La mafia in parole e musica

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Musica

Come si tramandano i disvalori della criminalità organizzata

In una società votata alla totale globalizzazione, che ha ridotto drasticamente le distanze sull’intero globo terrestre attraverso le più avanzate tecnologie di comunicazione, può sembrare quasi anacronistico che nel XXI secolo si parli ancora di “canzoni di malavita”.

Un fenomeno che specialmente nell’Italia meridionale ha un forte seguito tra la popolazione, fino a diventare un viatico della cultura criminale. Dalla Campania alla Sicilia, passando per la Calabria, nel web spopolano cantanti neomelodici che attraverso una musica popolare, anche molto orecchiabile, inneggiano ai fenomeni criminali d’area, riscuotendo un incredibile successo in una grande fetta di utenti.

Disegno di legge fermo

Basta leggere i titoli per capirne il contenuto: “Picciotto d’onore”, “Conflitto a fuoco”, “U latitante”, “Siamo latitanti e siamo i più potenti”, “Il Capo dei Capi”. Soffermarsi sul contenuto appare superfluo e inutile visto che i brani, accompagnati da versi inneggianti il patos dei detenuti e dei latitanti, costretti a vivere, chi per un verso chi per l’altro, lontano dagli affetti familiari e vittime di uno Stato ingiusto, costituiscono una vera e propria “apologia delle associazioni mafiose”. Ipotesi di reato, questa, che nel codice italiano non è ancora riconosciuta, nonostante già due anni fa sia stato presentato un disegno di legge dalla senatrice Margherita Corrado del gruppo Misto, prima firmataria, per l’introduzione nel codice penale del delitto di istigazione e apologia della criminalità (A.S. 1839), fermo da giugno 2020 in Commissione Giustizia.

Su questa problematica il 9 marzo la commissione nazionale Antimafia della Camera e del Senato della Repubblica ha audito Don Pasquale Aceto, per lungo tempo parroco di frontiera in Calabria, che per anni ha esercitato le funzioni religiose a Papanice, frazione di Crotone, combattendo battaglie contro la criminalità mafiosa e lo sversamento di rifiuti, e il ten. colonnello dei Carabinieri Gerardo Lardieri, consulente della commissione antimafia, responsabile della sezione di Polizia giudiziaria della Dda di Catanzaro, uno dei maggiori esperti di ‘ndrangheta. Le audizioni, oltre a suscitare un immenso interesse da parte dei componenti della commissione, hanno posto in evidenza la triste realtà del fenomeno mafioso in Calabria.

Cultura criminale

Don Pasquale Aceto, in modo pacato ha rappresentato la difficile realtà di alcuni Paesi, maggiormente quelli dell’entroterra. Dove il radicamento della cultura criminale costituisce tuttora una problematica. Laddove la stanzialità e la lontananza dai grandi centri urbani determina una sorta di “acqua stagnante” per i giovani che sono costretti a vivere le piccole realtà, senza poter socializzare e/o condividere altre esperienze con l’esterno. Il sacerdote ha parlato della necessità di allontanare da quelle aree i figli dalle famiglie mafiose, per evitare che i ragazzi cresciuti in tali contesti, possano a loro volta calpestare le orme dei genitori.

Riferimenti a gesti mafiosi

MusicaL’audizione del colonnello Lardieri si è soffermata sulle stesse problematiche, basate però sull’esito di attività investigative condotte dall’ufficiale nella sua lunga carriera. In particolare Lardieri ha riferito dell’esperienza vissuta agli inizi del 2000 in Provincia di Reggio Calabria, in particolare a Rosarno, allorquando era impegnato nella cattura di pericolosi latitanti inseriti nell’elenco dei 30 ricercati più pericolosi in campo nazionale, nonché delle recenti attività d’indagini condotte in Provincia di Crotone.

I falsi miti per i giovani

Sullo sfondo, ovunque, la diffusione dei “canti della ‘ndrangheta”, veicoli di messaggi e segnali dal linguaggio comune, trasmessi tramite motivi molto orecchiabili e che richiamano ritmi festosi. Ma le canzoni, secondo le affermazioni dell’ufficiale, contengono in realtà espliciti riferimenti a minacce, gesta dei personaggi mafiosi, “battesimi” di ‘ndrangheta, cioè l’affiliazione alla criminalità organizzata. Tutti riferimenti che creano nei giovani falsi eroi e falsi miti. Lardieri ha fatto anche riferimento a delle frasi da cui si percepisce il completo controllo del territorio. Ma anche a brani in cui si rappresenta una realtà del tutto rovesciata, dove i malavitosi sono rappresentati come “vittime” di “agguati” fatti a loro danni dai Carabinieri.

Il disvalore sociale di questi canti è apparsa in tutta la loro gravità in una vicenda delinquenziale legata all’organizzazione malavitosa della provincia di Crotone. Il fratello di un mafioso rimasto ucciso, scampato all’agguato, è diventato una sorta di “cantastorie” della ‘ndrangheta. Le canzoni, tutte rigorosamente in dialetto, infarcite di parole “chiave” molto forti, per lanciare messaggi chiarissimi quali i concetti di “rispetto” e “onore” elaborati in termini mafiosi, o richiami espliciti ai riti di affiliazione di ‘ndrangheta, sono una sorta di insegnamenti orali sull’atteggiamento che deve tenere un mafioso. Un “Picciotto d’onore”, come dal titolo di una delle sue composizioni in cui l’autore racconta di un uomo condannato dalla ‘ndrina a “morire solo e senza pietà” per “regolare tutti i conti”.

Tanta violenza

MusicaNonostante la musica orecchiabile e per lo più festosa, le parole pronunciate sono terribili, crudissime e foriere di messaggi che rimbombano come diktat di violenza e regole dalle quali deve sottostare chiunque viva in quei contesti. I ritmi mirano a confondersi con la diffusa musica popolare che da sempre accompagna sagre e feste di Paesi e Città calabresi. Ma in questo caso sono dei veri e propri vettori di messaggi più o meno diretti a tramandare schemi culturali che si innestano con estrema naturalezza in contesti che riconoscono quelle melodie e quei suoni. Si cela così, dietro una modalità comunicativa radicata e propria di gran parte delle Regioni del centro e sud Italia, la possibilità di veicolare veri e propri modelli comportamentali criminali.

Sono di fatto momenti di aggregazione determinante, che soprattutto sono in grado di unire generazioni e tramandare nel tempo storie e messaggi delineando modelli culturali. Il canto comunitario è un momento “formativo”, in cui adulti e ragazzini suonano e cantano insieme, gli uni per trasferire agli altri i fondamenti di un mondo nel quale i giovani sono destinati a crescere e formarsi.

Ecco che allora per far recepire ai ragazzi i messaggi da tramandare e i (dis)valori di cui dovranno farsi carico per tutta la loro vita, non c’è modo migliore che quello di condividere momenti di socialità con canti e musiche altamente orecchiabili, per trovare un canale preferenziale nei giovani animi da formare. Lungi da essere canzonette quindi, le canzoni che veicolano messaggi malavitosi possono rappresentare una vera e propria impalcatura di un ipotetico delitto di istigazione e apologia della criminalità. Sarebbe senz’altro auspicabile affrontare tale problematica, sicuramente da non sottovalutare, con un mirato e adeguato strumento legislativo.

Non solo al sud

Il fenomeno, a larghissima diffusione nel meridione, trova anche nel nord Italia una scia di sostenitori. Nel 2019 Domenico Bellocco, nome d’arte “Glock 21” incideva a Milano una canzone, in stile rap, dal titolo “Chiamami Boss”. Nel video clip (https://www.youtube.com/watch?v=DqOnSY3XqN4) si notano ragazzi con armi che sfoggiano orologi di alto valore e macchine di grossa cilindrata, atteggiandosi ad agguerriti mafiosi.

L’audizione del colonnello Lardieri è stata oggetto, in parte, di secretazione quando ha affrontato la tematica inerente la decadenza della patria potestà da parte delle famiglie mafiose. Da indiscrezioni è emerso che l’Ufficiale dell’Arma sia stato il pioniere nel 2007 nel proporre la perdita della potestà genitoriale nei confronti dei mafiosi. Da quel momento a Reggio Calabria sono state attuate numerose proposte analoghe.

 

Esmeralda Magi

Foto © IlVibonese, proposta di legge è della sen Corrado Misto

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