María Ángeles, quando l’arte incontra l’estro creativo e femminile

0
768
María Ángeles

Las Mujeres Que Me Habitan, una mostra che racconta la storia e chi stiamo diventando

A fine ottobre, negli spazi del nuovo studio romano, l’artista María Ángeles Vila Tortosa ha inaugurato la sua mostra Las Mujeres Que Me Habitan, a cura di Annalisa Inzana. L’intimo e personale racconto di un percorso artistico e di una ricerca in continua evoluzione dove la centralità della memoria e della famiglia sono fondamentali nella costruzione della propria identità.

Ci troviamo di fronte a donne straordinarie conosciute e non, in un grande mandala composto da più di trenta opere prodotte tra il 2009 e il 2022.

Entrare in contatto con l’arte di María Ángeles Vila Tortosa è un sorprendente viaggio che ti attraversa l’anima. Si è invasi dalla potenza delle immagini e dalla poesia che si cela dietro ogni sua rappresentazione.

Ispirazione e introspezione

Abbiamo osservato la mostra di María Ángeles Vila Tortosa nel nuovo spazio espositivo a Roma in Via di San Martino ai Monti e ci siamo lasciati trasportare dalle sue parole che ci hanno condotto alla conoscenza di un percorso intimo che si interseca con la realtà che la circonda.

La poetica di María Ángeles si è evoluta da una ricerca astratta di forte influenza novecentesca, con cui ha esplorato le infinite possibilità della materia, a una ricerca che si interroga sul femminile, sugli stereotipi di genere, sul ruolo delle donne nella società contemporanea.

Il percorso attraverso le diverse collezioni

Tutte le opere fanno parte di cinque produzioni: Paesaggi della memoria (2010-2014), Cultura Domestica (2015 – in corso), Hysteria (2018), Atrium Vestae (2020-2021) e Botánica Domestica (2021-2022), insieme ad alcuni lavori recenti e un ritratto di Carmen Amaya, figura famosa del flamenco spagnolo.

L’artista Vila Tortosa ha raccolto le fotografia delle donne della sua famiglia che sono state conservate accanto a immagini di donne mai conosciute, lontane nel tempo e nello spazio, trovate per caso: persone che la abitano perché parte del suo patrimonio genetico e del suo patrimonio sentimentale, psicologico, emotivo e che hanno negli anni abitato le sue opere su tela, su carta, su metallo.

La figura della donna e le sue tante sfaccettature, così centrale nelle tue opere. Come nasce l’idea di questa mostra?

«Le figure femminili mi inseguono da tanto tempo. Ho pensato che questo potesse essere l’argomento su cui lavorare. I lavori sono raggruppati in serie. Lavorando con il multiplo, con la stampa scelgo delle tematiche che spremo fino alla fine e poi cambio nuovamente. Questa quadreria è una sorta di film: si passa da una scena a un’altra, sono tanti momenti di donne diverse che compongono un po’ me ma anche un po’ tutte noi. Noi non siamo solo un dna ma anche un riassunto del vissuto. Alcune donne non le conosco, mi sono appropriata di immagini che mi piacevano perché mi ricordavano un momento in particolare, come quando sono arrivata a Roma, passeggiavo davanti all’antichità e a tutto ciò che avevo studiato per anni».

La maggior parte delle opere è legata a un ricordo familiare?

«Qualcosa sì. C’è mia nonna che era una macellaia e ha avuto sette figli, una donna matriarcale e imprenditrice alla quale ho dedicato questa serie che si chiama La Campeona».

«Quando ero piccola giocavo con la borsetta di mia madre, al posto dell’album fotografico. Era una borsa anni Sessanta con le palline di metallo, nascosta nell’armadio. Tiravo fuori da lì immagini antiche con personaggi che mi affascinavano per diversi motivi. Un po’ facevo i miei film, leggevo le dediche con questa calligrafia particolare. Poi il gioco finiva e mettevo la borsa a posto».

Dopo anni il tuo gioco si è trasformato in arte

«Esatto. Questo gioco era nella mia memoria e nel momento in cui ho deciso di includere le immagini, l’elemento figurativo all’interno del mio lavoro».

Il tuo è stato un percorso ben delineato che ti ha condotto fino a qui

«Nei primi anni di formazione, appena laureata ho sperimentato le tecniche. Ero molto interessata all’arte informale, sia spagnola che italiana. Tutto questo si respira negli sfondi delle opere. Successivamente sentivo il bisogno di raccontare la mia crescita».

«In questo racconto la prima che mi è venuta in mente è stata lei, La princesa y su castillo, l’immagine della bambina che non è nel castello ma davanti. Lavoro molto con gli stereotipi di genere. Non dobbiamo raccontare alle nostre figlie che devono aspettare il principe per salvarsi, devono farlo da sole! Penso sia una figura molto potente che ti osserva».

La figura della donna e le sue tante sfaccettature sono centrali nel tuo lavoro, raggiungendo tratti fondamentali di ricerca artistica. Sulla parete abbiamo modo di vedere un vero e proprio percorso che ci racconta la società contemporanea

«Un aspetto che emerge è anche la sorellanza delle donne che può essere familiare o legata all’amicizia. Penso siano valori importantissimi per i nostri figli e per le generazioni. Non mancano i momenti di intimità tra le donne e l’omaggio alla donna che appartiene a una generazione di tante donne che hanno fatto la storia, sacrificandosi in qualche modo per noi. Ho raffigurato anche il gioco delle bambine, la bambina che si ribella e si dipinge i baffi ne è un esempio».

Tra le tele emergono con un impatto importante alcuni ovali. Di che si tratta?

ovale«Gli ovali appartengono alla serie di Cultura Domestica, un progetto condiviso dal 2015 con Alicia Herrero, ballerina e coreografa spagnola con la quale ho un gruppo artistico. In ogni opera viene raccontato un dettaglio riferito alla vita di una donna di casa, un perfetto esempio di signoria borghese con uno stile e un ruolo ben definito».

«Nessun volto, ci sono i particolari della vita comune borghese: le mani, il ballo, il tè delle cinque, la borsetta, quello che accade all’interno delle mura domestiche che è sempre silenzioso e silenziato. Inoltre, stiamo realizzando dei video che sono autoritratti familiari, ci incontriamo nella sua casa tipica anni Trenta a Valencia. E lì la vita ci porta a raccontare delle cose».

Discorso a parte meritano le opere dedicate a un organo femminile, l’utero

«Appartengono al progetto sull’Hysteria femminile, una produzione dedicata alla nevrosi considerata femminile per antonomasia, la patologia inventata da Charcot e Freud e da altri maschilisti che hanno voluto dare una spiegazione a certi comportamenti femminili».

E poi emergono le bellissime farfalle. Come mai questa scelta?

«Perché è il simbolo dell’anima e rappresenta il mutamento del corpo della donna. Quella trasformazione che avviene sia nella farfalla sia in noi, essere chiusi e poi aperti. Il lavoro sulle farfalle è stato di venti opere di grandi dimensioni».

Un impatto visivo molto forte con un importante significato al suo interno

«Ci sono anche i miei autoritratti e un verso di una poesia di una poetessa galiziana Yolanda Castaño con cui ho collaborato in passato e ha scritto la poesia sul tempo».

«Infine, c’è un mio autoritratto e le mie due figlie, dovevano completare questa quadreria in quanto donne importantissime e necessarie nel mio percorso di vita».

In questa ricerca di interiorità c’è anche la natura con immagini significative di piante e fiori

«Lavoro da anni al progetto della botanica domestica. Esistono piante che possono guarire ma che possono anche far morire».

La storia romana è un altro segmento della tua arte

«Mi sono sempre interessata alla storia, ho studiato tanto e ho cercato di lavorare sulla donna nell’antichità che di presenza ne ha poca».

María Ángeles

«All’interno del Foro Romano l’unica presenza femminile è la Casa delle Vestali. Avevano una vita molto particolare, erano prigioniere di loro stesse. Dovevano custodire il fuoco sacro della città, avevano dei privilegi come andare agli spettacoli o avere una dignità dopo la morte all’interno del Foro e della Urbe ma per trent’anni dovevano dedicarsi al sacerdote; i genitori le usavano un po’ come merce di scambio perché a dieci anni le consegnavano agli imperatori. Ho passato ore intere in contemplazione della Casa delle Vestali».

Come sono realizzati questi lavori? Qual è la tua tecnica?

«Utilizzo tante tecniche di stampa tra cui la serigrafia, la litografia e tecniche di trasferimento di immagini. Uso anche tante volte le matrici con le quali ho fatto acque tinte e acque forti, però non faccio più le tirature di incisione come si faceva una volta. Realizzo monotipi, dipingo su queste lastre. Mi piace molto il processo che avviene con il torchio, con la stampa. È un’azione un po’ magica».

María Ángeles

«Nella mia arte ho sempre bisogno di magia e sorpresa. E c’è anche l’errore di mezzo. Quando si sviluppava una fotografia nella camera oscura accadevano cose strane, ti ritrovavi di fronte alla sorpresa di quello che avevi scattato poi poteva succedere che sbagliavi il tempo o l’esposizione e sullo sviluppo potevano accadere cose belle o meno belle. Questo è ciò che avviene con l’incisione o con la stampa. Quando tu stampi magari la carta si sposta e può venire fuori qualcosa di inaspettato, l’errore è fondamentale e può essere un punto di inizio. La perfezione alla quale siamo tutti troppo abituati mi annoia. Non riuscirei ma a essere una pittrice iper realista, però ci sono persone che hanno quella matrice nella loro anima. La mia anima mi dice di ricercare continuamente e sperimentare».

Osservando la parete ricca di opere spicca una figura significativa, legata a un progetto molto importante. Maria Grazia Chiuri, direttore creativo Dior, ha commissionato per la collezione Cruise La Capitana, dove hai raccontato la figura di una donna molto importante

«Carmen Amaya conosciuta come La Capitana, è stata una delle più famose ballerine di flamenco a livello mondiale. Rappresenta tanti valori: la perseveranza, il talento, la voglia di superarsi ogni giorno. È stata un’autodidatta, aveva l’anima della danza, la genialità nel suo dna. Proveniva da una famiglia gitana, durante la guerra civile di Spagna scappò in America latina dove diventò famosa».

«Maria Grazia Chiuri mi ha dato questo incarico per la collezione da presentare a Siviglia, aveva visto tutto il mio lavoro sulla memoria e mi aveva chiesto di raccontarle Carmen Amaya. Dovevo realizzare questi manifesti per l’allestimento e poi sono diventati quattro abiti che hanno chiuso la sfilata Dior».

«Le opere bidimensionali si sono così trasformate in tridimensionali. È stato bellissimo. Inoltre la sfilata si è conclusa con questo abito con la scritta fuego, un messaggio molto potente».

A che età è nata la passione per l’arte?

«Ho iniziato a dipingere da piccola, qualcuno mi regalò una valigetta da pittrice e mi innamorai subito dei colori e dei pennelli. Ricordo la tavolozza piena di montagne di colori a olio».

Quali sono gli artisti che hanno formato la tua personalità artistica?

Mani«Nei primi anni della mia carriera ero molto attratta da artisti come Tapies, Saura, Dubuffet, Burri, Fontana. Ero appassionata dell’arte informale, rifiutavo la forma e sperimentavo intervenendo direttamente nella materia, lavorando sul linguaggio espressivo e sul segno».

 

«Crescendo sono maturata come artista e come donna, ora i miei punti di riferimento sono artiste donne come Georgia O’keeffe, Louis Bourgeois, Cindy Sherman e Marina Abramovic tra le tante».

Attraverso le tue opere qual è il sentimento che vorresti trasmettere? Quale reazione vorresti scatenare in chi ti sta a guardare?

«Quando le persone guardano le mie opere desidero che ci sia un ragionamento dietro l’osservazione che di conseguenza porta poi a un’emozione. Ognuno può vedere e riconoscere o riconoscersi nelle riflessioni che ci sono dietro ogni lavoro. C’è sempre una linea di protesta, di unione e di cambiamento».

 

Alessandra Caputo

Foto © Stephanie Gengotti – Marina Pietrocola

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui