a quando “la minaccia di Hezbollah” non sarà eliminata.
George Labrinopoulos
Foto © IA, The Jerusalem Strategic Tribune













