Un fenomeno emergente tra integrazione negata, diritti violati e le criticità della cittadinanza
Il contrasto tra l’affermazione dei diritti individuali e le pressioni patriarcali dei contesti d’origine rappresenta una delle sfide sociali e giuridiche più complesse nell’Italia contemporanea. Negli ultimi anni, le cronache locali e nazionali hanno portato alla luce una realtà drammatica e a lungo rimasta sommersa: quella delle giovani donne residenti nel Paese, spesso arrivate per ricongiungimento familiare o appartenenti alle seconde generazioni, private della libertà fondamentale di scegliere con chi condividere la vita. La coercizione, esercitata attraverso pressioni psicologiche, isolamento sociale e minacce fisiche, sfocia nei matrimoni combinati o forzati, costringendo molte ragazze a vivere sotto un rigido controllo che ne impedisce la reale integrazione.
La regione Emilia–Romagna si è trovata, in diverse occasioni, al centro di questa complessa dinamica, diventando un osservatorio privilegiato. Un territorio dinamico che, pur offrendo un solido sistema di welfare, evidenzia le contraddizioni di una convivenza in cui la stabilità economica dei capifamiglia non coincide automaticamente con la condivisione dei valori fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana.
Il contesto
L’Emilia-Romagna ospita articolate comunità straniere in cui convivono percorsi di riuscita emancipazione e sacche di forte resistenza tradizionalista. I dati forniti dai centri
antiviolenza regionali indicano che il fenomeno dei matrimoni imposti non è episodico, ma strutturale. Particolarmente significativo è il lavoro svolto dal centro antiviolenza Trama di Terre nell’ambito del progetto «La forza di un no. Matrimoni forzati e consenso delle donne», che ha portato alla creazione del primo Osservatorio regionale sul tema. Solo dall’inizio dell’anno, dieci giovani tra i 18 e i 24 anni, provenienti da Bangladesh, Pakistan e Marocco, hanno trovato la forza e la tutela necessarie per rifiutare un matrimonio forzato, venendo successivamente messe in sicurezza al di fuori del territorio imolese.
Tuttavia, i numeri del primo report dell’Osservatorio regionale mostrano quanto sia difficile intervenire in tempo. Nel 2025, su 58 accoglienze registrate dai 16 servizi coinvolti, l’89,7% dei casi ha riguardato donne che si sono rivolte alle strutture a matrimonio già celebrato. Soltanto nel 10,3% dei casi la richiesta d’aiuto è giunta prima delle nozze. Solo il 36,2% delle vittime ha contattato i servizi in autonomia. Nel 65,5% dei casi l’attivazione è avvenuta tramite terzi, prevalentemente la scuola e i Servizi sociali. Nel 94,8% delle situazioni è stata rilevata violenza psicologica, nell’87,9% violenza fisica e nell’86,2% minacce, con una media di 4,7 diverse forme di coercizione subite da ciascuna donna.
Le storie di Hina, Saman, Miriam
Dietro le statistiche vi sono i nomi di giovani donne che hanno cercato di ribellarsi alle decisioni dei propri clan familiari per rivendicare uno stile di vita autonomo. Uno dei primi
casi che ha scosso la coscienza collettiva è stato l’omicidio di Hina Saleem, la ventenne pakistana uccisa a Sarezzo, nel Bresciano. Hina viveva “all’occidentale”: lavorava in una pizzeria e conviveva con il fidanzato italiano. Il suo rifiuto di tornare a Gujrat per sposare un cugino promesso dal padre Muhammad ha decretato la sua condanna a morte, decisa all’interno di un “consiglio di famiglia”. Trovata sepolta nell’orto di casa avvolta in un lenzuolo bianco e con la testa rivolta verso la Mecca, la storia di Hina ha mostrato la drammatica spietatezza con cui il codice d’onore familiare tenta di soffocare l’autodeterminazione.
La vicenda della diciottenne pakistana Saman Abbas, scomparsa a Novellara (Reggio Emilia) nel maggio 2021 e ritrovata morta nel novembre 2022, rappresenta uno spartiacque per l’opinione pubblica. Il «no» opposto da Saman alle nozze combinate in patria con un parente e la sua volontà di vivere liberamente hanno condotto all’omicidio architettato e condotto dai familiari. La successiva condanna dei genitori e dello zio ha confermato la gravità del reato sul piano giudiziario, ponendo interrogativi sulla necessità di potenziare i meccanismi di protezione preventiva per le giovani che denunciano.
Accanto alle tragedie si collocano le storie di riscatto, come quella di Miriam (nome di fantasia), ragazza di origine marocchina residente anch’essa nel Reggiano, che ha denunciato i propri familiari riuscendo a evitare il matrimonio imposto grazie alla tempestiva protezione dei servizi sociali e della scuola. Come lei, le dieci giovani accolte da Trama di Terre dimostrano che spezzare la catena dell’imposizione è possibile quando esiste una rete d’aiuto solida e pronta all’accoglienza.
Integrazione, regole e il dibattito sulla cittadinanza
Il tema dei matrimoni forzati e dell’isolamento culturale si intreccia con il dibattito sulle politiche d’integrazione e sui criteri per l’ottenimento della cittadinanza italiana. L’esperienza sul campo evidenzia come la presenza sul territorio e l’inserimento lavorativo non conducano automaticamente all’assimilazione dei valori costituzionali e dei diritti individuali.
Un episodio emblematico della complessità di questo percorso si è verificato a Cadoneghe (Padova), dove il sindaco Marco Schiesaro ha sospeso la procedura di giuramento per la cittadinanza a una donna di origine marocchina poiché la stessa non conosceva e non comprendeva la lingua italiana, risultando impossibile lo svolgimento autonomo dell’atto. La vicenda ha suscitato vivaci reazioni, l’Imam Ali Scek Nur della comunità islamica di Padova ha criticato pubblicamente la decisione, suggerendo l’uso di un interprete o del marito e accusando la scelta di essere una «vigliaccheria» e una «privazione della speranza». Il sindaco Schiesaro ha replicato ribadendo che la conoscenza dell’italiano è un requisito di legge indispensabile per garantire l’autonomia della persona e per comprendere il valore solenne del giuramento alla Repubblica, senza dover dipendere da terzi.
La normativa italiana sulla cittadinanza
La legislazione italiana (Legge 5 febbraio 1992, n. 91) e le successive modifiche, in particolare il D.L. 113/2018, stabiliscono che per la concessione della cittadinanza (art. 9)
sia necessario dimostrare una conoscenza della lingua italiana pari almeno al livello B1. La ratio della norma non è punitiva, ma mira a verificare che l’acquisto della cittadinanza sia l’esito di un effettivo percorso di integrazione. Il giuramento previsto dall’art. 10 (“Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato“) presuppone la consapevolezza dei diritti e dei doveri civici. La lingua rappresenta lo strumento primario per evitare che le donne restino segregate nel perimetro domestico, esposte a dinamiche di dipendenza ed emarginazione.
Strumenti normativi e prospettive per il futuro
Sul piano penale, l’ordinamento italiano si è dotato dell’articolo 558–bis c.p. (Costrizione o induzione al matrimonio), introdotto con la Legge 69/2019 (Codice Rosso), che punisce chiunque con violenza o minaccia costringa una persona a contrarre matrimonio o unione civile. Sebbene la tutela giurisdizionale sia fondamentale, la repressione da sola non basta.
Per contrastare la piaga dei matrimoni forzati e promuovere un’integrazione reale occorre una strategia basata su tre pilastri:
- rafforzare il ruolo delle scuole come sentinelle capaci di cogliere preventivamente i segnali di disagio, assenze ingiustificate o ritiri improvvisi.
- Garantire alle giovani che rifiutano le imposizioni familiari percorsi protetti di indipendenza abitativa ed economica.
- Promuovere e facilitare l’apprendimento dell’italiano per tutte le persone ricongiunte, affinché la mancanza di comunicazione non si trasformi in una barriera all’esercizio dei propri diritti fondamentali.
La tutela della dignità umana, della libertà individuale e della parità di genere rappresenta il presupposto irrinunciabile per la costruzione di una società coesa e garante dello Stato di diritto.
Ludovico Bruna
Foto © AI













