Tagli a studenti e visti temporanei, più selezione per le professioni richieste: il nodo tra carenza di case, lavoro e servizi
In Australia l’immigrazione è ormai diventata uno dei temi principali del dibattito politico, quasi allo stesso livello della crisi abitativa e del costo della vita. Dopo anni nei quali la crescita della popolazione è stata considerata anche uno strumento per sostenere l’economia, oggi il confronto sembra essersi spostato soprattutto su quanti immigrati il Paese sia realmente in grado di accogliere e, soprattutto, quali.
Il piano della Coalition per ridurre i migranti temporanei
Proprio in questi giorni la Coalition, formata dal Partito Liberale e dal Partito Nazionale, ha presentato un piano per ridurre di circa 650mila unità nell’arco di quattro anni il numero dei migranti temporanei presenti in Australia. Una proposta che andrebbe oltre le riduzioni già programmate dal Governo Labor e che colpirebbe soprattutto studenti internazionali, laureati con visto temporaneo, titolari di Bridging Visa e parte del programma umanitario.
Per il Partito Liberale si tratta anche di cercare di recuperare spazio politico su un argomento diventato centrale. Per diverso tempo, infatti, i liberali sono sembrati meno presenti nel dibattito su temi particolarmente sentiti dagli australiani, come casa e costo della vita, mentre One Nation di Pauline Hanson ha fatto dell’immigrazione uno dei propri principali cavalli di battaglia.
Il leader dell’opposizione Angus Taylor ha definito la proposta come la più grande riduzione dell’immigrazione nella storia australiana. L’obiettivo sarebbe quello di portare la Net Overseas Migration, cioè in parole semplici la differenza tra le persone che arrivano in Australia e quelle che lasciano il Paese, a 100mila persone all’anno nei primi due anni, per poi salire a 130mila nel terzo e 160mila nel quarto. Numeri molto inferiori rispetto a quelli attuali. Nell’anno terminato a marzo la Nom australiana è stata di 292.100 persone, mentre il Governo Labor punta a portarla a 245mila nell’attuale anno finanziario e a 225mila in quello successivo.
Secondo Taylor, dopo gli elevati livelli di immigrazione registrati negli anni successivi alla pandemia, l’Australia avrebbe bisogno di un periodo di “respiro”. Il leader liberale ha utilizzato anche una frase destinata inevitabilmente a far discutere: «L’Australia dovrebbe essere una casa, non un hotel».
Bridging Visa e Temporary Graduate Visa nel mirino
Ed è proprio qui che il ragionamento diventa più complesso. Perché una società non può costruire il proprio futuro facendo affidamento per anni su centinaia di migliaia di persone con visti temporanei e contemporaneamente lasciandole in una sorta di limbo permanente. Se l’Australia ha bisogno di infermieri, lavoratori dell’aged care, insegnanti, ingegneri, operai specializzati e professionisti, il problema non riguarda soltanto quante persone fare entrare, ma anche quali possibilità offrire a chi possiede le competenze di cui il Paese ha bisogno.
Uno dei cambiamenti più importanti riguarderebbe infatti i Bridging Visa. La Coalition vorrebbe ridurne il numero dagli attuali circa 414mila a 20mila. Nella maggior parte dei casi chi possiede un visto temporaneo e vuole presentare una seconda o successiva domanda dovrebbe lasciare l’Australia e presentarla dall’estero.
Verrebbero sostanzialmente eliminati anche i Temporary Graduate Visa, utilizzati da molti studenti internazionali dopo aver completato gli studi. Resterebbero percorsi limitati per chi completa un PhD, per alcuni laureati nei settori della sanità e dell’istruzione e per chi studia nelle università regionali. La Coalition propone inoltre un tetto di 240mila nuovi percorsi di studio internazionali ogni anno, maggiori restrizioni per i familiari degli studenti e un legame più stretto tra visto e istituto scelto al momento dell’iscrizione. Il programma umanitario verrebbe invece dimezzato fino a 10mila posti all’anno.
Più lavoratori qualificati per costruzioni e grandi progetti
La riduzione non riguarderebbe però tutte le categorie allo stesso modo. Taylor vuole contemporaneamente aumentare il numero dei lavoratori qualificati, con circa 60mila titolari di visti temporanei skilled in più e 15mila nuovi “skilled project visa” ogni anno per la realizzazione di grandi progetti. Particolare attenzione verrebbe data alle costruzioni, proprio mentre l’Australia cerca disperatamente di aumentare il numero delle abitazioni disponibili.
Un capitolo particolarmente delicato riguarda sanità e aged care. Taylor aveva
inizialmente riconosciuto che alcuni lavoratori del settore sarebbero stati interessati dalle modifiche, salvo poi precisare che sarebbero previste misure transitorie per aged care e healthcare in tutta l’Australia. In futuro, tuttavia, chi vuole lavorare nell’aged care dovrebbe entrare attraverso il sistema dei visti qualificati e anche chi avesse conseguito la propria qualifica in Australia potrebbe essere costretto a lasciare il Paese per presentare dall’estero una nuova domanda.
Ed è proprio quest’ultimo punto ad aver provocato forti critiche anche nel mondo imprenditoriale. Master Builders Australia, ad esempio, considera poco logico obbligare lavoratori qualificati a lasciare il Paese per presentare una nuova domanda proprio mentre l’Australia ha bisogno di personale per costruire più velocemente case e infrastrutture. Business Council of Australia e Property Council hanno invece avvertito che tagli troppo profondi potrebbero aggravare la carenza di competenze.
Le preoccupazioni di università e imprese
Forti preoccupazioni arrivano anche dalle università. Il settore dell’istruzione internazionale rappresenta una parte importante dell’economia australiana e le rette pagate dagli studenti stranieri contribuiscono anche al finanziamento della ricerca. Universities Australia sostiene inoltre che limitare fortemente la possibilità di rimanere e lavorare dopo la laurea potrebbe rendere il Paese meno competitivo nell’attrarre giovani qualificati. C’è poi la questione economica. Taylor sostiene che il piano sarebbe neutrale per il bilancio federale perché, riducendo alcune categorie di migranti temporanei e aumentando quelle altamente qualificate, crescerebbe il contributo fiscale medio di ogni nuovo immigrato.
La Coalition afferma di aver lavorato con il Parliamentary Budget Office, l’organismo indipendente che analizza i costi delle politiche pubbliche, ma i calcoli completi relativi al piano non sono ancora pubblicati. Le precedenti proiezioni del Pbo mostrano però quanto sia complesso il problema: una riduzione prolungata della Nom di 40mila persone all’anno potrebbe peggiorare il bilancio federale di circa 79,1 miliardi di dollari entro il 2036-37, mentre una riduzione di 80mila persone all’anno potrebbe arrivare a circa 155,5 miliardi.
Il motivo principale è semplice: meno immigrati in età lavorativa significano anche meno persone che lavorano e pagano imposte sul reddito. Queste simulazioni, tuttavia, non rappresentano direttamente il costo del piano della Coalition, che sostiene di poter compensare l’effetto selezionando un numero maggiore di lavoratori qualificati e con redditi più elevati.
La crisi abitativa non dipende solo dall’immigrazione
La crisi degli alloggi non è provocata esclusivamente dall’immigrazione. È il risultato di anni nei quali, di fatto, non è mai stata realizzata una vera pianificazione urbanistica capace di guardare al futuro, di un numero insufficiente di nuove costruzioni, della difficoltà nel trovare lavoratori nel settore edile, problema che un sistema basato troppo spesso sui visti temporanei non aiuta a risolvere nel lungo periodo, del costo molto elevato dei materiali e degli importanti vincoli infrastrutturali.
C’è poi un altro problema che riguarda il modo stesso in cui l’Australia si è sviluppata. Per
decenni si è continuato a investire soprattutto nelle grandi città e nelle zone costiere, non soltanto dal punto di vista della costruzione materiale delle abitazioni, ma anche da quello economico, occupazionale e infrastrutturale. Le aree interne, invece, non hanno ricevuto lo stesso livello di investimenti e di sviluppo. Il risultato è una popolazione fortemente concentrata in poche aree del Paese, proprio quelle nelle quali la pressione sulla casa è maggiore. Ridurre la domanda può certamente alleviare una parte della pressione, ma non sostituisce una politica abitativa seria, accompagnata da una visione sul tipo di Paese che si vuole costruire e da precisi obiettivi sulla popolazione a medio e lungo termine.
È troppo facile attribuire agli immigrati la responsabilità della difficoltà nel trovare una casa. E rattrista vedere come oggi anche i maggiori partiti politici finiscano per inseguire una narrazione sempre più semplificata, secondo la quale sarebbe principalmente un presunto eccesso di immigrati a causare il problema abitativo, lasciando spesso in secondo piano questioni strutturali che l’Australia si porta dietro da molti anni.
Il paradosso del mercato del lavoro
Esiste inoltre una contraddizione che riguarda direttamente il mercato del lavoro. Ridurre in maniera così forte l’immigrazione senza garantire percorsi alternativi rischia di creare ulteriori problemi proprio nei settori nei quali l’Australia soffre già una grave carenza di personale. Questo vale per le costruzioni, ma soprattutto per la sanità e per l’aged care, dove case di riposo, servizi di comunità e assistenza agli anziani incontrano già oggi notevoli difficoltà nel trovare abbastanza lavoratori.
Il paradosso è evidente: da una parte si vuole ridurre l’immigrazione sostenendo che la popolazione cresce troppo velocemente rispetto al numero delle abitazioni disponibili; dall’altra servono lavoratori, molti dei quali provenienti dall’estero, proprio per costruire quelle abitazioni e per mantenere in funzione servizi essenziali in una società che, come molte altre economie sviluppate, deve fare i conti anche con l’invecchiamento della popolazione.
Ridurre l’immigrazione basterà?
Rimane però una domanda fondamentale: ridurre fortemente l’immigrazione sarà davvero sufficiente per risolvere la crisi abitativa e alleggerire il costo della vita? Diminuire la crescita della domanda può certamente ridurre una parte della pressione sul mercato immobiliare. Ma se contemporaneamente non si costruiscono abbastanza abitazioni, non si velocizzano le autorizzazioni, non si riducono gli ostacoli burocratici, non si realizzano infrastrutture adeguate, non si investe maggiormente nelle aree interne e soprattutto non si trovano abbastanza lavoratori per costruire quelle stesse case, il problema rischia semplicemente di rimanere. Ed è forse questa la vera contraddizione che l’Australia dovrà affrontare. Da una parte il Paese vuole meno immigrazione perché case e infrastrutture faticano a sostenere la crescita della popolazione. Dall’altra ha bisogno proprio di lavoratori, spesso immigrati, per costruire quelle case, assistere una popolazione che invecchia, lavorare negli ospedali e sostenere settori essenziali dell’economia.
Ridurre l’immigrazione può essere quindi una parte della risposta. Trasformarla nella risposta principale a problemi così complessi rischia invece di essere una scorciatoia politica. La crisi della casa, il costo della vita, la mancanza di infrastrutture e la carenza di lavoratori hanno radici che vanno ben oltre il numero di persone che ogni anno arrivano nel Paese.
Giovanni Maria Pontieri
Foto © SBS, Liberal Party, US Visa Help, IA













