La studentessa si rifiuta di cantare “l’inno di fedeltà” al leader supremo iraniano durante un blitz delle forze di sicurezza nel suo liceo
Asra Panahi a 16 anni è l’ennesima vittima delle proteste contro il regime totalitario del leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei. Contestazioni che inneggiano alla “morte del dittatore”.
Non voleva cantare per l’Ayatollah
La studentessa è deceduta in seguito a un pestaggio subito insieme ad altre compagne di classe da parte delle forze di sicurezza che lo scorso 13 ottobre hanno effettuato un blitz all’interno del liceo femminile “Shahed” nella città di Ardabil. Asra Panahi si è rifiutata di cantare l’inno di fedeltà al leader supremo ed è stata punita con percosse. Ma non è la sola ad aver subito conseguenze, altre sue compagne sono ricoverate in ospedale e altre sono in arresto.
La denuncia dell’accaduto è avvenuta su Telegram grazie al Coordination Council of Iranian Teachers’ Trade Association, una sorta di sindacato degli insegnanti in Iran, molto attivo nella lotta contro le politiche del Governo e da questo particolarmente perseguito. L’Associazione ha riferito dell’irruzione delle forze di sicurezza nella scuola che hanno poi costretto un gruppo di ragazze a cantare inni patriottici: quelle che si sono rifiutate sono state duramente picchiate.
Le autorità iraniane hanno negato anche questa volta la responsabilità dell’accaduto e un parente della ragazza è apparso sulla TV di Stato affermando che la nipote sarebbe morta per una patologia cardiaca congenita.
La “polizia della morale” come strumento di morte
Le squadre della polizia della morale iraniana sono particolarmente famigerate. Infatti, da quando è salito al potere il presidente ultra conservatore Ebrahim Raisi hanno inasprito i controlli, soprattutto per le donne, sulla conformità a usi e costumi della tradizione musulmana. L’obbligo di indossare il velo islamico, l’hijab, rappresenta la principale battaglia di diritti e libertà per la parte più laica e riformista del Paese, unitamente alle manifestazioni contro la presenza e l’efferatezza della polizia morale.
Si tratta di un’unità speciale che ha il compito di assicurare il rispetto delle tradizioni e dei costumi islamici. La squadra è composta da sei persone, quattro uomini e due donne che godono di ampia libertà nell’applicare la legge. Hanno ha il potere di arrestare, di condurre nei centri di detenzione o rieducazione aperti di recente, di frustare quanti si abbigliano in modo improprio. Ma anche, il compito di verificare l’applicazione della Sharia, in particolare per le donne si accerta dell’obbligo di coprire il capo, di indossare abiti lunghi e colori poco appariscenti.
Ondata di proteste senza precedenti
L’ondata di proteste si sussegue quindi ininterrotta da più di un mese. A scatenare le contestazioni è stata la morte, il 16 settembre, di Mahsa Amini, ventiduenne curda deceduta in seguito all’arresto da parte della polizia della morale che l’aveva sottoposta a un ora di rieducazione perché indossava il velo in modo non appropriato: dal suo hijab fuoriusciva una ciocca di capelli.
Le proteste che chiedevano giustizia per la morte di Mahsa Amini si sono estese alla rivendicazione dei diritti delle donne, sia civili che umani, e sono oggi di una portata tale che da tempo non si registrava nel Paese: i manifestanti chiedono una vita senza dittatura religiosa. La vera novità è costituita dalla presenza delle donne che lottano in prima fila nonostante la durezza delle autorità civili e religiose: si susseguono arresti, ricoveri, pestaggi. Sui social continuano a circolare video e immagini che testimoniano quanto stia accadendo nonostante le interruzioni delle comunicazioni e il blocco della rete internet.
Iran Human Rights ha denunciato la morte di 215 persone (di cui 27 minorenni) da quando sono cominciate le proteste, oltre all’arresto di almeno 880 persone.
Nazioni Unite
Anche l’Onu ha preso posizione denunciando un uso non necessario e sproporzionato della forza contro chi manifesta per chiedere libertà e diritti. Ravina Shamdasani, portavoce dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato profondamente preoccupanti le informazioni che confermano una incessante risposta violenta da parte delle autorità iraniane, chiedendo tra l’altro il rilascio immediato dei detenuti.
Sempre la Shamdasani ha ricordato all’Iran i trattati firmati che prevedono l’obbligo di proteggere la vita dei bambini e di rispettare le libertà di manifestazione di espressione, mentre al contrario sono rilevati maltrattamenti, torture e negligenze mediche. A motivo di ciò le Nazioni Unite esortano le autorità iraniane a svolgere indagini tempestive, imparziali e indipendenti, garantendo che i responsabili vengano assicurati alla giustizia.
L’intensificazione della repressione da parte del Governo iraniano e la partecipazione a quella che non è più solo una rivolta delle donne ma una protesta che chiede serie riforme sociali, testimonia che l’attuale protesta rappresenta una delle maggiori sfide per la teocrazia iraniana, un momento storico di svolta per questo Paese!
Veronica Tulli
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