Ricordo di un grande intellettuale che ha attraversato gran parte del XX Secolo
Lo scrittore Mario Pomilio ha affermato che l’opera di Carlo Bo è un “viaggio verso la verità”. Infatti nel magnifico rettore dell’Università di Urbino non ritroviamo solo il grande lettore di poeti e scrittori, molti dei quali da lui scoperti soprattutto legati alla poesia francese, ma anche l’uomo che attraverso una visione laica si pone i grandi interrogativi dell’uomo di fede. Carlo Bo ne è un testimone atipico, un “aspirante cristiano“, come amava definirsi, mosso dalla difficoltà di avvicinarsi a Dio che ha costruito nella storia le testimonianze più forti e sofferte.
La vita
Carlo Bo nasce a Sestri Levante nel 1911, frequenta il liceo classico a Genova presso i gesuiti. E questa impronta rigorosa caratterizzerà tutta la sua attività di studioso, ricercatore, critico letterario anche nella frequentazione della facoltà di lettere dell’Università di Firenze in cui approfondisce gli studi classici. Nel 1934 si laurea in letteratura francese a Firenze che definisce Città dell’arte e della letteratura, l’altra Capitale d’Italia, la vera se non l’unica Capitale dell’intelligenza italiana, conosce nel circolo delle Giubbe rosse molti scrittori e poeti fra cui Giovanni Papini. Fra i suoi insegnanti Giorgio Pasquali e Luigi Foscolo Benedetti, tutti legati a quella Università del caffè, in cui erano continui gli scambi di idee e di discussioni fra allievi e docenti. Una fucina letteraria di ricerche e di valorizzazione di scrittori e poeti italiani, tra cui Gadda e Montale.
Ma Carlo Bo da francesista e ispanista farà conoscere Garcia Lorca, Gide, Valery, Mallarme. Si pone al centro di un nuovo mondo che sa unire alla passione per la letteratura una nitida tensione morale e religiosa. L’attesa e l’assenza sono le nuove parole vissute in un clima politico difficile e sofferto.
L’arrivo a Urbino, culla del Rinascimento
Da Firenze Carlo Bo passa a Urbino, una cittadina che lui non conosceva. Il rapporto con il Capoluogo toscano fu certamente formativo. Con Urbino, da quel lontano 1938, giunge per insegnare lingua e letteratura francese alla facoltà di magistero. Per lui quel paesone della Provincia di Pesaro, addolcito dalle colline raffigurate nelle sue tele da Raffaello, deve
essere un momento di transito, ma in realtà, dal 1947 quando ne diviene Rettore, per 50 anni resterà il suo punto di osservazione sul Mondo.
Non solo uomo di studi ma anche acuto amministratore di una Università che saprà modernizzare e soprattutto con una intuizione profetica renderla automa, in un periodo storico complesso e statalizzato. Facendo crescere la sua Università, punto di convergenza di molteplici iniziative e luogo di incontro di studiosi provenienti da tutto il Mondo, Carlo Bo ha dato un forte contributo alla Regione Marche, valorizzando con i suoi contributi critico letterari lo studio su Giacomo Leopardi. E fu anche un acuto giornalista con i suoi editoriali sulla Stampa e sul Corriere della Sera. Un dialogo aperto anche sui temi sociali e politici e soprattutto sul rispetto del dovere della verità, proponendo la parte più concreta del progresso e rifuggendo dalla facile retorica.
“Preghiera e poesia”
“Preghiera e poesia” deriva dal titolo di un saggio di un grande studioso della letteratura religiosa in Francia, l’abate Henri Bremond, che, immerso in una gigantesca cattedrale della scienza letteraria, psicologica e religiosa, ricerca il sentimento religioso con uno dei poeti cattolici più profondi della letteratura francese Paul Valery. Ma fino a quando la preghiera coincide con la poesia? Un grande interrogativo a cui si cercò di rispondere nel 1991 con una antologia dal titolo “Dio nella poesia del novecento” e curata dal padre francescano Massimiliano Rosito, direttore della rivista Città di vita.
Il libro si apre con la poesia di Anna Achmatova, “Almeno la pietra”. Di fronte alla dittatura la poetessa si interroga sul vuoto e l’assenza.
“Dio Dio, Dio!
Come di fronte a te gravemente peccai!
Lasciami almeno la pietà…”.
La poesia religiosa espressa da tutti gli uomini di fede privilegia e mette in evidenza il senso delle nostre colpevoli esigenze. Come nel poeta Carlo Betocchi, amico di Carlo Bo e del poeta toscano Mario Luzi anche lui docente all’Università di Urbino. Nella sua prima parte di vita Betocchi ha cantato la libertà, intesa come senso più alto della pietà spirituale. Poi nell’ultimo tratto del suo percorso esistenziale trovandosi di fronte alla malattia della moglie, che lo ha privato degli affetti e della parola, il poeta non ricorda più quel Dio che aveva cantato. Ma non cade nella disperazione, allarga il suo orizzonte a cio che gli è intorno. Quindi per lui dal Vangelo non se ne può uscire. Una visione che riprende quella di Teilhard de Chardin. Il passaggio dalla vita alla morte e un ricongiungimento a uno sciame di anime.
E arriviamo alla punta più alta della poesia religiosa non solo italiana quella di Clemente
Rebora. Nato in un clima massonico, il poeta ricerca con interrogativi esistenziali e traducendo i romanzi di Tolstoj. Vi è quindi un periodo di preparazione per Rebora, insoddisfazione che lo porta a un tratto a entrare nella chiesa. In Rebora vi è la volontà di ritornare innocente, uno spogliarsi, una catarsi a ridursi al minimo.
Carlo Bo lesse e sutdiò le poesie di Umberto Saba, che scelse di non affrontare il tema del giudaismo. La sua poesia religiosa si rifà a dei moduli del passato prossimo e non manca di echi pascoliani. In Vittorio Sereni padre Davide Turoldo vede “la famiglia di chi cerca”. Nella poesia dedicata alla memoria del padre Sereni rientra nella categoria dello spirito. Infine Giuseppe Ungaretti anche lui colpito dalla grazia nel 1928 si ritirò con un amico in convento a Subiaco. Nella poesia “La pietà”, appartenente al periodo della guerra, uno dei più tormentati e dolorosi per il poeta, non solo per la guerra ma anche per la morte del figlio. E poi nella poesia “Preghiera” risaltano i temi della solitudine e della morte.
“Quando il mio peso mi sarà leggero
il naufragio concedimi Signore
di quel giovane al primo grido”
Paolo Montanari
Foto © UniUrb, Education Around, Interno Poesia













