In quelle stanze del Monastero di Sant’Onofrio

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2011
Tasso

Il 25 aprile 1595 Torquato Tasso spirava a Roma. Chiesa, Monastero e quercia mèta di pellegrinaggio artistico-turistico soprattutto nell’Ottocento romantico

 

La celebre quercia, all’ombra delle quale Torquato Tasso trovava ristoro e beneficio per la sua “melancolia errabunda”, oggi è soltanto uno scheletro tenuto insieme da un’armatura di ferro di quella pianta ristoratrice che nella primavera del 1595 lo accoglieva sotto i suoi rami protettivi. Pianta che come nessun’altra nel corso dei secoli ha richiamato tanti turisti, poeti, scrittori e uomini di buona volontà quasi a voler imitare la posizione di riposo del Poeta.

Una lapide posta sul muro di fronte nel 1898, immortala la quercia: “All’ombra di questa quercia / Torquato Tasso / vicino ai sospirati allori e alla morte / ripensava silenzioso /le miserie sue tutte / e Filippo Neri / tra liete grida si faceva / co’ i fanciulli fanciullo / sapientemente“.    

La stanza del monastero di Sant’Onofrio dove spirò il 25 aprile 1595, alla vigilia dell’incoronazione poetica in Campidoglio, è una decorosa rappresentazione degli ultimi mesi di vita del Poeta della “Gerusalemme liberata”. Queste due dimore sono l’una a pochi passi dall’altra, sovrastate dall’imponente benemerito Ospedale “Bambino Gesù”, forse il più celebre al Mondo per l’opera medico scientifica dei dottori pediatrici.

Una vita difficile

Stanza e quercia poli di attrazione per un uomo che aveva diviso la sua esistenza sempre all’ombra dei Principi in numerose Città italiane (Sorrento che gli diede i natali, Napoli, Roma, Venezia, Bergamo, Urbino, Mantova, Padova, Ferrara, Torino, Roma) prima di approdare definitivamente nella Capitale per morirvi. Una vita tanto travagliata da indurre Alfonso II d’Este a farlo internare nell’ospedale di Sant’Anna per sette anni. Un inquieto vagare da una Città all’altra, alla ricerca di una pace che il Poeta non riesce a trovare. Gli ultimi mesi romani furono accompagnati dalla benevolenza dei nipoti del Papa Clemente VIII, Pietro e Cinzio Aldobrandini. Quando giunse nel monastero di Sant’Onofrio il Tasso era un uomo al termine della vita, un uomo al quale la difficile vita aveva consumato le forze.

Una delle più suggestive viste della Capitale

In una lettera ad Antonio Costantini, segretario di molti principi e amico dello stesso Tasso, scrive: “Mi son fatto condurre in questo Monastero di Sant’Onofrio non sol perché l’aria è lodata da’ medici che più d’alcun’altra parte di Roma, ma quasi per cominciare da questo luogo eminente, e con la conversazione di questi devoti padri, la mia conversazione in cielo”.

L’eremo del Gianicolo, da cui si ammira una delle più belle vedute di Roma (“La vista che vi Tassosi gode è senz’altro una delle più belle al Mondo”, così Stendhal nella visita al convento di Sant’Onofrio e alla tomba del Tasso il 2 ottobre 1828), è stato mèta di pellegrinaggio artistico e turistico soprattutto nell’Ottocento romantico quando lo visitarono Johann Wolfgang von Goethe (25 febbraio 1787), Alphonse de Lamartine, Marchese de Sade, Ferdinand Gregorovius, Hans Christian Andersen, Henry James; “tutti convinti di compiere nello stesso tempo un atto di riparazione e un gesto di bellezza”. (Silvio Negro)

Giacomo Leopardi, forse il poeta più affine a Tasso per la sua solitudine, melanconia, così scrisse al fratello Carlo: “Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro. Molti provano un sentimento d’indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d’una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto tra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura».

Intelligenza e generosità

Nell’attraversare tutta la seconda metà del Cinquecento, Torquato Tasso “compose con vena inesausta: poemi, poemetti, rime di ogni genere: d’amore, encomiastiche, intime; sonetti, canzoni, madrigali, trattati dialogici, lettere. E in ogni sua opera impresse il segno della sua intelligenza e cultura, della sua generosità, della sua perizia di artista. E alcune pagine sono fra le più alte: non solo della sua età» (Giuseppe Petronio).

Girando per il chiostro, dove par di sentire i passi lenti di Torquato Tasso, mi risuonano quasi accompagnandomi nella visita-pellegrinaggio le note della “Sonata al chiaro di luna” che Ludwig van Beethoven compose nel 1801 per Giulietta Guicciardi, una nobildonna diciannovenne per la quale “aveva perso la brocca”, come si dice a Trastevere. Così come Beethoven aveva perso la testa per Giulietta, Torquato Tasso l’aveva persa per Leonora d’Este.

È utile riportare quanto scritto da François–René de Chateaubriand nel suo “Memorie d’oltretomba” che aveva per il Tasso e per Roma un amore infinito: “Se avrò la fortuna di finire i miei giorni qui, ho preso accordi per avere a Sant’Onofrio una stanzetta adiacente alla camera dove morì il Tasso. In uno dei luoghi più belli della terra, fra gli aranci e le querce verdi con tutta Roma sotto gli occhi, ogni mattino, mettendomi al lavoro fra il letto di morte e la tomba del poeta, invocherò il genio della gloria e della sventura».

Emozioni tumultuose

Roma è stata la prima e l’ultima mèta della vita del Tasso che vi giunse nel 1554 appena decenne allorché il padre Bernardo, messo al bando dagli spagnoli a Napoli, si rifugiò a Roma ospitato dal Cardinale Ippolito d’Este nel suo palazzo di Montegiordano. La visita nella Chiesa di Sant’Onofrio alla ricerca del Tasso perduto suscita emozioni tumultuose, come l’animo del Poeta. Innanzitutto per quel piccolo, semplice gioiello che è la Chiesa del XV secolo, elevata a titolo cardinalizio da Papa Leone X nel 1517 e tra i cardinali titolari ci sono stati Maffeo Barberini, Benedetto Odescalchi e Giovannangelo Braschi, tutti e tre eletti Papa con il nome di Urbano VIII, Innocenzo XI e Pio VI.

Una Chiesa da visitare accompagnati dal silenzio del Gianicolo, da quella pace che il Poeta cercava passeggiando all’interno del chiostro e sotto la quercia, oramai diventata un segno distintivo. Una chiesa da meditazione e preghiera perché gli affreschi di Antoniazzo Romano, Baldassarre Peruzzi, Pinturicchio e altri pittori del tardo Rinascimento ne facilitano il raccoglimento. Nel portico e chiostro affreschi del Domenichino e Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino.

E poi il Monumento funebre a Torquato Tasso scolpito da Giuseppe De Fabris, inaugurato sotto il pontificato di Pio IX il 25 aprile 1857; che rendeva giustizia a un modesto sepolcro precedente che fece inorridire Giacomo Leopardi quando lo visitò per il contrasto stridente tra la grandezza del Poeta e l’umiltà della sua sepoltura. La statua lo raffigura appoggiato alla quercia, lo sguardo rivolto verso l’alto, il poema in mano e lo scudo crociato con la scritta Pro fide. Nella lunetta di fronte, il dipinto di Filippo Baldi che raffigura “La morte del Tasso”.

 

Enzo Di Giacomo

 

Foto © Enzo Di Giacomo

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